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Viene da evocarla, la terribile invettiva di Primo Levi: “Considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no…”. Già perché nel campo di prigionia di Zawiya, città della Libia nord-occidentale, nella regione della Tripolitania, sembra di sentirlo il tormentato scrittore ebreo sopravvissuto alla Shoah, mentre un superstite del lager libico fissa su parole inquiete sguardi ancora pieni d’orrore: “Ho visto che un carceriere, tale Mohammed l’egiziano, una volta, ha sparato e colpito alle gambe un nigeriano, colpevole di aver preso un pezzo di pane. Ho avuto modo di vedere che, tante volte, nel corso della giornata, le donne venivano prelevate dai carcerieri per essere violentate”. 

La tortura, sistematica, le botte e percosse con bastoni, tubi di gomma, cavi elettrici. Ma anche privazione di cibo e acqua. Esseri umani resi schiavi e costretti a dissetarsi con acqua salmastra. Ricatti, stupri… e chi non pagava i carcerieri veniva venduto o ucciso. La tortura, in particolare, è il reato che la Dda di Palermo guidata da Francesco Lo Voi contesta a tre fermati dai poliziotti della Squadra Mobile di Agrigento, dopo che nel 2017 questa fattispecie di reato è stato introdotto nel codice penale italiano. “E’ la prima volta che, in tema d’immigrazione, viene contestato”, sottolineano gli investigatori della Valle dei Templi. 

I tre fermati sono Mohamed Condè, detto Suarez, 22 anni della Guinea, Hameda Ahmed, 26 anni, egiziana e il connazionale Mahmoud Ashuia, 24 anni, presi tutti nell’hotspot di Messina. I fermati sono accusati di associazione a delinquere finalizzata a reati quali tratta di persone, violenza sessuale, tortura, omicidio, sequestro di persona a scopo di estorsione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.  

Dalla prigione libica, allestita in una ex base militare, si usciva solamente se si pagava il riscatto. Chi non pagava veniva picchiato e torturato. “Io, per essere liberato, ho pagato 4.500 dinari libici”, racconta un altro dei migranti, giunto a Lampedusa ad inizio luglio scorso, dopo essere stato salvato da nave ‘Alex’ di Mediterranea Saving Humans. “C’erano anche donne e bambini. Sostanzialmente era una prigione della polizia libica. In questa struttura – racconta uno dei migranti ai poliziotti – nonostante ci fossero funzionari dell’Oim, l’Organizzazione internazioanle per le migrazioni, la stragrande maggioranza di noi migranti pativa la fame e la sete. Nessuno veniva curato e quindi lasciato morire in assenza di cure mediche. Ho assistito alla morte di tanti migranti non curati”. 

Mohamed Condè si occupava di imprigionare i migranti, di torturarli e di riscuotere i riscatti che venivano richiesti ai familiari dei detenuti per la loro liberazione, fornendo anche il cellulare con cui potevano contattare i parenti; Hameda era il carceriere e torturatore; Ashuia il guardiano della prigione di Zawiya e picchiava brutalmente i migranti anche con un fucile.

“L’associazione capeggiata da tale Ossama” raccontano gli investigatori “è specializzata nella gestione di un illegale centro di prigionia, collocato in una ex base militare della città libica di Zawyia, dove centinaia di migranti, che tentavano di imbarcarsi per raggiungere le coste italiane, venivano privati della libertà personale e sottoposti a sistematiche vessazioni e atrocità al fine di ottenere dai parenti somme denaro quale prezzo della liberazione e della loro partenza verso l’Italia”. Chi non pagava veniva venduto ad altri trafficanti di uomini per il loro sfruttamento sessuale e lavorativo o talora ucciso”.

Una ulteriore conferma, sottolinea il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, “delle inumani condizioni di vita all’interno dei centri di detenzione libici”. Così, avverte: “Si pone la necessità di agire, anche a livello internazionale, per la tutela dei più elementari diritti umani e per la repressione di quei reati che, ogni giorno di più, si configurano come crimini contro l’umanità“. 

Un impegno cui nessuno può sottrarsi, perché tutti ormai sanno cosa accade nei lager libici. Ritorna l’invettiva di Primo Levi: “Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore, stando in casa, andando per via, coricandovi, alzandovi. Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi”.​

Quando il cesso d’oro di Maurizio Cattelan è stato rubato da Blenheim Palace, in Gran Bretagna, i ladri non hanno solo portato via un’opera d’arte che solo per il metallo prezioso con cui è fatta vale più di un milione di euro. Hanno anche allagato la dimora signorile, danneggiandola gravemente, perché prima di strappare o gabinetto dalla base non si sono premurati di chiudere l’acqua.

