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Driss Oukabir, 28 anni, è stato in Italia, a Viterbo, a cercare lavoro ospite di una donna, Silvia Acciaresi. In queste ore la donna, che ha parlato a Repubblica descrivendolo come un ragazzo assolutamente normale, religioso ma capace di concedersi eccezioni, è stata sentita dalla polizia. Perché Driss secondo la polizia catalana fa parte della cellula jiadista che ha compiuto la strage di Barcellona del 17 agosto. La sua foto è stata la prima a circolare dopo gli attentati.

La polizia lo cercava, lui si è consegnato spontaneamente: "Non sono io l'attentatore, mi hanno rubato i documenti", aveva detto. Probabilmente da suo Fratello, Moussa, 18 anni, morto dopo uno scontro a fuoco con la polizia. Moussa è stato parte attiva della cellula terroristica. Di Driss non si sa molto altro se non che è in stato di fermo dal giorno dell'attentato. 

Cosa si presentava su Facebook

Ma chi era? Facebook poche ore dopo l'attentato aveva oscurato il suo profilo. Sul popolare social network il suo nome era Driss Oukabir Soprano. Al suo vero nome quindi aggiungeva Soprano, forse ricordando la famosa serie televisiva che racconta la vita dei gangstar italoamericani, e alcuni riferimenti ad un gruppo rap chiamato Mafia Maghrebine. 

Il selfie, la foto in spiaggia

L'ultima foto l'aveva caricata appena due giorni fa, il 15 agosto alle 21.27. Lo ritrae in costume e in spiaggia, sotto un ombrellone, mentre indossa un paio di cuffie bianche. Nel suo profilo si leggeva che è originario di Marsiglia, ma che viveva a Ripoll, una piccola cittadina a nord di Barcellona, nella Catalogna interna, a pochi chilometri dal confine francese. La sua foto profilo era un selfie, come molte altre che si è scattato in questi anni, sempre di fronte a quello che sembra lo specchio di un bagno. In tutte le foto è sempre ben rasato e molto curato.

Il pitbull, la macchina, la Mafia del Magreb

Tra le foto che ha pubblicato si vedono un cucciolo di pitbull nero, probabilmente il suo cane con cui si è fotografato, e una una Peugeot grigia con il cofano anteriore aperto. L'unica foto che ricordava la sua probabile origine nordafricana è una bandiera dei berberi del Marocco, pubblicata mentre era a Ripoll, e una foto con delle bandiere marocchina e algerina su cui campeggiava la scritta 'Mafia Maghrebine'.

Sul suo profilo qualche giorno fa ha anche condiviso un video musicale di una cantante araba: l'unico aggiornamento aperto al pubblico, che in poche ore e' stato riempito di commenti e di insulti da parte degli utenti del social network. Fino a quando Facebook non ha deciso di oscurare la pagina. 

Lo aveva incontrato a Barcellona nel 2014, lo ha frequentato in Italia per due settimane mentre Driss Oukabir, 28 anni, in questo momento arrestato dalla polizia di Barcellona che sospetta faccia parte della cellula terroristica degli attentati del 17 agosto scorso, era da lei per cercare lavoro a Viterbo. “Niente di più, una semplice conoscenza” precisa Silvia Acciaresi, 43 anni che vive nella provincia viterbese. In questi giorni è stata interrogata dalla Digos che hanno scoperto un legame tra lei e Oukabir. Che è venuto in Italia a cercare lavoro. 

"Se è un terrorista giusto arrestarlo"

In un'intervista rilasciata a Repubblica parla del suo rapporto con Oukabir, fratello di Moussa, che ha preso parte attiva all’attentato terroristico prima di essere ucciso dalla polizia. “Non avrei mai immaginato quello che sarebbe successo – dice al quotidiano – In ogni caso se quell'uomo è un terrorista la polizia fa bene ad arrestarlo, con lui ho perso ogni contatto dal 2014". "Non è un mio amico", continua. "Poi io dell'attentato non ne sapevo nulla. Ho saputo di essere finita in questa storia enorme quando la Digos mi ha  chiamato e detto che dovevo presentarmi in questura. Lì ho appreso tutto".

"Una persona normalissima"

Era "una persona normalissima. Beveva birra, pregava alle ore che doveva pregare, molto religioso". Con Driss "non c'è stata alcuna relazione. Con Dirss è nata un'amicizia, ma nessuna storia d'amore come ho letto sui siti“ precisa. In Italia, "non è stato a casa mia ma in un bed and breakfast in paese. Posso confermarle che il biglietto aereo Ryanair gliel'ho pagato io, non perché avevamo una relazione ma perché volevo aiutarlo a trovare un lavoro in Italia. Non ha trovato lavoro, è andata via". 

