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Raffaele Cantone ha deciso di lasciare l’Autorità anticorruzione e “tornare a frae il magistrato”. Lo ha annunciato lo stesso presidente dell’Anac con una nota pubblicata sul sito dell’authority

“Dopo oltre cinque anni, sento che un ciclo si è definitivamente concluso, anche per il manifestarsi di un diverso approccio culturale nei confronti dell’Anac e del suo ruolo” scrive. “Sono entrato in magistratura nel 1991 quando avevo ventotto anni, tanti quanti ne sono passati da allora a oggi. In pratica ho trascorso metà della vita indossando la toga, divenuta nel tempo una seconda pelle. Ho sempre considerato la magistratura la mia casa, che mi ha consentito di vivere esperienze straordinarie dal punto di vista umano e professionale, a cominciare dal periodo alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli.Per queste ragioni ho ritenuto fin dall’inizio il mandato di Presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione una parentesi, per quanto prestigiosa ed entusiasmante”.

Cantone parla di una “convinzione maturata progressivamente” e rivela di aver fatto richiesta al Consiglio superiore della magistratura per un incarico direttivo presso tre uffici giudiziari. “Nelle ultime settimane le dolorose vicende da cui il Csm è stato investito hanno tuttavia comportato una dilazione dei tempi tale da rendere non più procrastinabile una decisione” ha spiegato.

Cantone ha già “avanzato formale richiesta di rientrare nei ruoli organici della magistratura”. Un atto, scrive “che implica la conclusione del mandato di Presidente dell’Anac, che diverrà effettiva non appena l’istanza sarà ratificata dal plenum del Csm”. Da magistrato tornerà quindi all’Ufficio del massimario presso la Corte di Cassazione, dove prestava servizio prima di essere designato all’unanimità dal Parlamento all’Enac.

Si tratta, dice, di “una decisione meditata e sofferta”. “Sono grato dell’eccezionale occasione che mi è stata concessa ma credo sia giusto rientrare in ruolo in un momento così difficile per la vita della magistratura. Assistere a quanto sta accadendo senza poter partecipare concretamente al dibattito interno mi appare una insopportabile limitazione, simile a quella di un giocatore costretto ad assistere dagli spalti a un incontro decisivo: la mia indole mi impedisce di restare uno spettatore passivo, ancorché partecipe”.

“Lascio la presidenza dell’Anac con la consapevolezza che dal 2014 il nostro Paese ha compiuto grandi passi avanti nel campo della prevenzione della corruzione, tanto da essere divenuta un modello di riferimento all’estero. La stessa Autorità nazionale anticorruzione, istituita sull’onda di scandali ed emergenze, rappresenta oggi un patrimonio del Paese. Sono circostanze che dovrebbero rappresentare motivo di orgoglio per l’Italia, invece sono spesso poco riconosciute come meriterebbero”.

“Naturalmente la corruzione è tutt’altro che debellata ma sarebbe ingeneroso non prendere atto dei progressi, evidenziati anche dagli innumerevoli e nient’affatto scontati riconoscimenti ricevuti in questi anni dalle organizzazioni internazionali (Commissione europea, Consiglio d’Europa, Ocse, Osce, Fondo monetario) e dal significativo miglioramento nelle classifiche di settore”.

So di lasciare l’Autorità in buone mani, mi auguro in ogni caso che nei tempi tecnici necessari a formalizzare il rientro in magistratura sarà possibile procedere alla nomina del mio successore.

Ringrazio quanti in questi anni, con sacrificio e spirito di abnegazione, hanno consentito di ottenere i risultati raggiunti. Sono certo che grazie al loro impegno sarà possibile assicurare la debita continuità col lavoro svolto finora.

“Non voterò mai per un governo con i 5 stelle o con la Lega”. Lo ha detto Matteo Renzi a Omnibus su La7. L’ex premier ha poi sottolineato: “non penso proprio di uscire da un partito che è il mio partito. Se poi qualcuno vuole fare l’accordo con i 5 Stelle, lo faccia pure”, ma io “non voterei un governo con i 5 Stelle, vorrei che il Pd facesse l’opposizione”. 