Il gabinetto perfettamente funzionante, intitolato “America”, creato dall’artista italiano è stata una delle attrazioni principali di una mostra di opere di Cattelan inaugurata il 12 settembre nell’edificio patrimonio dell’Unesco.  I visitatori hanno potuto prenotare fasce orarie per utilizzarlo, ma solo per tre minuti ciascuno, per limitare le code. Più di 100.000 persone hanno utilizzato il wc durante l’anno in cui è stato esposto al Guggenheim Museum di New York. Quando Donald e Melania Trump chiesero in prestito un Van Gogh per abbellire il loro appartamento alla Casa Bianca, fu loro provocatoriamente offerta in prestito l’opera di Cattelan 

I ladri sono entrati in azione prima dell’alba nella tenuta del XVIII secolo vicino a Oxford, nel sud dell’Inghilterra, e sono andati via alle 4.50 (le 5,50 in Italia). Il palazzo è la residenza del dodicesimo duca di Marlborough ed è stato anche la casa natale di Winston Churchill. Prima dell’inaugurazione, il fratello del duca, Edward Spencer-Churchill, fondatore della Blenheim Art Foundation, di era detto tranquillo riguardo la sicurezza della tazza d’oro mostra. “Non sarà la cosa più facile da rubare”, aveva detto al Times. “In primo luogo, è piombato e in secondo luogo, un potenziale ladro non ha idea di chi ha usato la toilette o di cosa possa aver mangiato. Quindi no, non ho intenzione di aumentare la sicurezza”.

 La mostra dell’artista italiano a Blenheim dura fino al 27 ottobre e comprende un cavallo tassidermizzato issato sul soffitto di una sala da ricevimento ornata. Blenheim ha già ospitato mostre di Ai WeiWei, Yves Klein, Jenny Holzer, Michelangelo Pistoletto e Lawrence Weiner.

“Dovremmo essere fieri del nostro stile di vita europeo in tutte le sue forme e dimensioni e dovremmo costantemente preservarlo, proteggerlo e coltivarlo”. Ursula von der Leyen, dal primo novembre prossima presidente della Commissione Europea al posto di Jean-Claude Jucker, scende in campo per difendere una delle definizioni più controverse del suo nuovo corso, con un responsabile ad hoc, il greco Margaritis Schinas che avrà anche la delega sull’immigrazione, con un articolo scritto per la Repubblica il cui copyright appartiene a Lena, la Leading European Newspaper Alliance cui il quotidiano diretto da Carlo Verdelli aderisce.

Ma cosè per Ursula von del Leyen lo “stile di vita europeo? “È semplicemente la realtà quotidiana” lo definisce anche se la migliore descrizione fa capo all’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea:

“L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

Parafrasando il Presidente Kennedy, von der Leyen scrive che “non dovremmo solo chiederci cosa fa la nostra Unione per noi, ma anche quello che possiamo fare noi per la nostra Unione” in quanto “ogni parola dell’articolo 2 evoca sia un diritto che un dovere per tutti noi, indipendentemente da dove veniamo e da dove viviamo nell’Unione”.

In una definizione, secondo la neocommissaria, “si tratta della concezione europea della vita. di costruire un’Unione di uguaglianza, in cui tutti abbiamo le stesse possibilità di accesso alle opportunità” e “di fornire alle persone le conoscenze, l’istruzione e le competenze necessarie per vivere e lavorare dignitosamente, dell’accesso ai servizi di cui abbiamo bisogno e della consapevolezza di sentirsi sicuri nelle nostre case e nelle nostre strade e di proteggere le persone più vulnerabili della nostra società”. In definitiva, si tratta pertanto “del nostro modo di vivere insieme”.

Un modello, lo stile di vita europeo, che “si è affermato a caro prezzo e a fronte di grandi sacrifici” e “non dovrebbe mai essere dato per scontato, perché non è né immutabile, né garantito per sempre” aggiunge von del Leyen.