 
 
 
 

Uno di loro, forse una donna, ha freddato da solo quattro terroristi in fuga a Cambrils dopo l'attentato di Barcellona, divenendo immediatamente l'eroe della settimana. Loro sono i Mossos d'esquadra, la polizia catalana che viene considerata la più antica d'Europa.

I Mossos (ragazzi della squadra in catalano) sono una forza di polizia fondata nella regione catalana nel 1721 come Squadre di cittadini che controllavano il territorio, le strade e i commerci; nel 1837 divennero una forza organizzata fino al 1939 quando, con l'avvento di Francisco Franco, furono sciolti perche' fedeli ai repubblicani catalani.

Il corpo fu nuovamente istituito nel 1950. Nel 1983 il Parlamento creò una polizia catalana che assorbì i Mossos. Dal 1994 si sono gradualmente sostituiti alla Guardia civile nella regione catalana, acquisendo funzioni di controllo del territorio e lasciando alla forza nazionale il controllo delle frontiere, dell'immigrazione e del terrorismo. Alcuni episodi di maltrattamento di arrestati, l'ultimo nel 2014, e l'uso un po' spavaldo di proiettili di gomma ha attirato su di loro diverse critiche negli anni passati.

Ralph Mesquita, 25 anni, non dimentica mai perché ha deciso di diventare un runner. Soprattutto ora che ha deciso di compiere una di quelle imprese che nessuno ha mai fatto e che, per il ragazzo belga ma di origine brasiliana, è diventata una missione. Il 5 luglio si è allacciato le scarpe, a Cape Nord, in Norvegia, e ha iniziato a correre. Ha pensato alla nonna, morta per colpa di alcune malattie legate all’obesità, e alla sua infanzia, fatta di diete poco riuscite e aneddoti infelici. Dopo 40 giorni di sforzi, Ralph è arrivato in Belgio. Ma non è che a metà del suo viaggio. Il traguardo è Tarifa, punta estrema della Spagna. 5200 chilometri da fare in 75 giorni. Per raccontare al mondo che l’obesità, soprattutto quella infantile, può essere combattuta. Basta volerlo.

Salvarsi, correndo

“La mia famiglia ha sempre sofferto di problemi di peso. Da bambino guadagnavo e perdevo chili continuamente. Un ciclo infinito. Alle elementari, alle medie e al liceo non sono mai riuscito a invertire la rotta”. Nonostante l’attività fisica saltuaria e qualche sporadica corsa. "Ricordo la prima, a 14 anni, in Tennesse, con papà". Neanche la morte della nonna, quando aveva 16 anni, fu in grado di fargli cambiare abitudini. L’alcool e le sigarette come diversivi; l’ambiente familiare come alibi; la paura di mettersi in gioco come motivo per non provarci veramente. Poi la svolta. “Mi sono reso conto che per il fattorino di PizzaHub ero diventato così familiare che mi chiamava per nome”.

Per Ralph è stato uno shock. Così, decide di provare a fuggire dai suoi problemi: “Sono sempre stato un amante dello sport. A vent’anni ho ripreso a correre e non ho più smesso. La corsa mi ha dato tempo per pensare; tempo per scoprire chi ero veramente; tempo per capire cosa volessi fare della mia vita”. Oggi, dopo 5 anni, è un runner semi-professionista, ospite fisso delle gare di media e lunga distanza, e sta finendo il percorso di studi per diventare fisioterapista.

Ralph ha iniziato come tutti. Facendo pochi chilometri alla volta e sfidando i propri limiti. L’attesa per la prima gara, invece, non l’ha vissuta proprio benissimo: “È stata una colour run. La notte prima della gara sono uscito e non ho dormito neanche un minuto. Sono arrivato ubriaco e ho fatto il percorso di gara tre volte”. Quindici chilometri in tutto. Non si accorge nemmeno che, nel primo giro, arriva terzo ma scopre di avere una passione per le distanze lunghe. Cinque mesi dopo, a Parigi, corre la sua prima maratona. Da allora ne ha fatto altre quattro. Oltre a moltissime altre gare.