“Non ci sono le condizioni per revocare nè rinviare lo sciopero” dei trasporti programmato per il 24 e il 26 luglio. Filt Cgil, Fitcisl e Uiltrasport lo hanno detto durante il tavolo in corso al Mit con il ministro Danilo Toninelli che aveva chiesto alle organizzazioni sindacali un rinvio dopo i disagi di ieri. Fonti presenti all’incontro hanno spiegato che non ci sono le condizioni neanche per un rinvio. Le sigle sindacali accolgono invece la proposta di un tavolo che apra il confronto sulle problematiche e sulla mancanza di regole su concorrenza e dumping contrattuale, per scongiurare ulteriori scioperi. 

Un ragazzo di 26 anni alla guida di un furgone carico si anfetamine si è andato a chiantare contro un’auto della polizia alle porte di Sydney. L’incredibile episodio si è concluso con l’arresto del giovane che sul van portava 237 chili di una droga sintetica conosciuta come ‘ghiaccio’ per un calore di circa 140 milioni di dollari. 

Un video ripreso dalle telecamere di sicurezza mostra un van bianco che finisce la sua corsa su un’auto della polizia parcheggiata fuori da un commissariato in un sobborgo della metropoli australiana.

La polizia che nel giro di un’ora ha arrestato il sospetto che si aggirava a piedi a poca distanza dalla scena dell’incidente è accusato di detenzione di ingente quantità di droga e guida pericolosa. Nell’incidente non ci sono stati feriti. 

Ermir Lushnjari, albanese naturalizzato italiano, 8 anni fa ha conquistato con fatica e pazienza la sua cittadinanza. E oggi aiuta gli stranieri che devono districarsi in quella giungla della burocrazia italiana per arrivare pronunciare il tanto atteso giuramento. Come ci riesce? Con un’app gratuita e semplice da usare. “A prova di bambino”, dice all’Agi Ermir, 36 anni, consulente legale.

Lanciata nel febbraio 2018, l’app, che si chiama Caj Mali come “un tè di montagna di facile preparazione”, conta oggi 10 mila utenti in più di 80 Paesi del mondo. “Sono perlopiù persone sposate con un cittadino italiano e residenti all’estero”. Lo strumento “si propone di fornire agli utenti informazioni utili e complete o semplicemente permettendoti di verificare a che punto sia la tua pratica”.

Nello specifico l’app ha 4 funzioni:

  1.  Controllo pratica
  2.  Info cittadinanza
  3.  Sollecita la domanda
  4.  Assistenza

Con il “controllo pratica” l’utente si collega direttamente con il portale del ministero dell’Interno per verificare l’andamento della sua domanda. Potrebbe farlo anche senza l’app ma il processo non è così intuitivo “richiede 4 passaggi e la capacità di orientarsi sul web. Io fornisco il link diretto”.

Nella sezione “info cittadinanza”, invece, “spiego e riassumo in modo veloce e chiaro la normativa sulla richiesta di cittadinanza”. Se la pratica va per le lunghe o se c’è necessità di richiedere chiarimenti non c’è bisogno di andare da un legale o dal Caf e pagare perché  l’app “fornisce 5 lettere raccomandate per inviare solleciti o per chiedere il casellario penale, individuando l’indirizzo dell’ufficio competente in base al codice di avviamento postale dell’utente”.

“Basta scaricare il modulo, firmarlo e presentarlo allo sportello”, spiega Lushnjari. Infine, si è messo lui stesso, Ermir, a disposizione degli utenti indecisi che possono contattarlo su Whatsapp. Una funzione, questa, destinata a sparire: “Troppe  telefonate, e poi dopo un anno so quali sono le informazioni che chiedono maggiormente gli utenti, le inserirò nell’app”.

