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Regalo di compleanno amaro per l’ex first lady Michelle Obama da parte dell’amministrazione di Donald Trump. La Casa Bianca, nel giorno in cui Michelle ha compiuto 56 anni, ha annunciato l’intenzione di eliminare tutti gli standard minimi di frutta e verdura nei pasti scolastici voluti dall’ex first lady in prima linea nella lotta contro l’obesità.

Il Washington Post ha ricordato la volontà del vice segretario dell’United States Department of Agriculture (USDA)​ Brandon Lipps di proporre nuove regole per il servizio scolastico che consentirebbe agli istituti di ridurre la quantità di frutta e verdura richiesta a pranzo e colazione, e dando la possibilità di inserire alimenti più “tradizionali” pizza, hamburger e patatine. L’agenzia è responsabile della gestione dei programmi nutrizionali che coinvolgono quasi 30 milioni di studenti in 99 mila scuole americane.

Lipps non si è schierato apertamente contro la riforma voluta dall’ex First Lady ma ha voluto introdurre dei cambiamenti per aiutare a risolvere quelle che ha descritto come “conseguenze non intenzionali delle normative messe in atto durante l’amministrazione Obama”.  Effetti collaterali non previsti intenzionalmente, insomma, dovuti alle norme troppo restrittive. Norme che avrebbero, inoltre, fatto aumentare la quantità di cibo sprecato e non consumato.  

Le nuove regole danno così alle scuole una maggiore flessibilità “perché loro conoscono meglio i loro studenti”, spiega in una nota il ministero dell’Agricoltura. “I distretti scolastici continuano a segnalare che c’è troppo spreco di cibo e che serve maggior buon senso per fornire agli studenti pasti nutrienti e appetibili. Abbiamo ascoltato le loro richieste e ora ci siamo messi al lavoro”, ha dichiarato il ministro Sonny Perdue

Il Washington Post riporta anche alcune voci contrarie a quello che molti ritengono un passo indietro nella lotta contro l’obesità che affligge molti adolescenti statunitensi. Colin Schwartz, vicedirettore degli affari legislativi del Center for Science in the Public Interest, ha sottolineato come le regole proposte, se dovessero diventare legge, “creerebbero un enorme cambiamento nelle linee guida sull’alimentazione scolastica, dando ai bambini la chance di optare per cibi come pizza, hamburger e patatine fritte”. Pietanze ricche di calorie e grassi saturi al posto di pasti scolastici equilibrati. Davanti alla scelta tra un piatto di verdure e uno di patatine è difficile che i ragazzi optino per il primo.

Schwartz ha poi puntato il dito sulla “lobby delle patate” che “ha spinto per questo cambiamento”. Rapida è arrivata la risposta di Kam Quarles, amministratore delegato del National Potato Council che ha ricordato il valore nutrizionale delle patate “che contengono più potassio di una banana e il 30 percento del fabbisogno giornaliero di vitamina C” e forniscono “proteine, fibre e carboidrati che i bambini delle scuole devono ingerire per dare il meglio durante le ore scolastiche”.

Nancy Roman, presidente di Partnership for a Healthier America, ha sottolineato come questa nuova proposta di Trump “sembra un passo nella direzione sbagliata” poiché “la scienza degli ultimi anni suggerisce che abbiamo bisogno di ancora più frutta e verdura ad ogni pasto”. Tenendo conto anche di come vengono cucinate queste pietanze. “Tutto ciò non riguarda solo ciò che viene servito nel piatto, ma anche come è stato preparato”. Questo discorso, in particolare, vale per i bambini che hanno bisogno di ingerire frutta e verdura non particolarmente trattata e per quanto si possa, servita nel modo più naturale possibile.

Le misure introdotte da Michelle Obama

L’Healthy, Hunger-Free Kids Act del 2010 è stata un’iniziativa voluta da Michelle Obama all’interno di quella che riteneva una missione fondamentale della Casa Bianca nella lotta contro l’obesità infantile. Per questo aveva fatto sì che le mense aumentassero la loro offerte di frutta e verdura, servissero solo latte scremato o magro e tagliassero drasticamente i grassi e il sodio dal menu per gli studenti.  

Il provvedimento, costruito seguendo le raccomandazioni di un gruppo di esperti, medici e nutrizionisti, mirava anche a incoraggiare comportamenti virtuosi all’interno delle abitazioni per spingere intere famiglie a mangiare meglio, limitando le qualità di cibo ingerito e preferendo cibi sani per combattere l’aumento di peso.  

Due bulli avrebbero picchiato una 31enne di Potenza. La donna su Facebook ha denunciato di essere stata pestata in strada, lo scorso 15 gennaio. La notizia è stata riportata da alcuni quotidiani locali. Nel post la donna ha pubblicato anche le foto del volto tumefatto e del referto medico e indicato la causa delle violenze nel suo orientamento sessuale.