Combattere l’obesità infantile, correndo

Poi la decisione di correre lungo tutta l’Europa: “Ho deciso di farlo per diversi motivi. Innanzitutto per comunicare qualcosa di positivo in un mondo che sta conoscendo troppo orrore”. Il viaggio di Ralph, con un team di accompagnatori, è documentato da una pagina Facebook ricca di testimonianze e sorrisi, sforzi e soddisfazioni, foto e video. Tutto raccontato di corsa, ovviamente. “Invito le persone a donare qualcosa. I fondi che raccoglierò saranno destinati interamente all’European Childhood Obesity Group che combatte l’obesità infantile”. 

Artur Mazur, presidente dell’associazione, ricorda sul sito del progetto come la prevenzione dell'obesità infantile sia una priorità per l’Europa: “Siamo sicuri che tali iniziative possano contribuire ad aumentare la consapevolezza tra i giovani e le famiglie. Speriamo di attirare l'attenzione su quello che bisogna fare, alimentazione compresa, per vivere in modo sano”. L'ultimo allarmante report dice che un ragazzo su tre, dai 6 ai 9 anni, mostra segni di obesità. 

Dare il buon esempio, correndo

Così, ogni giorno, Ralph macina chilometri superando confini e barriere e parlando di un’Europa più unita e felice. E corre pensando a Tarifa, alla nonna e al suo passato. Lo fa concedendo brevi interviste e godendo della compagnia di tante persone che, per un breve o lungo tratto, decidono di seguirlo. “Voglio spingere le persone a scendere dal divano e andare fuori. Credo sia l’unico modo per combattere la paura che ci circonda e ci attanaglia. Ma per convincerle che tutto ciò è possibile posso solo continuare a dare l’esempio”. 

“Love is…” scriveva Kim Casali sulle sue famose vignette negli anni ’60. Dopo qualche anno e uno studio psicologico che ha fatto il giro del mondo, quel celebre inizio di frase potrebbe essere completato con “…fare le domande giuste”. Nel 1997 lo psicologo Arthur Aron – si legge sul New York Times – dimostrò che è possibile far innamorare due sconosciuti in un’ora con un test di 36 domande divise in 3 gruppi, studiati per abbassare un po’ alla volta le difese dell’altra persona. 

L’amore analizzato in laboratorio

Venti anni fa Aron e i suoi colleghi pubblicarono un saggio sul Personality and Social Psychology Bulletin che si intitolava “Experimental Generation of Interpersonal Closeness” (Creazione sperimentale di intimità interpersonale). Volevano scoprire se fosse possibile creare un contesto artificiale, ‘da laboratorio’, in cui due sconosciuti potessero legare tra loro e costruire un’amicizia profonda, o addirittura un rapporto romantico, in meno di un’ora. Organizzarono così una serie di esperimenti con alcune coppie di persone che non si conoscevano. I due volontari entravano in una stanza vuota, si sedevano uno di fronte all’altro e cominciavano a rispondere a una lista di domande, 36 nello specifico. Arrivati alla fine i volontari dovevano guardarsi negli occhi per 4 minuti. La durata dell’incontro non doveva superare i 45.

Ecco le 36 domande per innamorarsi

 

Primo gruppo:

 1. Se potessi scegliere tra qualsiasi persona al mondo, chi inviteresti a cena? 

2. Vorresti essere famoso? Come? 

3. Prima di fare una telefonata, fai le prove di quello che dirai? 

4. Definisci qual è «Il giorno perfetto» per te? 

5. Qual è l’ultima volta che hai cantato da solo? E per qualcun altro? 

6. Se potessi vivere fino a 90 anni e per gli ultimi 60 anni avere o il corpo o la mente di un trentenne, quale dei due sceglieresti? 

7. Pensi mai al modo in cui morirai? 

8. Tre cose che tu e il tuo partner avete in comune. 

9. Qual è la cosa nella tua vita di cui sei più grato? 

10. Se potessi cambiare qualcosa nel modo in cui sei stato allevato, quale sarebbe? 

11. Racconta la storia della tua vita al tuo partner in 4 minuti nel modo più dettagliato possibile. 

12. Se potessi svegliarti domani con una particolare qualità, quale sceglieresti? 

Secondo gruppo:

13. Se una palla di cristallo potesse dirti la verità su te stesso, sulla tua vita o sul futuro o su qualsiasi altra cosa, che sceglieresti? 