Di una cosa è certo Ermir: “Non è facile per un italiano avere a che fare con la burocrazia italiana, figurarsi per uno straniero”. Sono 170mila gli stranieri che ogni anno fanno domanda per ottenere la cittadinanza. E di questi, circa 30mila sono albanesi. Tra gli scogli più grandi, spiega Ermir, c’è quello di consegnare la documentazione della data del primo ingresso in Italia e poi dei periodi di soggiorno. “Bisogna recarsi nei singoli comuni in cui si è vissuto per avere le date e trasmetterle al ministero dell’Interno, che a sua volta fa delle verifiche presso i database dei comuni. Mi chiedo: al Ministero non basterebbero i dati anagrafici per ottenere queste informazioni ed evitare sprechi di tempo?”.

Ermir è in Italia dal 1999, quando scappò a bordo di un barcone da un’Albania ridotta al caos, entrando nel nostro Paese da clandestino per ricongiungersi ai familiari. “Oggi mi scuso per questo, ma non c’erano molte alternative. Oggi mezzo milione di albanesi vive qui e la maggior parte sono entrati illegalmente. Non lo abbiamo fatto perché volevamo sfidare le leggi, non lo abbiamo fatto con arroganza, ma eravamo senza alternativa”.

Di fatto “molti miei connazionali erano obbligati a vivere da clandestini aspettando la sanatoria di turno. Sarebbe stato tutto più semplice se ci fossero stati dei visti di lavoro: nessuno avrebbe rischiato la vita in mare, peraltro alimentando la criminalità. E noi avremmo pagato volentieri l’ambasciata italiana anziché dare quei soldi allo scafista”.

Arrivato in Italia, Ermir ha iniziato a lavorare in una falegnameria. Vi è rimasto per 11 anni, pagandosi prima la scuola superiore e poi la facoltà di Giurisprudenza. Per anni ha lavorato di giorno e studiato di sera e nei weekend. “Ero molto motivato e quell’esperienza mi ha insegnato molto. So cosa vuol dire essere dall’altro lato della scrivania, quello più scomodo”.

L’amore di Ermir per l’Italia è nato molto prima di quel viaggio della vita. “Noi albanesi vediamo l’Italia come un punto di riferimento. Sophia Loren, Celentano, Fellini, sono sempre stati dei miti per mio padre, ma anche per me”. Al contrario, “l’Italia ha sempre avuto un rapporto con l’Albania come quello che si ha con un cugino di 4 grado: ci conosce, ma ci guarda con indifferenza”. Eppure la comunità è integrata attivamente nella vita sociale.

“Molti albanesi li trovi in diversi settori: imprenditoria, arte, sport, nel mondo accademico. E anche in politica: nelle ultime elezioni sono stati circa 150 candidati per consigliere comunali e con partiti diversi, sia del centro destra che di centro sinistra. Abbiamo avuto persino una candidata italo albanese (per la prima volta) per le europee”. A proposito dei rapporti tra i due Paesi “c’è un libro di Indro Montanelli che leggo e rileggo come un cristiano fa con la Bibbia: si intitola “Albania, una e mille”. Lo consiglio a chiunque pensi che Tirana e Roma siano distanti anni-luce”

Huawei ha aiutato il governo della Corea del Nord a costruire e mantenere una delle reti telefoniche più repressive al mondo. Si chiama Koryolink, e secondo dei documenti esclusivi di cui il Washington Post è entrato in possesso, ha visto il coinvolgimento dell’azienda cinese per almeno otto anni, in collaborazione con un’altra società: la Panda International Information Technology, di proprietà del governo cinese.

Ma la notizia arriva in un momento delicato per Huawei, che da tempo sta cercando di guadagnarsi la fiducia dei governi occidentali, dopo essere stata ripetutamente accusata dagli Stati Uniti di essere asservita alle mire dell’intelligence di Pechino.

A maggio di quest’anno, l’azienda cinese è stata inserita nella lista nera statunitense delle aziende straniere, ottenendo di fatto un divieto di esportare o importare prodotti dal mercato americano. E oggi un divieto ancora precedente potrebbe costare caro alla società per le telecomunicazioni: come evidenziato dal Post, in passato Huawei ha utilizzato anche componenti prodotti negli Stati Uniti.