Questo il suo racconto: “Sono svenuta e mi riprendo dopo qualche minuto in una pozza di sangue, metto la sciarpa in bocca, per via del troppo sangue che perdevo e vado a casa. Per non spaventare mia madre decido di andare in garage per sciacquarmi il viso, tumefatto. Alla mia vista davanti lo specchio, svengo nuovamente. Prendo le forze in mano e torno a casa, mi infilo nel letto con forti dolori ovunque. L’indomani il naso non cessava di perder sangue e decido di andare in ospedale, la denuncia parte d’ufficio”.

Per poi concludere: “Ora. Dopo tutto questo, ditemi, il mio orientamento sessuale e’ affare di politica? Sono forse una sovversiva che merita di essere ridotta cosi’ da due piccoli teppisti di probabile inclinazione fascista? Credevo di aver superato quella fase, quando già nel 2009 venivo aggredita in villa, ma mi sbagliavo. Passa il tempo, ma non passano le schifezze dovute ad un’ignorante ineducazione. Sara’ colpa dei ragazzini, si, ma anche i genitori dovrebbero pensare ad andare a cogliere broccoli e non a fare figli, se questi sono i risultati. Cio’ che avete fatto a me non deve piu’ essere fatto ad essere umano”. 

Cav, connected and automated vehicles: nel prossimo futuro le auto non saranno solo elettriche e dunque più silenziose e meno inquinanti, ma saranno anche sempre più connesse e, in prospettiva anche dotate di sistemi di guida autonomi. È in questa prospettiva che va inserito l’annuncio di Fiat Chrysler Automobiles che ha detto di avere in corso discussioni con Hon Hai Precision Ind. Co. (Foxconn) per la possibile costituzione di una joint venture paritetica per lo sviluppo e produzione in Cina di veicoli elettrici di nuova generazione e l’ingresso nel business IoV (Internet of Vehicles).

La collaborazione proposta, inizialmente focalizzata sul mercato cinese, consentirebbe alle parti di unire le capacità di due affermati leader mondiali nell’ambito della progettazione automobilistica, dell’ingegneria, della produzione e della tecnologia mobile software, per concentrarsi sul crescente mercato dei veicoli elettrici a batteria. Anche se i due colossi sono ancora lontani dalla firma di un accordo definitivo, è interessante notare che proprio nei mesi scorsi il presidente della Foxconn, Young Liu, aveva dichiarato che la società si sarebbe concentrata su tre aree chiave come futuri driver di crescita: auto elettriche, medicina digitale e robotica avanzata.

Se l’accordo con Fca dovesse andare in porto sarebbe dunque un ulteriore passo in avanti verso la realizzazione di piattaforme automobilistiche che vanno sempre più nella direzione Cav, che non nel semplice sviluppo di veicoli elettrici. Foxconn è infatti il più importante costruttore mondiale di smartphone e di altri dispositivi elettronici e dispone del know-how industriale e tecnologico che permetterà di trasformare le auto, cosi’ come le conosciamo oggi, in veri e propri Cav. Le auto del futuro saranno infatti una sorta di smartphone con le ruote, alimentate però da motori elettrici. I nuovi veicoli infatti in grado di processare e di gestire una serie di dati e di rimanere connessi con le nuove reti 5G attraverso le quali riceveranno le informazioni per arrivare a destinazione e svolgere tutte le attività connesse al servizio.

L’innovazione in mostra al Ces

Le sperimentazioni in corso e gli accordi per lo sviluppo di piattaforme Cav, che includono cioè oltre al veicolo (hardware) anche i software (sistemi a intelligenza artificiale, big data) e le reti di connessione e di acquisizione dei dati (5G), sono diverse e l’ultima edizione del Ces, la mostra dell’elettronica che si è da poco conclusa a Las Vegas, ne ha fornito diversi esempi che mostrano come questo particolare sviluppo sia una sfida che va oltre l’ambito delle industrie automotive e coinvolge anche quelle delle telecomunicazioni e quelle dell’elettronica, in un processo di integrazione tecnologica totale.

Non è un caso se tra i prototipi che sono stati presentati al Ces ci sia quello realizzato da Sony il gigante dell’elettronica giapponese che ha proposto, accanto agli altri, il suo modello di veicolo autonomo. Sony non è l’unica: accanto a lei, a competere nello sviluppo di nuovi modelli di veicoli autonomi ci sono giganti del calibro di Google, Huawei Technologies e Apple. Anche Ibm è scesa in campo con Seat per lo sviluppo di sistemi integrati di assistenza alla guida dotati di Intelligenza artificiale.