14. C’è qualcosa che hai a lungo sognato di fare? Perché non l’hai fatta? 

15. Qual è il più gran risultato della tua vita? 

16. Per te cosa conta di più in un’amicizia? 

17. Qual è il tuo ricordo più caro? 

18. E il più terribile? 

19. Se sapessi che nel giro di un anno morirai cosa cambieresti nella tua vita? 

20. Cosa significa l’amicizia per te? 

21. Che ruolo gioca l’amore nella tua vita? 

22. Condividi con il tuo partner almeno cinque qualità positive reciproche.  

23. Quanto è stata affettuosa la tua famiglia? Ritieni che la tua infanzia sia stata in media più felice delle altre? 

24. Che rapporto hai con tua madre? 

Terzo gruppo:

25. Tu e il tuo partner fate tre affermazioni vere con il «noi». Per esempio: «Siamo entrambi in questa stanza e sentiamo…». 

26. Completa questa frase: «Vorrei aver avuto qualcuno con cui condividere…» 

27. Se tu diventassi amico del tuo partner quale segreto dovrebbe sapere di te? 

28. Dì al partner cosa ti piace di lui. 

29. Dividi con il partner un momento imbarazzante nella tua vita. 

30. Quand’è stata l’ultima volta che hai pianto davanti a qualcuno? E da solo? 

31. Sottolinea al tuo partner qualcosa che ti piace particolarmente di lui. 

32. Che cosa è troppo serio per scherzarci su? 

33. Se tu dovessi morire questa sera, qual è la cosa che rimpiangi di più di non aver detto a qualcuno? 

34. La tua casa brucia, hai tempo per salvare solo un oggetto, cosa sceglieresti e perché?  

35. Fra tutte le persone della tua famiglia, la morte di chi ti colpirebbe di più? 

36. Condividi un problema personale con il tuo partner e chiedigli aiuto per risolverlo. 

"Non strumentalizzate i nostri antenati". Lo stop a ogni tentativo di trasformare un pezzo di storia americana in una campagna per la supremazia bianca arriva dai discendenti di Robert E. Lee, Jefferson Davis e 'Stonewall' Jackson, i cui bis-bisnonni sono considerati dei personaggi-simbolo del sud confederato e razzista. Il messaggio lanciato dai bis-bisnipoti dei tre eroi dell'America confederale suona più o meno così: smantellate pure le statue, portatele nei musei e contestualizziamo storicamente quei monumenti, discutendo con il giusto distacco della guerra civile Usa.

Secondo Robert E. Lee V, bis-bisnipote del comandante in capo di tutte le forze confederate, una delle figure più venerate della storia militare Usa, le violenze dei suprematisti bianchi a Charlottesville sono da condannare. E intervistato dalla Cnn, Lee V junior ha suggerito una più "appropriata" localizzazione delle tre statue: "Forse", rileva, "sarebbe appropriato metterle in un museo, oppure contestualizzarle storicamente in qualche altro modo". 

"Il mio avo non avrebbe mai approvato le violenze"

La statua equestre in bronzo del generale Lee, che sorge in un parco di Charlottesville, è stata il luogo in cui i suprematisti bianchi, molti dei quali membri del Ku Klux Klan, si sono concentrati sabato scorso, attaccando violentemente la contromanifestazione organizzata dai movimenti antirazzisti. "Questa sorta di atti", stigmatizza Lee junior, che lavora come direttore atletico in una scuola della Virginia, "non puo' essere tollerata. Siamo fermamente convinti che il generale Lee non avrebbe sopportato una simile violenza. Vogliamo che tutti sappiano che la famiglia Lee vuole il bene della gente di Charlottesville". 

Nemmeno Lee voleva i monumenti

D'altronde, lo stesso generale Lee, nei suoi scritti, si è sempre opposto alla esposizione di statue che onorassero i generali della guerra civile: temeva che "lasciassero aperte le ferite della guerra". Lo storico Jonathan Horn ricorda che Lee fu spesso consultato quando era ancora in vita (morì nel 1870, per un ictus, 5 anni dopo la fine della guerra civile), sull'opportunità di erigere monumenti agli eroi della guerra di secessione. In particolare la questione riguardava come celebrare il suo braccio destro, il generale Thomas Jonathan Perez Jackson, soprannominato dallo stesso Lee 'Stonewall', cioé muro di pietra, per l'eccezionale determinazione e la cui morte segnò una svolta negativa per l'intera campagna sudista. Anche in quell'occasione Lee si mostrò estremamente riluttante riguardo all'iniziativa. 