È quindi possibile che Washington vorrà accertare se questi siano finiti oltre il Trentottesimo Parallelo, dove vige un divieto di commercio imposto in virtù delle sperimentazioni nucleari condotte da Pyongyang.

Huawei si è affrettata a replicare con un comunicato, nel quale dichiara di “non avere alcuna presenza d’affari” in Corea del Nord. Tuttavia, il suo portavoce, Joe Kelly, non ha risposto alle domande di chiarimenti in merito a precedenti collaborazioni con Pyongyang o ad attuali partnership con aziende intermediarie.

Per consentire ulteriori approfondimenti della vicenda, i giornalisti del Washington Post hanno deciso di mettere in condivisione i file da loro ottenuti da fonti riservate su una piattaforma pubblica. I file, la cui autenticità non è finora stata smentita dall’azienda, consistono in due fogli di lavoro che identificano codici, nomi e fornitori di centinaia di progetti.

“Le informazioni in questi fogli di lavoro sono state fornite da un ex dipendente di Huawei, che le ha divulgate sotto garanzia di anonimato”, si legge nella descrizione dei file: “I documenti ottenuti dal Washington Post illustrano come l’azienda tecnologica cinese Huawei, insieme all’azienda cinese Panda, abbia contribuito silenziosamente alla costruzione e alla manutenzione della prima rete wireless commerciale 3G della Corea del Nord, Koryolink”. Altri documenti condivisi dal giornale, tra cui contratti e ordini di acquisto, dimostrano il ruolo di Huawei nella creazione di questa rete.

All’interno dei file la Corea del Nord è indicata con la sigla “A9”. Allo stesso modo, anche Siria e Iran sono denominate con una sigla. Secondo quanto ricostruito dalle fonti del Post, questo metodo sarebbe stato utilizzato probabilmente proprio per non scrivere in chiaro i nomi di quei Paesi, su cui gravano le sanzioni internazionali.

Come funziona Koryolink

Entrato in funzione nel 2008, Koryolink è un Internet Service Provider che serve la gran parte degli abbonati della Corea del Nord. Unico operatore disponibile a Pyongyang – tra i pochi presenti nel Paese – è stato creato dalla società egiziana Orascom Telecom, per rispondere all’esigenza di creare un’infrastruttura per le telecomunicazioni che fosse facilmente controllabile e altrettanto difendibile da tentativi di spionaggio esterni.

Il servizio si basa su due tipi di abbonamento: gli utenti domestici, che possono chiamare altri abbonati domestici ma non effettuare chiamate internazionali o accedere a Internet, e gli utenti internazionali, che possono effettuare chiamate verso qualsiasi parte del mondo a eccezione dei numeri domestici e accedere a qualsiasi sito web a eccezione di quelli della rete intranet statale, come ricostruito dall’agenzia 38 North, che ha collaborato con il Post nell’inchiesta.

Questo metodo di separazione tra gli utenti serve di fatto per controllare in modo più efficace il flusso di informazioni trasmesse. Tuttavia, esiste anche una terza tipologia di utilizzatore, denominata “special user”, utilizzata dalle forze governative e progettata per essere protetta dal rischio di intercettazioni, che sarebbe stata protetta proprio dalle tecnologie di Huawei: “La richiesta iniziale era quello di supportare mille telefoni cellulari, che probabilmente rappresentano i vertici della leadership nordcoreana” – spiega 38 North -. “Le autorità nordcoreane non erano apparentemente disposte a fidarsi di un sistema sviluppato da un paese terzo e hanno optato invece per un sistema di crittografia sviluppato localmente. Possiamo presumere che ciò sia stato fatto per paura di backdoor che avrebbero permesso agli intercettatori di ascoltare le comunicazioni, anche se i sistemi proprietari sviluppati internamente non sono sempre più sicuri degli standard accettati e controllati a livello internazionale”.

Oggi i rapporti tra Huawei, che da tempo cerca di riabilitare la sua immagine internazionale, e gli Stati Uniti, potrebbe complicarsi ulteriormente. Al momento non sono ancora pervenuti commenti ufficiali da Washington, anche se fonti citate dal Post parlano di “grave preoccupazione”.