La vera sfida è la sicurezza

Come è stato evidenziato anche da una ricerca pubblicata su Journal of Traffic and Transportation Engineering ad aprile dello scorso anno, il principale ostacolo che frena lo sviluppo dei Cav è quello legato alla sicurezza. La tecnologia Cav è infatti un sistema estremamente complesso che, oltre a gestire il veicolo e il conducente, deve necessariamente dialogare anche con l’ambiente che lo circonda: strade, attraversamenti, pedoni, altri veicoli, tutto deve poter essere in qualche modo trasformato in un segnale che deve essere raccolto e processato in tempo reale dal computer di bordo. Per fare questo occorre una piattaforma dotata di diverse tecnologie (sensori ottici, radar, segnali radio) che devono parlare tra loro.

Inoltre, i sistemi di intelligenza artificiale hanno bisogno di enormi quantità di dati da poter analizzare per imparare e modellizzare i loro processi. Per questo, da più parti (Europa, Stati Uniti e Giappone), industrie automobilistiche, gestori di reti telefoniche, enti di ricerca e gestori di reti autostradali, stanno lavorando insieme per dar vita a dei veri e propri living lab dove testare tutte queste tecnologie. Si tratta di vere e proprie smart city come per esempio quella che costruirà Toyota alle falde del Monte Fuji in Giappone. Woven city, questo il nome della città, occuperà l’area precedentemente occupata da una fabbrica dismessa e sarà abitata da 200 ricercatori, ingegneri e sviluppatori che si dedicheranno proprio allo studio di soluzioni a supporto delle Cav.

Negli Stati Uniti, a poche miglia dal distretto automotive di Atlanta in Georgia, proprio all’inizio di questa settimana è stata annunciata la realizzazione del Laboratorio di tecnologia delle infrastrutture automobilistiche (Iatl), che mira a riunire case automobilistiche, operatori di reti cellulari, società di dispositivi di controllo del traffico e produttori di semiconduttori in un unico hub tecnologico per creare, sviluppare e testare la sicurezza dei veicoli connessi applicazioni. Un vero e proprio laboratorio dal vivo della mobilità innovativa. “La capacità dei veicoli di comunicare con l’infrastruttura di controllo del traffico è fondamentale per migliorare la sicurezza stradale e per la rapida adozione della tecnologia dei veicoli connessi in tutta la flotta”, ha affermato Jovan Zagajac, responsabile della tecnologia dei veicoli connessi per Ford Motor Company, uno dei partner del progetto.

Le sperimentazioni in Germania

In Europa invece sono molto attivi i tedeschi, che, in bassa Sassonia hanno avviato il progetto “Campo di prova della Bassa sassonia per la mobilità automatizzata e in rete”. Mercoledì scorso, il Dlr Institute of Transportation systems ha aperto infatti il percorso di prova sull’autostrada A39 vicino a Braunschweig, una sezione dell’intero percorso previsto nell’ambito del progetto “Testfeld Niedersachsen” avviato insieme al Lander della Bassa Sassonia.

Negli ultimi tre anni, lungo questo tratto autostradale, Dlr ha installato una settantina di pali dotati di sensori in grado di rilevare il movimento degli autoveicoli e raccogliere dati che possono essere riutilizzati per facilitare lo sviluppo di tecnologie destinate a supportare la circolazione di veicoli senza pilota. I sensori possono comunicare tra loro e con i veicoli se adeguatamente equipaggiati. Oltre ai sensori installati in modo permanente, esistono versioni mobili. I dati raccolti formano poi una mappa che raccoglie tutti i database del progetto. Verrà creata una piattaforma aperta di ricerca e sviluppo, verrà offerta una combinazione unica e completa di diverse opzioni di test e test – dalla simulazione ai percorsi negli spazi pubblici.

La costruzione dell’infrastruttura per il progetto “Testfeld Niedersachsen” e la digitalizzazione della rete stradale sono state attuate con fondi del Fondo europeo per lo sviluppo regionale e dello Stato della Bassa Sassonia. Il campo di prova della Bassa Sassonia comprende sezioni delle autostrade A2, A7, A39, A391, nonché parti delle strade federali e statali B3, B6, B243 e L295. Integra inoltre i percorsi stabiliti della piattaforma applicativa Intelligent mobility (Aim) , che è in funzione nel centro della città di Braunschweig. Ciò consente il collaudo in diverse situazioni di traffico e nella transizione tra diversi tipi di strade. In totale, il campo di prova della Bassa Sassonia coprirà oltre 280 chilometri con settori di varie attrezzature tecniche dopo il completamento.

L’Unione Europea potrebbe vietare l’uso del riconoscimento facciale per tre o cinque anni. A darne notizia sono state Politico e Reuters, che hanno anticipato il contenuto di un libro bianco di diciotto pagine attualmente in discussione alla Commissione Europea e in attesa dei pareri degli Stati membri. La misura dovrebbe servire a prendere tempo, in modo da realizzare un quadro normativo comunitario in grado di coniugare le esigenze del comparto industriale con il diritto alla privacy dei cittadini.