E la dimostrazione più concreta è “che viene messo in discussione ogni giorno da antieuropeisti all’interno e all’esterno dell’Europa”, con un riferimento alla Russia quando scrive che “abbiamo visto potenze straniere interferire nelle nostre elezioni dall’esterno”. Forze alle quali, prosegue, “non dobbiamo permettere di appropriarsi, snaturandola, della definizione di stile di vita europeo. Vogliono distorcerne il significato e trasformarlo nel suo contrario” perché “lo stile di vita europeo è sinonimo di ascolto e confronto reciproco alla ricerca di soluzioni che rappresentino il bene comune” conclude il suo articolo von der Leyen.

Atlantia non ha in programma nessuno spin-off o vendita di Autostrade. A dirlo all’Agi Gianni Mion, il presidente di Edizione, dopo la bufera per i presunti falsi report sui viadotti Pecetti e Paolillo di alcuni suoi dirigenti e dell’altra controllata di Atlantia, Spea Engineering. L’operazione “non è sul tavolo”, ha detto il presidente della holding dei Benetton che detiene il 30,25% di Atlantia che a sua volta controlla Autostrade per l’Italia.

La cassaforte, conferma Mion, sta lavorando sul tema e sta valutando, come spiegato ieri, tutte le iniziative “doverose e necessarie, anche a salvaguardia della credibilità, reputazione e buon nome dei suoi azionisti e delle aziende controllate e partecipate”. Per questo domani Edizione terra’ un consiglio di amministrazione, che era già in programma prima dei recenti sviluppi giudiziari.

‘Trasparenza totale’

Intanto Autostrade per l’Italia, ha deciso di adottare un principio di “trasparenza totale” dei propri atti. Ogni documento aziendale riguardante la gestione dell’infrastruttura di rete – inclusi quelli relativi alle attività di progettazione, manutenzione, monitoraggio – potrà essere consultato e consegnato ai cittadini che ne faranno richiesta. Nei prossimi giorni la società attiverà due “sportelli”, uno digitale sul sito www.autostrade.it, e uno fisico presso la sede centrale di via Bergamini a Roma, attraverso i quali chiunque abbia un legittimo interesse potrà presentare richiesta di accesso agli atti e ricevere così la documentazione di interesse, sulla base di una procedura di accesso che sarà concordata da Aspi con le associazioni dei consumatori.

Sempre Aspi smentisce qualsiasi intento di voler risparmiare sulle spese di manutenzione, in relazione ad alcune ricostruzioni di stampa. La società ricorda di aver sempre speso più degli impegni inseriti nel piano finanziario: il consuntivo di spesa in manutenzione nel periodo 2000-2018 è infatti di 5,430 miliardi di euro, pari a circa 196 milioni di euro in piu’ rispetto agli impegni di spesa previsti in Convenzione. Autostrade per l’Italia inoltre si riserva di avviare ogni azione a propria tutela nei confronti di eventuali comportamenti illeciti di propri dipendenti.

La spesa in manutenzione per chilometro di infrastruttura di Autostrade per l’Italia è di circa 108 mila euro all’anno (periodo 2013-2017), pari a 5 volte di più rispetto alla spesa effettuata da Anas sulla propria rete (19 mila euro all’anno tra il 2013 e il 2016) e 3 tre volte superiore alle concessionarie francesi e spagnole comparabili. Aspi ricorda di essere “l’unica società concessionaria di grandi dimensioni nel mondo ad aver introdotto in maniera generalizzata l’asfalto drenante (ben più costoso in termini di costruzione e manutenzione)” e in sistemi di sicurezza come il tutor, il primo al mondo. 

Silurato il consigliere anziano John Bolton e alzato il livello dello scontro con l’Iran, Donald Trump si trova sul tavolo sei dossier da gestire, dall’Afghanistan alla Russia, dal Medio Oriente alla Cina, dall’Iran alla Corea del Nord. Vediamo qual è la situazione di ognuno e quali gli obiettivi da raggiungere.

IRAN – Obiettivo principale: fermare Teheran nella corsa al nucleare. Secondo Trump è la maggiore minaccia per gli Stati Uniti. Il segretario di Stato, Mike Pompeo, considera l’Iran un fattore di destabilizzazione in Medio Oriente. Il primo atto della Casa Bianca è stato disconoscere l’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015 con Obama, alzando così il livello dello scontro. La linea di Bolton – fare pressioni per favorire un cambio di atteggiamento da parte di Teheran – sembrava destinata ad avere successo dopo il crollo della produzione petrolifera e la posizione di una parte dei vertici iraniani favorevoli a trattare con il “nemico”. In vista dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, con il primo grande appuntamento previsto per il 24 settembre, Trump ha detto di essere pronto a incontrare il presidente iraniano Hassan Rohani per rinegoziare tutto. “Se accetteranno, sarà grandioso – ha detto Trump – se non lo faranno, sarà grande lo stesso”. Ma su un punto è stato chiaro: “Teheran non avrà mai un’arma nucleare”.