Il Dipartimento per il Commercio statunitense ha indagato per gli ultimi tre anni sulle possibili relazioni tra Corea del Nord e Huawei, senza mai trovare una prova e finendo per mettere da parte l’indagine. Che potrebbe ripartire proprio grazie all’inchiesta del Post.

Il calciatore portoghese non dovrà affrontare le accuse per un presunto stupro di 10 anni fa in un hotel a Las Vegas, negli Stati Uniti, lo ha dichiarato il procuratore in una nota. “Sulla base della revisione delle informazioni presentate, le accuse di abuso sessuale contro Cristiano Ronaldo non possono essere dimostrate oltre ogni ragionevole dubbio”, afferma il testo. 

Kathryn Mayorga, che ora ha 35 anni, aveva accusato il cinque volte vincitore del Pallone d’Oro l’avesse stuprata il 13 giugno 2009 nella sua camera d’albergo a Las Vegas, nonostante avesse rifiutato le sue avances e protetto il suo sesso con le tue mani.

L’attaccante della Juventus di Torino, all’epoca giocatore del Real Madrid, ha sempre negato queste accuse. La polizia di Las Vegas nel corso delle indagini aveva chiesto un campione di DNA al giocatore tramite le autorità italiane. 

Il velo delle donne islamiche diventa una bandiera dello sport. Lo raccontano Noor Ahmed e Nor “Phoenix” Diana, un’americana musulmana, che gioca a golf al campionato del college e una malese che brilla nella lotta professionistica.

Noor Ahmed, nata ad Austin, Texas,  vent’anni fa, ha imparato si da piccola a non temere la sua diversità. Dopo le minacce fisiche che ha subito a Sacramento da giovanissima, “dopo gli insulti con ogni parolaccia razzista che si può immaginare”, oggi, al college, all’University of Nebraska-Lincoln, può guardare negli occhi i coetanei e contrastare qualsiasi sguardo, risolino e bisbiglio di scherno e disapprovazione alla sua mise. Nulla può contro la vigliaccheria dei killer da tastiera dei social network.

Ma lei insiste, convinta delle proprie ragioni: “Anche se me ne dicono di tutte, anche se a parole vorrebbero escludermi dallo sport, anche se sostengono che noi musulmani non abbiamo diritto di esistere in America, anche se mi invitano a tornarmene a casa mia, io che sono americana come loro, sono testarda e faccio la mia vita, da studentessa e da golfista. Anzi, trovo proprio in quelle parole il fuoco che mi serve per migliorarmi”. Del resto, in seconda media ha deciso lei di indossare l’hijab, non gliel’hanno imposto i genitori o la sua comunità. “Una donna deve vestirsi con modestia”. A costo di veder sparire il giorno dopo molti dei supposti amici, più impauriti di lei di essere additati come diversi, o come anti-americani.

Figurarsi se una persona così forte poteva fermarsi davanti alla sfida dello sport. Figurati se non si accorgeva di una disciplina intimista come il golf. Noor Ahmed l’ha scoperto a 8 anni, sul campo pratica dell’Empire Ranch Golf Club, a Folsom, Sacramento, dov’è cresciuta.

Presto ha capito che è il percorso ideale per chi, come lei, chiede un premio al suo impegno. Anche se ha dovuto imparare a coesistere con gli altri, grazie a una allenatrice illuminata, Angie Dixon, che l’ha liberata della timidezza: “Ho imparato a stare tranquilla sul tee di partenza, ho imparato a salutare e a guardare negli occhi i compagni, ho imparato a pronunciare il mio nome ad alta voce. Ho imparato a farmi accettare, col mio hijab”. Non ha ancora imparato ad accettare l’ignoranza: “Ancora oggi, sul green, mi chiedono da dove vengo e mi fanno i complimenti per l’inglese”. La barriera è sempre quel velo, anche per dimostrare continuamente che una donna musulmana può essere competitiva”. Il suo futuro non sarà sul circuito pro. Le basta la fama fra gli Huskers, del campionato NCAA, le basta acquisire tutte le informazioni da trasferire un giorno nello sport universitario.