Di fatto, sono numerosi i progetti e le iniziative che in tutta Europa hanno al centro tecnologie in grado di riconoscere i volti: queste vanno dal contrasto alla criminalità fino al riconoscimento dei partecipanti durante gli eventi pubblici. Tuttavia i risultati sono spesso diversi dalle aspettative e numerosi studi hanno già dimostrato come gli algoritmi per il riconoscimento facciale non siano realmente efficienti, soprattutto quando si tratta di individuare potenziali criminali e prevenire il crimine.

“Costruito sulla base di quanto rappresentato, il futuro regolamento quadro potrebbe andare oltre e includere un divieto limitato nel tempo sull’uso di tecnologie per il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici”, specifica il documento. Nel frattempo, l’idea è di approfondire i complessi risvolti etici e tecnologici di queste soluzioni, le quali richiedono “un’affinata metodologia per valutare l’impatto di queste tecnologie e possibili misure di gestione dei rischi che devono essere individuate e implementate”.

Tuttavia, il divieto potrebbe prevedere eccezioni specifiche per l’impiego del riconoscimento facciale nella ricerca e nei progetti legati alla sicurezza pubblica. Tra le proposte al vaglio della Commissione Europea anche quella che i Paesi membri nominino delle autorità nazionali incaricate di sorvegliare sull’implementazione delle nuove norme. La proposta verrà adesso sottoposta all’attenzione di Margrethe Vestager, Commissario europeo per la concorrenza, le cui considerazioni sono attese entro febbraio.

È morto all’età di 71 anni Pietro Anastasi, il grande attaccante siciliano che negli anni ’70 vinse tre scudetti con la Juventus e una Coppa Italia con l’Inter. Lo riferisce il sito del club bianconero. Brevilineo ma esplosivo, Anastasi faceva anche parte dell’Italia che conquistò l’europeo nel 1968 e in azzurro aveva totalizzato 25 presenze e 8 gol in Nazionale.

Anastasi era malato di tumore dal 2018. Catanese di origine, si era affermato nel Varese. A vincere la corsa per averlo in squadra fu la Juventus, che nel 1968 investì 650 milioni, una cifra che per quei tempi era davvero notevole negli ambienti del calcio professionistico. Furono 8 anni di cammino in bianconero per Anastasi, il quale diede un contributo fondamentale per la conquista di tre scudetti, nei campionati 1971-72, 1972-1973 e 1974-1975, disputando inoltre le finali di Coppa delle Fiere, nel 1971, e Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale nel 1973.

Con la maglia bianconera ha giocato 205 partite e segnato 78 gol. Poi, nel 1976, il passaggio all’Inter, che ai bianconeri dava Roberto Boninsegna, altro centravanti di spicco. In maglia nerazzurra Anastasi non ebbe lo stesso successo, però contribuì alla conquista di una Coppa Italia, nel 1978. Concluse a Lugano una carriera in cui ha disputato 338 gare in serie A, segnando 105 gol. È stato il secondo marcatore della categoria, nel 1968-1969, e il terzo nel 1969-1970 e 1973-1974.

Appese al chiodo le scarpette, Anastasi intraprese brevemente la carriera da allenatore delle giovanili e quindi divenne commentatore televisivo. Nel 2018 gli era stato diagnosticato un tumore. 

Paolo Mori

Il clima sta cambiando, il mondo scientifico è ormai unanime. La specie umana sembra avere importanti responsabilità nel cambiamento in atto. Su questo secondo aspetto c’è meno unanimità, ma le prove scientifiche raccolte da chi sostiene la responsabilità della nostra specie sembrano palesemente più solide di chi sostiene il contrario.

L’umanità ha tratto grandi benefici fidandosi del metodo scientifico e anche in questo caso non c’è ragione di non dare credito a quanto ci viene presentato con sempre più forza ed evidenza da ricercatori di tutto il Mondo. Certo il senso critico deve rimanere vigile e cogliere ogni elemento di incertezza, ma fino a prova contraria, se non vogliamo affrontare cambiamenti catastrofici dobbiamo contrastare la tendenza in atto. Lo dobbiamo fare perché ne siamo molto probabilmente responsabili, ma lo dovremmo fare anche se non lo fossimo. Né va del nostro benessere e di quello dei nostri figli e nipoti.