MEDIO ORIENTE – Obiettivo principale: far accettare il piano Kushner di pace. Trump lo definì il “piano del secolo”: si riferiva al lavoro portato avanti per due anni dal genero, Jared Kushner, convinto che il passo chiave fosse convincere i Paesi piu’ ricchi dell’area a investire miliardi di dollari nei Territori palestinesi, ma le intenzioni si sono scontrate con lo scetticismo di alcuni alleati e il muro opposto dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu che vuole annettere quasi un terzo dei territori occupati, riducendo in pratica la Palestina a un’enclave circondata da Israele.

AFGHANISTAN – Obiettivo principale: guidare un piano di pace e ritirare il contingente americano. Le possibilità che un accordo venga raggiunto sono alte, perché sia Trump sia i talebani vogliono vedere l’area libera dalla presenza Usa. Contro questa soluzione si sono schierati i vertici militari americani, convinti che l’Afghanistan non sia ancora in grado di gestire da sola la transizione. Anche Bolton era contrario. La sua uscita può accelerare l’accordo.

COREA DEL NORD – Obiettivo principale: denuclearizzare il Paese e mettere fine al programma di missili a gittata intercontinentale. Trump ha definito “vincente” il suo rapporto con il leader Kim Jong-un, e ogni volta ricorda di essere stato il primo presidente americano della storia ad aver incontrato il suo omologo e messo piede nel suo territorio. Dopo tre incontri, Trump sostiene di aver messo uno stop al programma missilistico, al punto da aver scritto su Twitter che la “Corea del Nord non è piu’ una minaccia”. Secondo alcuni consiglieri della Casa Bianca, in realtà, la capacità nucleare di Kim sarebbe aumentata. L’intelligence Usa ritiene che i missili a corto raggio siano migliorati, così come quelli in grado di colpire le basi americane in Giappone e Corea del Sud grazie a una nuova generazione di missili.

Trump ritiene di poter controllare il leader coreano, prospettandogli un piano miliardario di investimenti, che prevede hotel e nuove strutture in una zona considerata strategica. La Corea garantisce un facile accesso a Cina, Russia, Corea del Sud e Giappone. Ma allo stesso tempo Trump porta avanti una politica fatta di bastone e carota: nei giorni scorsi ha invitato a cena alla Casa Bianca i genitori di Otto Warmbier, lo studente di 22 anni morto dopo essere finito in prigione in Corea del Nord, accusato di aver rubato un poster da un hotel di Pyongyang. I genitori hanno chiesto a Trump di reinserire la Corea nell’elenco degli “stati canaglia”. Non lo farà, ma la cena è sembrato un avvertimento nei confronti di Kim.

CINA – Obiettivo principale: ridurre l’impatto economico sull’economia Usa. La guerra dei dazi doveva essere l’asso nella manica di Trump per indurre Pechino a miti consigli, ma non è stato così. I cinesi non hanno cambiato strategia. Così l’imposizione di nuovi dazi ha finito per gravare sui clienti americani, tanto da spingere il presidente a considerare una tregua. Rispetto ad altre aree del mondo, qui la Casa Bianca non sembra avere una strategia precisa. Gli Usa sperano che il presidente Xi Jinping alla fine ceda, ma intanto la Cina sta allargando la sua influenza in Africa, America Latina e Europa. Il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, è convinto che Xi alla fine sarà in grado di strappare il miglior accordo possibile per Pechino.

Il leader cinese ha un vantaggio su Trump: può portare avanti questa partita a scacchi a lungo, mentre il presidente americano deve arrivare a un risultato presto, in vista delle presidenziali del 2020.