"Sulla possibilità di erigere un simile monumento", scrisse nel 1866 al collega confederato, il generale Thomas Rosser, "la mia convinzione è che, malgrado ciò sarebbe gratificante per i sentimenti del Sud, l'iniziativa avrebbe l'effetto di continuare, se non di aggravare, le difficoltà in cui si trova la gente del Sud". Tre anni dopo, invitato a un incontro di ufficiali dell'Unione e della Confederazione, per l'inaugurazione di un monumento in onore dei caduti di Gettysburg, la battaglia che, di fatto, segnò l'inizio della fine per l'esercito sudista, Lee espresse così il suo parere: "Penso sarebbe più saggio non lasciare aperte le piaghe della guerra e seguire piuttosto l'esempio di quelle nazioni che si sforzano di dimenticare i segni della guerra civile e si impegnano a lasciarsi alle spalle le emozioni generate da quegli sconti".

Una statua di Davis c'è anche a Washington

A ritenere più giusta la collocazione delle statue confederate in un museo è anche Bertram Hayes Davis, bis-bisnipote di Jefferson Davis,  primo e unico presidente degli Stati Confederati d'America. Una statua del suo illustre antenato, installata in un parco di New Orleans è stata rimossa nel maggio scorso. "Togliamole dalla pubblica piazza", dice anche lui alla Cnn, "se risultano offensive e la gente non le gradisce. Mettiamole altrove, dove storicamente si può avere una collocazione contestuale e dove la gente può andare a vederle, per capire la storia e l'individuo".

Un'altra statua di Jefferson Davis è collocata a Washington, all'interno della National Statuary Hall, dentro il palazzo del Congresso, insieme a quella di Lee. A chi gli chiede se anche quella statua vada rimossa, Davis junior replica: "Sono state messe lì per una ragione". Davis infatti prima di essere presidente della Confederazione fu anche segretario alla Guerra degli Stati Uniti. "Penso", aggiunge, "che occorra valutare le loro vite per intero prima di decidere se queste persone appartengano o meno alla capitale e agli Stati Uniti". 

Tuttavia Davis junior afferma anche di capire come mai tanta gente si sia stancata dei simboli confederati, inclusa la bandiera. "A mio avviso", osserva, "la bandiera da guerra confederata è stata sventolata da quel gruppo di razzisti e dovrebbe stare in un museo come una bandiera militare e non essere la bandiera degli Stati confederati d'America".

I discendenti di 'Stonewall'? "Ci vergogniamo"

Sulla stessa linea si muove anche il pensiero di William Jackson Christian e Warren Edmund Christian, due uomini che dicono di essere i bis-bisnipoti di 'Stonewall' Jackson. I due hanno scritto una lettera aperta al sindaco di Richmond, chiedendogli di rimuovere la statua di Jackson da una delle principali strade della stessa capitale della Virginia. "La gente calata su Charlottesville lo scorso weekend", sottolineano nella missiva, "ha solo voluto fare una nuda dimostrazione di forza in favore della supremazia bianca. Scriviamo per sostenere che noi consideriamo la giustizia in modo molto diverso dal nostro bis-bisnonno e intendiamo chiarire che la sua statua non ci rappresenta". 

I due aggiungono di non poter "ignorare che lui possedeva schiavi, che aveva deciso di combattere per la Confederazione e, infine, che era un uomo bianco che si batteva per la supremazia dei bianchi". E concludono: "Mentre non ci vergogniamo del nostro grande bis-bisnonno, ci vergogniamo invece di trarre beneficio dalla supremazia bianca, mentre la nostra famiglia nera e i nostri amici soffrono. Ci vergogniamo di questo monumento". 

 

Che l'Italia fosse nel mirino dell'Isis non è una novità. Tutti ricordano le minacce dirette a Roma (e la reazione ironica dei romani) di due anni fa, con tanto di hashtag #We_Are_Coming_O-Rome. Dopo l'attentato di Barcellona, però, la possibilità di un attentato in Italia sembra assai più concreta. E più concrete sembrerebbero le nuove minacce rilanciate da Site, l'associazione di monitoraggio dei network jihadisti guidata da Rita Katz.

I precedenti

"Agli inizi di aprile di due anni fa, nel 2016", ricorda La Repubblica, "le minacce con il riferimento alla capitale erano state diffuse in un messaggio audio del portavoce Abu Hassan al-Muhajir: 'Quando verrà l'alta marea sarà la conquista di Bagdad, Damasco, Gerusalemme, Amman, Costantinopoli, Teheran e Roma'. Il 28 aprile circolavano invece sul web foto con messaggi minacciosi a firma Islamic State sullo sfondo di alcuni luoghi-simbolo italiani, sia di Roma che di Milano. E in una foto, scattata in autostrada nel Milanese, si leggeva l'indicazione "Venezia". Ma per i servizi non c'erano 'nuovi concreti elementi di allarme'. Le foto – aveva riferito allora Katz – erano circolate su account Twitter di sostenitori dell'Isis".