Ce lo ha ricordato Greta Thunberg, che potrebbe essere figlia o nipote di molti di coloro che oggi hanno ruoli decisionali. La crisi climatica non è iniziata da pochi giorni. I ricercatori hanno già fatto una forte azione di sensibilizzazione nel giugno 1992 in occasione della Conferenza  delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo nell’ambito della quale è stata stipulata la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Questa, nel dicembre 1997, dopo 3 Conferenze delle Parti (COP3), ha portato alla sottoscrizione del protocollo di Kyoto da parte di 186 Stati che si sono formalmente impegnati a ridurre le emissioni di gas serra. La prima fase del Protocollo è stata in vigore tra il 2005 e il 2012, la seconda tra 2013 e 2020. Il bilancio è purtroppo negativo: il protocollo non è stato rispettato e le emissioni di gas serra sono sostanzialmente aumentate, così come le temperature medie del Pianeta.

Nel dicembre 2015, poco dopo l’enciclica “Laudato si‘” di Papa Francesco, si è svolta a Parigi la COP21 dove 196 Stati hanno sottoscritto un nuovo accordo, vincolante, con nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni. Sembrava che finalmente qualcosa potesse cambiare, ma, con l’avvento di Trump alla presidenza, gli USA, tra i più forti emettitori di gas climalteranti, si sono ritirati dall’Accordo. Nel frattempo gli altri Paesi, pur non avendo ritirato la propria sottoscrizione, non pare si stiano impegnando abbastanza, dal momento che i dati sulle emissioni ci informano che l’Accordo di Parigi, nella sostanza, non viene rispettato.

Ecco quindi che nel 2018 chi punta ad azioni concrete per la mitigazione del clima ha trovato in Greta Thunberg e nel movimento Fridays for Future la leva per smuovere le coscienze degli studenti (e non solo) di gran parte del Mondo. La richiesta delle giovani generazioni di Fridays for Future è rispettare gli accordi di Parigi della COP 21, mettendo subito in campo azioni concrete di riduzione delle emissioni e stoccaggio del CO2 presente in atmosfera. Non c’è tempo da perdere.

Alberi per evitare le emissioni e stoccare il CO2

L’appello e le manifestazioni del movimento Fridays For Future hanno messo in evidenza come ognuno, dal giovane studente al capo di stato, abbia il dovere di fare la propria parte nella riduzione delle emissioni e nello stoccaggio del CO2 atmosferico.

Anche chi si occupa di piantare alberi e di gestire foreste può e deve dare il proprio contributo, non solo nella vita privata, ma anche in quella professionale. Gli alberi infatti, soprattutto se ben gestiti, possono consentire di ottenere sia lo stoccaggio del CO2 sia la riduzione delle emissioni.

Da quando vengono piantati, o nascono naturalmente, gli alberi sottraggono CO2 dall’atmosfera e la fissano nel loro legno per alcuni decenni. Alcuni, se destinati a produrre legname di pregio o se si trovano in fustaie, possono stoccare biossido di carbonio per più di un secolo. Il ruolo di stoccaggio del CO2 degli alberi non finisce con il loro abbattimento. I soggetti che hanno caratteristiche idonee, generalmente indotte da azioni di coltivazione del bosco da parte della specie umana (Selvicoltura), possono essere trasformati in mobili, travi, infissi, pavimenti, arredi urbani, strutture edili in legno e/o pannelli, carta, cartone e derivati. In questo caso il CO2 sottratta all’atmosfera rimane stoccata nei manufatti ancora a lungo; nei casi più fortunati per secoli e secoli, basti pensare alle travature di alcune chiese rinascimentali che sono ancora oggi al loro posto.

I rami, le parti di fusto che non sono dritte, gli alberi che vengono diradati per lasciare spazio a quelli che produrranno tronchi per manufatti in cui stoccare CO2, quelli di specie non adatte a trasformazioni industriali o artigianali e i prodotti di boschi gestiti prevalentemente per la produzione di energia da fonte rinnovabile (cedui), danno ugualmente un importante contributo alla mitigazione del clima. Oggi possono infatti essere trasformati in energia attraverso sistemi ad alta efficienza e a bassissime emissioni di polveri fini, con performance assolutamente paragonabili a quelle di sistemi usati per gasolio o metano.

Si può grossolanamente stimare che ogni 3,5 tonnellate di legno trasformate in energia si eviti l’emissione di nuovo CO2 fossile in atmosfera che si produrrebbe utilizzando 1 tonnellata di petrolio. Sia chiaro, sempre di emissioni di CO2 si tratta, ma in questo caso il vantaggio è che la trasformazione energetica non altera la quantità complessiva di carbonio nel ciclo naturale e quindi non contribuisce ad accentuare la crisi climatica.

Il bilancio della produzione di legno non è pari a zero emissioni di “carbonio fossile” in atmosfera, poiché è necessario utilizzare energia fossile per l’abbattimento, la preparazione e il trasporto del legno destinato a fini energetici. Tuttavia nulla di lontanamente paragonabile alle emissioni di CO2 connesse a estrazione, raffinazione e trasporto per migliaia di chilometri di molti combustibili fossili, soprattutto quando produzione e trasformazione del legno sono a scala locale.