RUSSIA – Obiettivo principale: il ritorno di Mosca nel G7. Trump è convinto che sia l’unico modo per tenere Putin sotto controllo, ignorando la questione ucraina e le ombre legate al Russiagate. L’appuntamento elettorale tra un anno ha il suo peso: l’Fbi e il Dipartimento per la Sicurezza interna stanno cercando di contrastare l’opera di hackeraggio russo in vista delle presidenziali, ma Trump non vede rischi: è convinto che reintegrare Putin favorirà anche un accordo sul controllo bilaterale degli armamenti. 

Grande successo per Ezio Bosso alle 83esima Fiera del Levante di Bari. Nell’incontro con il pubblico però il grande pianista ha ammesso di non poter più suonare e ha esortato tutti a non chiedergli più di farlo. “Se mi volete bene, smettete di chiedermi di mettermi al pianoforte e suonare. Non sapete la sofferenza che mi provoca questo, perché non posso, ho due dita che non rispondono più bene e non posso dare alla musica abbastanza. E quando saprò di non riuscire pù a gestire un’orchestra, smetterò anche di dirigere”, ha detto Bosso, citato dalla Gazzetta del Sud.

Il pianista, compositore e direttore d’orchestra, che dal 2011 soffre di una patologia degenerativa, è stato accolto dal presidente Michele Emiliano nel padiglione della Regione Puglia. Il maestro ha incontrato il pubblico, accorso sin dal mattino per assicurarsi un posto in sala, per parlare di musica, arte e talento. “La Puglia ha avuto il privilegio di offrire a tutti i cittadini questo incontro atteso ed emozionante con il maestro Ezio Bosso con il quale collaboriamo da tempo con grande empatia”, ha detto Emiliano. “Stiamo costruendo un legame che possa contribuire all’educazione musicale dei pugliesi, che solo una personalità con grande carisma come la sua può accelerare e rafforzare. La musica non è archeologia è vita e può aiutare a decifrare la complessità quotidiana”.

“E’ importante incontrarsi, la musica è come un focolare attorno al quale sedersi”, ha spiegato Bosso. “La musica è un linguaggio universale che permette a tutti di parlarsi e fare comunità a prescindere dal luogo di provenienza. E’ importante in questo periodo creare occasioni di scambio e coinvolgere i talenti, i giovani e aprire i teatri e i luoghi di cultura allo scambio”.

Bosso è stato ospite della campionaria barese perché impegnato in questi giorni in un articolato progetto – ideato, promosso e finanziato da Regione Puglia, con l’organizzazione del Teatro Pubblico Pugliese, la collaborazione dell’Apulia Film Commission e delle Amministrazioni Comunali e provinciali di Bari, Foggia e Lecce – orientato alla formazione del pubblico e alla valorizzazione del territorio in programma tra Foggia, Lecce e Bari.

Dopo il grande successo registrato a Foggia e l’incontro con il pubblico a Bari, dal 16 al 19 settembre si sposta al Teatro Apollo di Lecce per quattro prove d’orchestra narrate aperte al pubblico dal 16 al 19 e il concerto gratuito “Ezio Bosso dirige i solisti della Europe Philarmonic Orchestra dei giovani dell’Orchestra Filarmonica di Benevento” giovedì 19 settembre alle ore 21.00. 

Sulle note dell’aria ‘Nessun dorma’, Matteo Salvini è salito sul palcoscenico di Pontida per parlare a popolo della Lega. Ecco cinque pillole estratte dal suo discorso.

Traditori

“La politica senza cuore e senza passione è solo uno scambio di merce e di poltrone, e qua non ci sono poltronari, ma solo donne e uomini con dei valori. Vi invito ad essere determinati, coraggiosi e ad esercitare pazienza perché non possono scappare dal voto all’infinito. Rispondiamo con il sorriso a chi viene a provocare, a chi insulta e minaccia, vuole imbavagliare un popolo e un’idea. Non vogliamo elemosina ma lavoro per i nostri figli, su questo sfideremo i traditori nei palazzi. E’ il momento di aprire le porte della Lega agli italiani di buona volontà schifati dal tradimento di chi ha svenduto il Paese”.