"L'Italia è un target potenzialmente privilegiato sotto un profilo politico e simbolico/religioso, terreno di coltura di nuove generazioni di aspiranti mujahidin, che vivono nel mito del ritorno al califfato e che, aderendo alla campagna offensiva promossa da Daesh, potrebbero decidere di agire entro i nostri confini", avevano fatto sapere i Servizi segreti italiani a marzo 2016. "Il 20 gennaio di quest'anno", prosegue il quotidiano, "un filmato era poi stato diffuso da Halab Wilayah, Centro media del governatorato di Aleppo: in un cielo inquietante che annunciava allo stesso tempo distruzione e una nuova alba, compariva l'immagine dell'Anfiteatro Flavio conquistato dalle bandiere nere islamiche: "La promessa sarà mantenuta: conquisteremo Roma"

"A febbraio era girata anche un'intervista del fondamentalista islamico inglese Anjem Choudary, in cui minacciava lo Stato italiano annunciando che i combattenti del Daesh "conquisteranno Roma per affermarvi la Sharia", prosegue ancora La Repubblica, "a giugno è stata la volta del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, accusato dal Califfato per la influente presenza del nostro Paese in Libia. Un video pubblicato su Youtube e intitolato "Stato islamico – questo è ciò che abbiamo promesso ad Allah e al Suo Messaggero" contiene molteplici minacce all'Italia, agli Stati Uniti e a tutti i Paesi che in questi anni stanno cercando di debellare Daesh".

Espulsi due marocchini e un siriano

"Intanto il Viminale prosegue e intensifica la politica delle espulsioni dei cittadini stranieri ritenuti potenzialmente pericolosi", si legge sul Sole 24 Ore, "ora è stata la volta di due marocchini ed di un siriano. Con questi rimpatri, 70 nel solo 2017, salgono a 202 i soggetti gravitanti in ambienti dell’estremismo religioso espulsi con accompagnamento nel proprio Paese dal gennaio 2015 ad oggi".

Anche dopo l’attentato di Barcellona, non è cambiato in Italia l’attuale livello di allerta 2, che è già al massimo grado, un gradino sotto a quello dell’'attacco in corso'. Ma il ministero dell'Interno "ha chiesto alle Forze di tenere elevato il livello di vigilanza, rafforzando sul territorio le misure di sicurezza a protezione degli obiettivi ritenuti più a rischio, soprattutto nei luoghi turistici".

Misure di sicurezza rafforzate 

"Una delle decisioni emerse dal comitato per l’ordine e la sicurezza riunitosi in prefettura a Roma è il rafforzamento del presìdi nei luoghi considerati più sensibili. Prevista anche una 'stretta' con controlli maggiori su veicoli come camion e Ncc (le vetture di autonoleggio). Sono stati predisposti inoltre per il periodo estivo ulteriori misure di sicurezza nelle località balneari di Anzio e Nettuno", spiega il quotidiano economico-finanziario, "nella Capitale potrebbero essere presto installate nuove barriere nei luoghi particolarmente affollati o zone pedonali. Tra le ipotesi in campo che verranno valutate in una tavolo ad hoc tra Campidoglio e prefettura di Roma c'è la possibilità di installare barriere (new jersey o fioriere) in via del Corso e in via dei Fori Imperiali. A Milano sono state rafforzate ulteriormente le misure di sicurezza posizionando nuove barriere agli accessi laterali della Galleria Vittorio Emanuele, accanto a piazza Duomo. Presto ne arriveranno altre nella zona della Darsena e dei navigli".

Buona la prima per Juventus e Napoli, che iniziano il campionato travolgendo, in casa i bianconeri e in trasferta i partenopei, Cagliari e Verona con un 3-0 e un 3-1. A rendere, a suo modo, storica questa serata di anticipi è il debutto in Serie A del 'Var' (Video Assistant Referee), ovvero di un assistente addizionale che verifica, dalle riprese video, se la decisione dell'arbitro è stata corretta. Un esordio sul quale gli appassionati di calcio non potranno non ironizzare, essendo coinciso con l'assegnazione di un rigore, in un primo momento non dato, contro quei bianconeri che le altre tifoserie accusano di godere di iniqui favori arbitrali.

 "Ci voleva la Var per un rigore contro la Juve…", è stato per molti un commento spontaneo quando, nel corso del primo tempo che ha aperto il campionato di A 2017-2018, è stato assegnato un penalty a favore dei sardi dopo l'intervento dell'arbitro addetto alla videoassistenza, che ha indotto il direttore di gara a rivedere la prima decisione. Il fallo in area ai danni di un attaccante isolano non era stato infatti rilevato dall'arbitro Maresca, che aveva invece assegnato un calcio d'angolo al Cagliari nonostante le proteste dei rossoblu.