Sul ruolo degli alberi si sta interrogando da tempo anche il mondo scientifico, con posizioni non sempre concordi. La posizione prevalente attribuisce grande importanza allo stoccaggio di CO2 in formazioni arboree sia di origine artificiale che naturale. A questo proposito, nel luglio 2019, la rivista scientifica “Science” ha pubblicato un articolo dal titolo “The global tree restoration potential” (Bastin et al.) in cui si sostiene che se riuscissimo ad accrescere del 10 percento la copertura arborea in almeno 2 miliardi di ettari, saremmo in grado di contrastare un terzo delle emissioni di CO2 di tutto il Pianeta. I principali contributori ad un’azione del genere potrebbero essere Canada, USA, Russia, Cina, Brasile e Australia.

Di questi Canada e Russia si sono già messi in contatto con la FAO per svolgere azioni concrete. L’articolo è stato molto criticato, nella sostanza, da uno straordinario numero di ricercatori. Nonostante ciò ha avuto un enorme impatto mediatico, tanto che Danilo Mollicone, ricercatore del Dipartimento Ambiente e Clima della FAO e co-Autore dell’articolo di Bastin et al., ha affermato in un incontro su clima e foreste organizzato da SISEF  il 14 novembre 2019 a Palermo, che il tema della “tree restoration” è entrato nell’agenda dell’Unione europea sulle foreste al punto che, nella prossima programmazione 2021-2027, saranno destinate specifiche e importanti risorse alla piantagione di alberi.

Sulla scia di quanto sta facendo l’Unione europea, delle pressioni di Greta Thunberg e del movimento Fridays for Future, così come quelle che da anni cerca di esercitare il mondo scientifico, nell’ottobre 2019, l’Italia ha promulgato il “Decreto Clima” (D.L. 111/2019 in GU n. 241), stanziando 30 milioni di euro per la creazione di foreste urbane in 8 aree metropolitane.

L’appello della Comunità Laudato si’

In questo contesto si colloca l’appello della Comunità Laudato si’ che, ispirandosi all’omonima enciclica di Papa Francesco, nel settembre 2019 ha proposto di piantare 60 milioni di alberi, uno per ogni cittadino italiano. L’invito era a farlo immediatamente per dare subito un segno tangibile dell’urgenza di agire per mitigare il clima. Piantare un albero è sembrato ai promotori dell’appello il modo più semplice ed efficace per coinvolgere ogni italiano nel dare il proprio piccolo contributo alla mitigazione del clima.

È stato subito evidente a chi opera con alberi e boschi che si trattava di una proposta irrealizzabile nell’immediato. I motivi sono sostanzialmente legati al fatto che:

• serve molto tempo per individuare una superficie complessiva di circa 60.000 ettari (circa 100.000 campi da calcio, per assegnare 100 m2 necessari per lo sviluppo di una grande albero) che sia legalmente messa a disposizione da chi ne detiene i diritti, che sia adatta ad accogliere alberi che devono crescere e fissare CO2 per molti anni e che non sia destinabile dal proprietario a produzioni alimentari;

• in Italia i vivai forestali sono geograficamente ben distribuiti in ogni regione, ma sono piccoli e il fatto che non si facciano rimboschimenti da molti anni li ha portati a ridurre la produzione complessiva al di sotto dei 5 milioni di piantine per anno (RaF Italia 2017-2018);

• ipotizzando sufficientemente abili a mettere a dimora una pianta le persone che ancora si dedicano ad agricoltura e foreste (ISTAT), in Italia sono meno del 2 percento i cittadini capaci di piantare un albero e curarlo fino a che non sia in grado di svilupparsi autonomamente e fissare per lungo tempo CO2 atmosferico nel proprio legno.

Nonostante queste macroscopiche difficoltà un gruppo di 12 soggetti di livello nazionale ha accolto l’appello della Comunità Laudato si’. La sfida ha unito il mondo scientifico (SISEF e CREA FL  e CREA PB ), gli enti territoriali che possono disporre di terreni (UNCEM ), i professionisti del settore agro-forestale (CONAF ), gli operatori del territorio (Alleanza delle Cooperative italiane), i più importanti schemi di certificazione forestale (FSC  e PEFC ), alcuni dei maggiori gruppi ambientalisti italiani (Legambiente, WWF), alcuni produttori di energia dal legno (AIEL) e chi si occupa di comunicazione interna al settore (Compagnia delle Foreste).