Conte 

“Un servitore di due padroni, presidente buono per tutte le stagioni. ma noi da questo palco predichiamo, mai a sinistra e mai col Pd, nemmeno in cambio di mille poltrone”

Carola

“Da una parte la libertà e il coraggio e il patriottismo di Oriana Fallaci, dall’altra i sostenitori di una viziatella comunista come Carola Rackete. Una che ha rischiato di uccidere 5 militari in servizio, che tristezza! Mi ha denunciato, non vedo l’ora di andare in tribunale e affrontarla a testa alta”

Burqa

“Prima gli italiani vuole dire rispetto delle nostre tradizioni, se invece vuoi coprire tua moglie e tua figlia col burqa te ne torni a casa tua”

Di Maio

“Che tristezza leggere oggi dell’amico di Maio. Amico sì, perché si può cambiare fronte ma io non cambio. Non finisco a insultare. Mi spiace che la rivoluzione dei 5 stelle si trasformi in una svendita di poltrone in Umbria andando col cappello in mano. Mettetevi insieme quanto volete tanto il popolo non è scemo e vi manda a casa”.

Senatori a vita

“Tre abusivi senatori a vita hanno votato la fiducia a questo governo non eletto. Se fosse per me io abolirei i senatori a vita”

Bambini

“Qua, oggi, nasce vince l’Italia del futuro. Oggi, senza ministri, celebriamo la nostra vittoria. Ce li prenderemo con pazienza e con gli interessi. Greta (uno dei bambini di Bibbiano, ndr) è questa splendida ragazza coi capelli rossi che dopo un anno è stata restituita alla mamma. Mai più bambini rubati alle mamma e i papà”,

Fisco

“Se veramente qualcuno vuole combattere l’evasione fiscale si rivolga a quelle multinazionali che non pagano una tassa in Italia o alle finte cooperative. Hanno già cancellato la flat tax”. 

La donna ‘piu’ bella del mondo’, il sogno erotico degli italiani che ha contribuito in maniera significativa a cambiare i costumi e la morale dell’Italia a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, Moana Pozzi, se ne andava 25 anni fa, il 15 settembre 1994. Una morte improvvisa, inattesa e sotto certi versi misteriosa, comunicata dai familiari dopo due giorni (fatto che la accomunò mediaticamente alla morte di uno dei più importanti filosofi del ‘900, Karl Popper, scomparso il 17 settembre 1994) e dopo che il suo corpo era già stato cremato.

Star incontrastata del circuito hard e simbolo di trasgressione e progresso nell’Italia dominata dalla Dc e dalla cultura cattolica, l’attrice si mosse in una Penisola alle prese con la fine della prima Repubblica e in quel periodo di cambiamento riuscì ad affermarsi oltre che per la bellezza, per le capacità di pensiero e lo stile di vita controcorrente.

La fama di Moana andà ben oltre il mondo a luci rosse: colta, di famiglia borghese e molto intelligente, fu protagonista anche in politica e in televisione. Osteggiata dai benpensanti e amata dal pubblico, non solo per le doti di attrice porno, si spense a soli 33 anni all’Hotel-Dieu di Lione per un tumore al fegato.

Come per ogni icona morta prematuramente, la sua dipartita scatenò teorie complottiste e derive dietrologiche secondo cui l’attrice non fosse morta, ma avesse deciso di scomparire e cambiare vita. Altri attribuirono la morte di Moana all’Aids, nonostante le conferme da parte dei medici sulle reali cause.

Moana era figlia di un ricercatore nucleare e una casalinga: una buona famiglia ligure che a tutto pensava tranne che il suo destino fosse nel mondo del porno, dove arrivò nel 1982, lo stesso anno in cui le fu affidata la conduzione di ‘Tip Tap Club’ su Rai2, un programma pomeridiano per bambini.

Secondo la morale dell’epoca le due cose erano inconciliabili e quindi venne allontanata dal programma. In un’intervista rilasciata a Roberto D’Agostino e riportata su Dagospia spiegò la coesistenza tra i due mondi con estrema naturalezza: “Io faccio tante altre cose che esulano dalla pornografia, fin da quando ho iniziato la mia carriera: interpretavo film porno, poi partecipavo a una trasmissione in tivù. Io credo di avere avuto il merito di dimostrare che questa separazione, volendo, non c’è. Dipende dalla persona; perché poi vedi che tante altre ragazze che fanno il mio stesso lavoro, non riescono ad andare al di là di quello. E’ bello essere un’artista che fa tante cose, no?”.

Nel controverso e scandaloso libro ‘La filosofia di Moana’ oltre a descrivere il suo pensiero, scrisse molto della sua vita e della sua infanzia: “Di sera non mi facevano uscire e io scappavo dalla finestra, mi proibivano di leggere libri spinti (Moravia era considerato osceno) e io lo facevo di nascosto, mi obbligavano a vestire da collegiale e io, uscita da casa, correvo da una mia amica a mettermi minigonna e tacchi alti. Non vedevo l’ora di diventare maggiorenne e di essere finalmente libera!”.