Invece, la piccola-grande 19enne Nor Diana, 155 centimetri d’altezza per 43 chili appena di peso, che combatte sul ring corazzata dal suo hijab nero e arancione, ha strappato il nomignolo di “Phoenix” con l’audacia e la tecnica di una leonessa.

“Anche se sono musulmana e porto l’hijab niente mi può impedire di fare quel che amo”, ha dichiarato impavida già ai primi passi nello sport, nel 2015. Senza paura dei pregiudizi della sua Malesia. Il paese del sud est asiatico di 32 milioni di abitanti, col 60% di musulmani che, col Malaysia Pro Wrestling (MyPW) imita la massima espressione Usa, il World Wrestling Entertainment, sempre fra realtà e finzione. 

“Quando sono Phoenix, sono una persona completamente diversa, sono piccola di forme, ma posso fare cose che la gente non può immaginare”, racconta la ragazzina terribile. “All’inizio è stata dura. Ho incontrato tanta perplessità proprio perché musulmana, e perché portavo l’hijab. Infatti combattevo con una maschera, per non essere riconosciuta”. “Mask vs Pride Match” è proprio una forma di competizione di wrestling. E’ popolare soprattutto in Messico, ed è anche il trampolino per la fama e per il passaggio sul ricchissimo palcoscenico statunitense. Ma Nor Diana voleva proprio togliersela la maschera, voleva mostrare a tutti che cosa può fare una donna musulmana armata del suo hijab e della sua tuta rosso fuoco. “Molti volevano sapere se ero “Phoenix” o un altro, ho chiesto qual era stata la reazione quando mi toglievo la maschera e mi hanno detto che avevano visto la gente piangere. In Malesia siamo diversi dal Messico: lì combattere con la maschera ha un valore quasi sacro, ma io dovevo dimostrare chi ero e mostrare il mio coraggio nel fare quel che faccio”.

Battere quattro uomini e diventare campionessa di lotta di Malesia è stato un passaggio decisivo. Così come l’ha aiutata il supporto delle altre aspiranti lottatrici musulmane, donne, che le chiedevano informazioni e consigli. E hanno cominciato a seguire il suo esempio. Anche se il wrestling non è il suo lavoro. Per vivere, Nor Diana – anche questo è un nome d’arte – lavora in un negozio di articoli per automobili. Questione di tempo. Su twitter le arrivano spesso i complimenti della superstar WWE, Adeel Alam, un musulmano americano che combatte col nome di “Ali”. Scarsa fantasia, e molti soldi. Ma vuoi mettere col coraggio di Phoenix che combatte contro gli uomini col suo hijab?

Sale la rabbia contro la polizia a Hong Kong, accusata di non essere intervenuta dopo l’attacco alla stazione di Yuen Long, nella notte di ieri, dove 45 persone sono rimaste ferite sotto i colpi dei bastoni e delle sbarre di acciaio usate da persone riconoscibili dalle maglie bianche che indossavano durante l’assalto e sospettate di essere membri delle Triadi.

Sull’episodio sta indagando il Partito democratico di opposizione all’amministrazione guidata da Carrie Lam: in un comunicato firmato da 24 parlamentari la polizia viene accusata di collusione con le Triadi, l’organizzazione di stampo mafioso molto radicata a Hong Kong, per non avere spiccato arresti nella notte di ieri, nonostante oltre tre ore di blocco stradale e la confisca di diverse spranghe d’acciaio.

“La polizia, che è come serva delle Triadi, ha completamente perso la fiducia dei cittadini e costretto la gente a difendersi da sola”, sostengono i parlamentari pro-democratici: “C’erano persino agenti di polizia che hanno finto di non vedere le azioni di chi era in maglietta bianca con nastro rosso, e se ne sono andati”.