È stata subito pubblicata una pagina web per raccogliere adesioni (www.60milionidialberi.it ) e in poco più di un mese sono stati oltre 300 i soggetti che hanno dato la propria disponibilità a contribuire alla piantagione di alberi. Tra questi va segnalata l’adesione del Ministero per le politiche Agricole Alimentari e Forestali (Mipaaf), quella di altre associazioni ambientaliste di livello nazionale (Lipu  e Rete Wigwam), cosi come la convinta partecipazione di molte associazioni regionali e imprese private.

Serve una strategia flessibile

La varietà di ambienti, di specie arboree impiegabili, di norme da rispettare e di soggetti coinvolti rappresenta una grande sfida per tutti coloro che hanno aderito all’appello della Comunità Laudato si’. È evidente che servono regole comuni e soluzioni adattabili ad ogni caso reale.

Un esempio, di recente acquisizione italiana, è rappresentato dalle piantagioni policicliche. Si tratta di piantagioni in cui, nello stesso appezzamento di terreno, convivono produzioni arboree di pregio e da energia di età differenti. Quando se ne utilizza una le altre continuano a crescere e, nello spazio liberato, si mettono a dimora nuovi alberi che iniziano subito a fissare CO2. Su questa possibile soluzione tra il 2013 e il 2018 è stato sviluppato in Veneto il progetto LIFE InBioWood (www.inbiowood.eu ) che ha realizzato oltre 25 ettari di piantagioni dimostrative e 45 km di filari policiclici. Chi volesse replicarle può usare il manuale di progettazione e una applicazione mobile che consente a tecnici neofiti di realizzare in autonomia piantagioni policicliche evitando gli errori più ricorrenti.

Accanto a questa soluzione, molto flessibile e adattabile a situazioni agricole, periurbane e urbane, ce ne sono altre tradizionali, più rigide, ma sicuramente adatte a situazioni specifiche. Si tratterà di dare gli strumenti per scegliere di volta in volta la soluzione più adatta.

Se piantare alberi è importante non va però dimenticato che le foreste italiane sono in grande espansione e che la loro gestione può dare un contributo alla mitigazione del clima ben superiore alla piantagione di 60 milioni di alberi. Dal secondo dopo guerra la superficie forestale italiana è praticamente raddoppiata. Benché il fenomeno di espansione si stia riducendo, negli ultimi 10 anni infatti i boschi hanno riconquistato terreni agricoli abbandonati in montagna e collina al ritmo di un campo da calcio ogni 6 minuti, 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno (RaF Italia 2017-2018).

Questo porta ad avere, spontaneamente circa 70 milioni di alberi in più ogni anno (INFC). Alberi che, se gestiti con un’opportuna selvicoltura, potranno dare il loro contributo alla mitigazione del clima in misura maggiore che se lasciati all’evoluzione naturale.

In Italia le foreste sono in espansione, non avviene altrettanto nel resto del Pianeta. Non utilizzare al meglio le nostre risorse significa in sostanza usare quelle degli altri, determinando anche fenomeni di deforestazione.

Il contributo di chi si occupa di alberi e di foreste alla mitigazione della crisi climatica consiste semplicemente nel piantare alberi o favorirne la rinnovazione naturale, gestire gli alberi con cure colturali (piantagioni) o selvicolturali (boschi), abbattere gli alberi al momento opportuno (per diradamenti o utilizzazioni a fine ciclo produttivo), per poi ripiantare o favorire la rinnovazione naturale, in un ciclo continuo e rinnovabile che ci rimetta in linea con quello naturale in cui ci siamo evoluti. Nulla di più e nulla di meno.

 

* Paolo Mori è Dottore Forestale, direttore della rivista “Sherwood – Foreste ed Alberi Oggi” e amministratore di Compagnia delle Foreste, impresa specializzata nella comunicazione e nel trasferimento di innovazione e ricerca in campo forestale e ambientale.

** Questo articolo è apparso sul numero di docembre 2019 della rivista Word Energy

Nell’ultimo mese c’è stato tanto fermento attorno a Sony grazie ad alcuni dettagli svelati su PlayStation 5, indiscrezioni circa la sua assenza all’E3 2020 e, in generale, attorno alle esclusive di cui godrà la sua console next-gen al lancio, ma il controller? Sarà DualShock 5 come da tradizione o il brand verrà rinnovato?

Playstation 5

La (quasi) conferma che il nome del prossimo controller destinato da Sony alla sua console next-gen sia DualShock 5 arriva direttamente dalla sezione FAQ del sito francese dedicato a PlayStation in cui vengono confrontati i modelli della quarta generazione di console Sony:

PlayStation 5 Controller DualShock 5

Per alcune ore è comparsa la doppia compatibilità DS4 (ovviamente il DualShock 4 di PS4) e DS5 (presumibilmente il DualShock 5) per tutti i modelli di PlayStation 4.