Nello stesso libro, oltre ad annoverare i suoi scrittori preferiti – Moravia, Kundera, Allan Poe, Marguerite Yourcenar e Anais Nin – raccontò di avere avuto tra i molti amanti il segretario del Psi Bettino Craxi che a suo dire l’avrebbe molto aiutata agli esordi, soprattutto per ottenere la conduzione di ‘Tip Tap’ (ma anche Luciano De Crescenzo e gli attori Harvey Keithel, Francesco Nuti e Andrea Roncati) e dava i voti alle capacità amatorie degli uomini con cui diceva di essere andata a letto, aggiungendo diversi aneddoti a riguardo.

Nel 1987 entrò nel circuito porno in maniera stabile grazie all’agenzia ‘Diva Futura’ di Riccardo Schicchi. Nello stesso anno, con lo spettacolo dal vivo ‘Curve pericolose’, divenne un nome e un volto noto anche al di fuori del circuito porno, soprattutto per il risvolto mediatico delle performance live e degli scandali giudiziari che ne derivarono.

Lo spettacolo vedeva la presenza di Moana e la collega Ilona Staller ‘Cicciolina’. Le due attrici si spogliavano e facevano al pubblico domande sul sesso. Bastò per essere denunciate per atti osceni in luogo pubblico, processate e condannate a sette mesi senza condizionale.

Quindi iniziò a partecipare a diversi programmi televisivi e la popolarità che ne derivò fece in modo che potesse esprimere sul piccolo schermo le sue idee in tema non solo di sesso, ma anche su argomenti di interesse sociale che costituiranno il nucleo primordiale della sua esperienza politica.

Nel 1992 si candido’ col ‘Partito dell’amore’ fondato da Riccardo Schicchi e, in piena Tangentopoli, partecipo’ a ‘Tribuna elettorale’, talk show Rai, in quanto leader di quel movimento. L’esperienza politica non ebbe un successo concreto in termini numerici, ma ebbe una grande importanza per l’Italia perché fu la prima esperienza di un un movimento che aggregava persone unite da un sentimento di antipolitica. Inoltre valse a Moana una vasta popolarità all’estero dove i giornali le dedicarono diverse pagine.

In un’intervista del 1992 spiegà come la politica fosse stata sempre presente anche nei suoi spettacoli come “forma di protesta contro la morale borghese”, per “entrare nelle case dove le persone pensavano non sarei mai entrata”. Intervistata da Pippo Baudo, l’anno prima della sua morte, rispose alle domande delle donne presenti in studio. Quando le venne chiesto come si sarebbe vista a 50 anni, disse: “Mi immagino ancora una donna piacente, mi darò da fare per continuare ad esserlo. Dopo non mi immagino più…”.

Dopo la sua morte e le conseguenti speculazioni il mito di Moana continuò a vivere nei ricordi di chi l’aveva conosciuta. Una testimonianza intima sull’attrice si ritrova in una dichiarazione rilasciata nel 2009 da Paolo Villaggio (suo amico di vecchia data: nel 1984 le aveva trovato una particina nel film di Sergio Corbucci ‘A tu per tu’ girato con Johnny Dorelli), a 15 anni dalla morte dell’attrice: “Moana Pozzi era frigida. Odiava il sesso, provava disgusto per tutti quegli uomini che le slinguettavano addosso. Era schifata da quella pletora di sacerdoti pedofili, politici democristiani, quel mondo di corrotti che le girava attorno. In realtà li fustigava con distacco, questa era la sua forza”.

Poi aggiungeva: “Moana non solo non ha conosciuto la sessualità ma è stata frigida anche sentimentalmente. Non ha mai amato veramente nessuno. E’ rimasta ingabbiata nella sua ambizione. Il suo vero obiettivo è stato l’avere non l’essere. Voleva essere felice, ma ha imboccato l’autostrada del successo inteso come guadagno”. E concludeva il suo pensiero: “Sinceramente non ha capito qual era la strada giusta per raggiungere la felicità. Per lei, nata in un quartiere povero, era fare soldi in qualunque modo, anche rischiando l’infelicità”.