L'attenzione di Maresca è stata però richiamata via auricolare dall'addetto alla Var (in questo caso si trattava dell'arbitro Valeri), che ha ritenuto diversamente. E, come da regolamento, il direttore di gara ha fermato il gioco e disegnato con i gesti per aria un quadrato per indicare il monitor che andava a controllare. E ne è scaturita l'assegnazione del rigore a favore del Cagliari, che aveva avuto così la possibilità di pareggiare il gol bianconero realizzato da Mandzukic. Dell'esecuzione se n'è incaricato Farias ma Gigi Buffon ha neutralizzato il tiro respingendolo. Di lì a poco è arrivato il secondo gol della Juve.

Ma non chiamatela moviola in campo

Il 'Var' viene spesso confuso con la cosiddetta "moviola in campo". Si tratta  peròdi due cose differenti. La 'moviola in campo' può essere utilizzata per focalizzarsi su ogni singolo episodio e su ogni decisione arbitrale. Il Var è invece usato solo per quattro generi di decisioni: assegnazione di un gol, assegnazione di un rigore, espulsioni e i possibili scambi di persona.

Anche l'altro anticipo di A avrebbe dovuto segnare una 'prima' importante, ovvero la sperimentazione del pensionamento della tessera del tifoso. Si è però deciso di soprassedere dati i rapporti non troppo idilliaci tra tifosi veronesi e napoletani. Questi ultimi hanno infatti potuto accedere solo se in possesso della tessera.

In Europa e in Russia torna l'incubo del terrorismo islamico. In meno di due giorni cinque attacchi di matrice jihadista (vera o presunta) hanno interessato la Spagna, la Germania, la Finlandia e la Russia. Attentati con un furgone, auto e coltelli hanno provocato 17 morti (14 a Barcellona, 1 a Cambrils e 2 a Turku) e decine di feriti.

Cronologia degli eventi
 

Spagna

  • Barcellona – Alle 17.05 di giovedì 17 agosto (qui la nostra diretta) un furgone si è scagliato sulla folla tra le Ramblas, un'area di Barcellona costellata di locali e popolata di turisti, nei pressi del mercato della Boqueria. Il furgone ha proseguito a zig zagper circa settecento metri lasciando a terra i corpi straziati di centinaia di persone. 13 sono morte, oltre 100 i feriti, 15 dei quali "in condizioni disperate". Il mezzo ha proseguito fino ad un mosaico di Joan Mirò quando gli uomini a bordo lo hanno abbandonato. 
  • Cambrils – Alle 2 di notte circa di venerdì 18 agosto, la polizia catalana ferma e uccide cinque sospetti nella città di Cambrils, 100 chilometri a sud della capitale catalana. Gli uomini erano a bordo di un’Audi A3. Indossavano cinture esplosive poi risultate false. 

Finlandia

  • Turku – Poco dopo l'ora di pranzo di venerdì 18 agosto un maropcchino di 18 anni inizia a menare fendenti con un coltello fra la folla di piazza Puutori, dove c'è anche un mercato. Ferisce otto persone e uccide due donne, una di 15 anni e una di 67, prima che venga neutralizzato dall'intervento delle forze dell'ordine che glui sparano alle gambe e lo arrestano.

Germania

  • Wuppertal – Nella cittadina a circa 30 km ad est di Dusseldorf alle 14.45 di venerdì presso la stazione un uomo di origini irahcene di 31 anni viene accoltellato a morte mentre il fratello di 25 è ferito gravemente. Immediatamente in tutto il Paese si diffonde l'allarme terrorismo. La polizia arresta due adolescenti di 14 e 16 anni di origine siriana ed esclude il movente di tipo terroristico, precisando che si cercano due uomini, di 23 e 29 anni, collegati all'episodio. 

Russia

  • Surgut – Un russo di 23 anni aggredisce nella mattina di oggi, sabato 19 agosto, i passanti in una via della città siberiana. L'uomo, ucciso dalla polizia, era un residente locale e, malgrado "gli inquirenti stanno verificando le informazioni su possibili problemi psicologici", arriva la rivendicazione dell'isis. Quattro dei sette feriti – tra i 27 e i 77 anni – sono in gravi condizioni, uno è stabile e gli altri due sono stati già dimessi.