A questo punto, se la notizia venisse confermata, ci sono due cose interessanti da notare: la prima riguarda ovviamente il fatto che il nuovo controller di PS5 seguirà la linea iniziata dai predecessori e si chiamerà appunto DualShock 5; la seconda, decisamente più interessante, riguarderebbe il fatto che il DualShock 5 godrebbe di una retrocompatibilità con PlayStation 4.

La conferma di questa notizia potrebbe decretare di fatto il fine vita (e forse anche anticipata)del controller DualShock 4, non più necessario e superato da DualShock 5.

L’articolo PlayStation 5: il controller si chiamerà DualShock 5? proviene da GameSource.

Dopo essersi aggiudicati ogni sorta di premio per il loro maestoso God of War, sembra che il team di Santa Monicasia all’opera per l’agognato sequel dell’avventura di Kratos e Atreus.

God of War 2

Nonostante manchi un annuncio ufficiale in tal senso, un tweet di Kim Newman, narrative animator di Santa Monica, non lascerebbe molto spazio all’interpretazione, dato che la vediamo in una tuta per il motion capture con tanto di tag al profilo ufficiale dello studio:

Già in passato vi avevamo segnalato un altro indizio riguardo alla lavorazione di God of War 2. In generale, con l’avvicinarsi dell’uscita di PlayStation 5 è ragionevole aspettarsi che il titolo sia in sviluppo, anche se con tutta probabilità non sarà disponibile al lancio della nuova console Sony.

Non ci resta che attendere un annuncio in grande stile, anche se il momento è abbastanza imprevedibile, dato che Sony non sarà presente al prossimo E3.

L’articolo God of War 2: sviluppo già iniziato? proviene da GameSource.

A otto anni dall’ultima volta, la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, è tornato a guidare il sermone del venerdì e si è rivolto al Paese in uno dei momenti più difficili dalla rivoluzione khomeinista del 1979. Dalla moschea Musalla, nella capitale Teheran, Khamenei ha attaccato gli americani, definendo il presidente Donald Trump “un pagliaccio con un pugnale avvelenato che vuole colpirci alla schiena”; e ha accusato gli europei “di obbedire agli ordini dell’America” portando avanti negoziati sul nucleare che sono “un inganno”.

C’era grande attesa per il discorso di Khamenei, che parla solo nei momenti di crisi più acuta del Paese. Una folla enorme si era radunata nella moschea tappezzata di gigantografie del generale Qassem Soleimani, ucciso in un raid americano. Del resto sono settimane di crescente tensioni tra Usa e Iran, culminate nelle proteste anti-regime dopo l’abbattimento accidentale del volo ucraino.

E tra propaganda ed esortazioni, l’ayatollah ha cercato di ricompattare il popolo iraniano. Seguito dalla folla silenziosa che qualche volta lo ha interrotto per gridare “morte all’America, morte a Israele”, Khamenei si è scagliato contro chi nei giorni scorsi era sceso nelle piazze per manifestare contro il regime e contro i Guardiani della rivoluzione per aver abbattuto l’aereo ucraino. “L’incidente aereo è stato una tragedia amara, ci ha bruciato il cuore. Ma alcuni hanno cercato di sfruttarlo in modo da dimenticare il grande martirio e il sacrificio” del generale Soleimani, capo del braccio delle operazioni estere delle guardie rivoluzionarie iraniane, le Forze Quds definite da Khamenei “un’organizzazione umanitaria”.

“Era un forte comandante contro il terrorismo, il suo assassinio ha portato alla luce la vera natura terrorista degli Stati Uniti”, ha detto l’ayatollah. “I nostri nemici erano tanto felici quanto noi eravamo tristi per l’incidente, contenti di aver trovato qualcosa per mettere in discussione le Guardie, le forze armate, il sistema. Le poche centinaia che hanno insultato l’immagine del generale Soleimani, sono il popolo iraniano? O questa folla di milioni di persone nelle strade?”, ha evidenziato ancora facendo riferimento alle proteste contro i Pasdaran.

Khamenei ha inoltre rivendicato il successo della risposta agli americani, con il lancio di missili contro le basi Usa in Iraq. “Abbiamo dato uno schiaffo all’America, agli arroganti, dando dimostrazione che Dio è con noi”. Nell’attacco, hanno reso noto nella notte fonti del Comando americano a Baghdad, sono rimasti feriti undici soldati.

Quanto all’accordo nucleare, Khamenei non è stato meno ruvido: “Non ho alcuna fiducia nel dialogo con l’Occidente sulle nostre attività nucleari e nei signori che stanno ai tavoli negoziali con guanti di seta sulle loro mani di ferro. Sono al servizio degli Usa. Il dialogo con loro è un inganno”. Tuttavia, “esclusi gli Stati Uniti, siamo aperti a dialogare con chiunque”.

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