Nello stesso anno Sky realizzò una miniserie sulla Pozzi interpretata da Violente Placido, ‘Moana’, due puntate che andarono in onda senza ottenere un grande successo. La serie strutturata in due parti racconta la storia di Moana dal successo alla morte e si conclude con alcuni spezzoni dell’intervista fatta da Baudo e, quasi come un testamento, l’ultima frase che pronuncia è indicativa della sua carriera: “No, non sono pentita. Ne parlavo proprio con mia madre giorni fa, le ho detto: mi dispiace che ti dispiaccia, ma rifarei tutto ciò che ho fatto”.

Poco meno di mezz’ora di intervento per tracciare i passaggi che nei prossimi mesi consentirebbero una migliore amalgama alla neonata maggioranza M5s-Pd e soprattutto per invitare l’ex segretario Matteo Renzi a rimanere all’interno dei Dem, perché “sono casa tua” e non esistono “scissioni consensuali”. Dario Franceschini, ministro della Cultura, tra i maggiori tessitori dell’accordo che ha dato vita al nuovo esecutivo di Giuseppe Conte, ha chiuso la tre giorni di AreaDem, l’anima moderata del Pd, nell’ex convento di Sant’Agostino a Cortona.

Dallo stesso palco dove lo scorso anno aveva portato il sostegno della sua corrente alla corsa di Nicola Zingaretti verso la segreteria del Pd, Franceschini ha lanciato un’agenda di temi e appuntamenti per provare a costruire la fiducia reciproca con il nuovo alleato di governo a 5 Stelle, lo stesso con cui per sua stessa ammissione “ci sono anni di aggressioni reciproche e violente”.

A supporto arriva una citazione del Talmud presa in prestito da Erri De Luca: “Dobbiamo costruire la casa comune con i sassi che ci siamo tirati contro”. Il primo test per un passo in avanti nell’intesa della nuova maggioranza potrebbero essere le elezioni regionali in Umbria il prossimo 27 ottobre.

Il leader pentastellato Luigi Di Maio con una lettera a ‘La Nazione’ ha aperto al sostegno ad una “giunta civica” con un passo indietro delle “forze politiche di buonsenso”. Uno slancio definito “molto importante” dal leader di AreaDem. Ma il passaggio più atteso dell’intervento del ministro è nel finale, con l’invito all’ex premier Renzi a non uscire dal partito: “Non farlo, il Pd è casa tua e casa nostra, è di tutti. Il popolo della Leopolda è una parte del grande popolo del Pd. Non separiamo questi popoli, non indeboliamoci spaccando il partito”.

Anche perché, sottolinea Franceschini: “Non voglio credere a questa cosa della scissione, questa cosa ridicola della scissione consensuale che ho letto sui giornali oggi. Ma come può essere una scissione consensuale se spacchi il partito”. Il finale poi è un plauso a Nicola Zingaretti: “E’ stato il segretario più generoso e inclusivo che ci sia mai stato”.
 

Orrore sulla strada statale Torino-Pinerolo: una bambina di sei anni e il padre di 42 hanno perso la vita dopo che la Mini d’epoca su cui viaggiavano è stata tamponata mentre era ferma sulla corsia d’emergenza, vicino a uno svincolo.

Alla tragedia ha assistito la moglie e madre delle due vittime che si trovava su un’altra vettura e ha tentato invano di estrarli dall’auto in fiamme. E’ accaduto poco dopo le 8,30 vicino all’uscita di Riva di Pinerolo: anche la Yaris che ha tamponato la Mini ha preso fuoco, ma il conducente è riuscito a mettersi in salvo. 

La vittima era diretta a un raduno d’auto storiche insieme alla moglie che viaggiava a pochi metri di distanza su una seconda Mini d’epoca insieme all’altra figlia neonata della coppia di Orbassano. La donna, la cui vettura non è stata coinvolta nell’incidente, ha assistito allo scontro e ha tentato invano con la forza della disperazione di salvare il marito e la figlioletta. Le fiamme le hanno bruciato parte della capigliatura, ma non ha potuto fare nulla se non dare l’allarme, prima di essere ricoverata in stato di shock. 

L’incidente è avvenuto prima dell’uscita di Riva di Pinerolo in direzione di Pinerolo, all’altezza del km 24, dove il conducente della Mini d’epoca aveva accostato, forse per un problema. Un tratto di autostrada e’ stato chiuso con uscita obbligatoria a Piscina.

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