Era la Sagrada Familia, uno dei monumenti più iconici di Barcellona, l'obiettivo principale della cellula jihadista che giovedì sera ha seminato il terrore sulla Rambla, uccidendo 13 persone. È una delle principali rivelazioni emerse dalle indagini sull'attentato che ha sconvolto la Spagna. Indagini dalle quali continuano però ad arrivare notizie contraddittorie: per il governo la cellula è stata debellata; i Mossos d'Esquadra, la polizia catalana, sono invece ancora a caccia del ventiduenne marocchino Younes Abouyaaqoub. Inizialmente dato per morto, il giovane è considerato l'uomo alla guida del furgoncino piombato sui turisti in una delle aree più frequentate della città.

Il Piano A: distruggere la cattedrale

Fonti investigative hanno riferito a El Confidencial che il 'Piano A' dei terroristi era causare una "esplosione enorme" alla Sagrada Familia. La cellula intendeva far saltare in aria furgoni carichi di Ttap e bombole per distruggere la cattedrale progettata da Gaudì, principale simbolo della città. La Sagrada Familia era l'ossessione del gruppo e il suo unico obiettivo iniziale, scrive il quotidiano. La casa-santabarbara a Alcanar è saltata in aria quando la cellula era nella fase finale della preparazione dei potenti ordigni e tra le macerie sono state trovate 106 bombole.

Il conducente del furgone è ancora ricercato

Inizialmente era stato dato per morto insieme ai suoi compagni. Invece i Mossos d'Esquadra sono ancora a caccia di Younes Abouyaaqoub, un 22enne marocchino, che si sospetta fosse l'autista del furgone bianco che ha dipinto di sangue la Rambla. In un primo momento si riteneva che alla guida ci fosse il 17enne Moussa Oukabir, il cui corpo è stato identificato tra quelli dei cinque terroristi uccisi dalla polizia nella notte tra giovedì e venerdì' nel nuovo attacco verificatosi nella cittadina di Cambrils.m Si ipotizza che possa aver raggiunto la Francia in auto.

Ma per Madrid "la cellula è stata smantellata"

Secondo il ministro dell'Interno spagnolo, Juan Ignacio Zoido, "possiamo dire che la cellula è stata smantellata. Ma Barcellona contraddice Madrid. Non solo proseguono le ricerche per giungere alla cattura di Abouyaaqoub ma – fa sapere il ministro dell'Interno catalano, Joaquim Forn – le persone ancora ricercate "sono due o tre".

Nel covo dei terroristi

Complessivamente i Mossos d'Esquadra hanno individuato una cellula di 12 giovani radicalizzati di origine marocchina, che vivevano nella cittadina catalana di Ripoll. Un'esplosione accidentale mercoledì notte ha però sconvolto i loro piani di morte: dei 12, cinque sono stati uccisi a Cambrils, due sono morti nell'esplosione di Alcanar e quattro (tre marocchini e uno spagnolo) sono stati arrestati. Nel covo c'erano un centinaio di bombole di gas e sono state trovate tracce del potente esplosivo rudimentale Ttap (perossido di acetone), già usato dall'Isis per le stragi di Parigi, Bruxelles e Manchester, abbastanza per riempire tre camion-bomba. I terroristi volevano noleggiare un furgone più grande di quello che ha fatto strage sulla Rambla, ma gli fu negato perché erano troppo giovani e senza il numero di anni di patente necessari. 

Perquisita la casa dell'imam di Ripoll

I Mossos d'Esquadra stanno inoltre indagando sull'eventuale ruolo negli attentati di Abdelbaki Es Satty, l'imam di Ripoll, la cittadina catalana da cui proveniva la maggior parte dei componenti della cellula coinvolta negli attacchi. La polizia catalana venerdì notte ha perquisito la sua abitazione in calle de Sant Pere in cerca, tra le altre cose, di tracce di Dna perché sospetta che Satty sia morto nell'esplosione accidentale nell'appartamento a Alcanar usato dai terroristi per preparare gli attentati.
Satty, 40 anni, ha lasciato l'incarico da qualche mese, hanno spiegato al Pais i fedeli della moschea, che da allora si occupano in forma autonoma di condurre le preghiere. Secondo la polizia la preparazione degli attacchi era iniziata proprio qualche mese fa. Venerdì nell'appartamento la polizia ha trovato un'altra persona che ha dichiarato che l'uomo è partito martedì scorso per il Marocco, dove si trovano la moglie e i figli. I vicini di casa non avrebbero notato movimenti strani negli ultimi giorni né osservato segnali di radicalizzazione.

 

 
 
 

 

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