Le accuse dei pro-democratici sono state respinte dal capo della polizia, Stephen Lo. “Siamo inconciliabili con i gangster”, ha detto Lo, senza precisare un’eventuale affiliazione degli assalitori. “Ci stavamo occupando dell’isola di Hong Kong la notte scorsa, e le accuse e le domande sono basate su una mancanza di fiducia sulla polizia di Hong Kong”.

La capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, ha detto in conferenza stampa che “assolutamente non condoniamo questi eventi”, ma ha anche condannato come una “sfida alla sovranità” le proteste sfociate in atti vandalici contro l’ufficio di collegamento del governo cinese nella Regione amministrativa speciale, imbrattato da lanci di uova e deturpato da graffiti e vernici, a cui la polizia ha risposto con i lacrimogeni e sparando proiettili di gomma.

La condanna delle proteste e’ giunta anche da Pechino, dove il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, ha definito “intollerabile” l’assedio alla sede di rappresentanza del governo cinese, e dalla stampa, che ha attaccato i manifestanti anti-governativi, omettendo di citare le violenze alla stazione di Yuen Long. Le spiegazioni ufficiali non sembrano convincere tutti, e l’episodio della scorsa notte appare destinato a spaccare Hong Kong e a fare salire ulteriormente le tensioni.

Alvin Yeung, avvocato e parlamentare del Civic Party, di opposizione al governo Lam, si dice sicuro dell’appartenenza alle Triadi degli assalitori di Yuen Long. “Mi auguro che la polizia non si faccia ingannare. È una battaglia contro le Triadi e non uno scontro normale”. Di parere opposto il parlamentare pro-Pechino Junius Ho, secondo cui gli assalitori “difendevano le loro case” e “i peccatori possono essere perdonati”. Lo stesso Ho ha alimentato i sospetti di collusione con gli assalitori, dopo essere stato filmato mentre ringraziava e stringeva le mani ad alcuni di loro, dopo le violenze a Yuen Long. 

Diplomati magistrali fuori dalle graduatorie a esaurimento. Questa l’ultima parola delle sezioni unite civili della Cassazione, che, con un’ordinanza depositata oggi, hanno dichiarato inammissibile il ricorso presentato da 27 persone, tutte in possesso del diploma magistrale conseguito entro l’anno 2001/2002. Per la Suprema Corte, infatti, è legittima la decisione presa nel dicembre 2017 dall’adunanza plenaria del Consiglio di Stato, che aveva respinto i ricorsi contro il decreto con cui il ministero dell’Istruzione, nel 2014, aveva aggiornato tali graduatorie senza prevedere la possibilità per questi diplomati di essere inseriti. I giudici del ‘Palazzaccio’, con la loro sentenza, non hanno infatti ravvisato alcun “eccesso di potere giurisdizionale” da parte delle toghe amministrative, come invece lamentato dai ricorrenti.

“Non è ravvisabile – si legge nell’ordinanza delle sezioni unite (l’udienza in camera di consiglio era stata svolta il 12 marzo scorso) – alcun superamento da parte del giudice amministrativo dei limiti interni della giurisdizione, sia con riferimento all’esame delle eccezioni di decadenza, sia in relazione all’affermata insussistenza dei diritto dei ricorrenti ad essere inseriti nella terza fascia delle graduatorie ad esaurimento”.

Dunque, è legittimo “l’operato amministrativo ove ha negato – aggiunge la Cassazione – ai ricorrenti l’inserimento nella terza fascia delle graduatorie (graduatoria permanente che consente l’immissione in ruolo per scorrimento) pur essendo invece consentito agli stessi di essere inseriti nella seconda fascia delle graduatorie di istituto che permettono, comunque, di svolgere l’attività di insegnamento con il solo diploma“. Quanto, infine, alla presunta violazione di norme comunitarie o di sentenze della Corte di Giustizia, evidenziata nei ricorsi, il Consiglio di Stato, conclude l’ordinanza depositata al ‘Palazzaccio’, “ha esplicitamente manifestato di aver valutato la conformità dell’interpretazione accolta ai principi imposti all’amministrazione anche dal diritto dell’Unione europea”. 

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