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Mortal Kombat 11 è senza ombra di dubbio uno dei prodotti più apprezzati di quest’anno, nonché uno dei migliori Picchiaduro della storia videoludica recente.

Il titolo sviluppato dai ragazzi di NetherRealm Studios ha stregato la platea sin dalle primissime battute, confermandosi – una volta rilasciato sul mercato – come un prodotto solido e appagante, sorretto da un poderoso gameplay e da un comparto grafico di primissimo livello. Le bellezze grafiche del titolo, sia su Console sia su PC, però, non sono state esenti da problematiche di sorta. Nonostante un frame-rate solido, settato sui 60 fps su tutte le piattaforme (anche Nintendo Switch), il gioco in alcuni momenti vede proprio la frequenza di fotogrammi al secondo calare drasticamente, fino a “bloccarsi” volutamente sui 30 fps.

Gli sviluppatori, alla fine, hanno ascoltato le critiche mosse dall’utenza in tal senso, annunciando una patch correttiva – su PC– che sistemerà una volta per tutte la questione: “Per quanto riguarda il fatto di avere il gioco con il cap a 30 frame al secondo in alcune parti, vi abbiamo ascoltato. Stiamo attualmente lavorando per introdurre l’opzione per incrementare il cap a 60 frame al secondo in quelle parti del gioco, riferiremo ulteriori dettagli presto, restate sintonizzati!”.

MK11 frame-rate PC

Insomma: tutto è bene, come si suol dire, quel che finisce bene. E voi? Ci state giocando a Mortal Kombat 11? Su quale piattaforma? Avete letto la nostra recensione? Fatecelo sapere nei commenti!

L’articolo MK11: il frame rate verrà “sbloccato” su PC proviene da GameSource.

Un post comparso su ResetEra, basato su di un leak proveniente da non meglio precisate gole profonde, avrebbe confermato l’imminente reveal ufficiale di Watch Dogs 3, ipotetico terzo chapter della nota saga open world. L’annuncio, secondo la fonte, dovrebbe arrivare il prossimo 24 maggio e, oltre a svelare al mondo il gioco stesso, offrirà anche una panoramica delle principali caratteristiche del gioco.

Watch Dogs
Le stesse fonti avrebbero altresì confermato alcuni rumor comparsi nei mesi scorsi, fra cui l’impersonare una ragazza di nome Sarah, la possibilità di fare graffiti e di usare lo skateboard ecc. Naturalmente, quanto sin qui detto deriva da fonti non ufficiali, quindi non esistono ancora reali conferme su Watch Dogs 3 da parte di Ubisoft.

L’articolo Watch Dogs 3: reveal fissato per il 24 maggio? proviene da GameSource.

Kingdom Hearts III è giunto sulle nostre console da un po’ di mesi, ma il titolo continua a far parlare di se con l’aggiunta della Modalità Critica e non solo. Di recente, Tetsuya Nomura ha confermato alcuni DLC che conterranno diversi episodi, tra cui un certo Kingdom Hearts: ReMind.

In questo articolo argomenteremo quanto svelato nell’epilogo di Kingdom Hearts III, il quale può essere considerato un plot twist, ma anche del misterioso finale segreto che ha spiazzato forse ancor di più del precedente. Come avrete già intuito, continuando la lettura vi imbatterete in numerosi e pesanti spoiler sul titolo.

Kingdom Hearts III: Conclusioni e previsioni

Il finale di Kingdom Hearts III conclude le macchinazioni, piuttosto ben organizzate, di Xehanort e sembra concedere un lieto fine, a eccezione di un singolo evento: Sora non c’è più. Sebbene non sia fornita una spiegazione dettagliata sul come, è possibile supporre che il protagonista si sia sacrificato in cambio della salvezza di Kairi, ancora una volta in grave pericolo. “Sora non c’è più” è ben diverso da “Sora è morto”. In Kingdom Hearts non esiste una vera e propria morte ma ciò che più si avvicina a essa è il “mondo finale”, una dimensione dove i cuori vagano una volta separati dal contenitore. Eppure, come discuteremo successivamente in questo articolo, Sora si troverà in un altro luogo come svelato nel finale segreto.

Nell’epilogo assistiamo invece alla comparsa di un personaggio chiave all’interno dell’intera serie, nonostante sia stato quasi sempre dietro le quinte. Luxu si palesa, rivelandosi Xigbar/Braig una volta abbassato il cappuccio, e convoca i foretellers introdotti in Kingdom Hearts Union X, a eccezione di Ava. Contrariamente a come è stato presentato in Kingdom Hearts Back Cover, notiamo un Luxu piuttosto serio, di poche parole. Infatti, si limita ad annunciare l’imminente arrivo del Maestro dei Maestri, scomparso dopo la prima guerra del Keyblade che prese luogo durante l’epoca delle fiabe (gli eventi di Kingdom Hearts Union X, narrati dalla nonna di Kairi in Kingdom Hearts). Da lontano, invece, possiamo scorgere Malefica e Pietro assistere alla riunione dei cinque. Malefica sembra saper qualcosa che a noi ancora non è noto, probabilmente grazie alle nozioni apprese riguardo i viaggi nel tempo e il suo vano tentativo di cambiare il futuro (piano sventato sul nascere dal Maestro dei Maestri, come rivelato nelle ultime porzioni di storia in Kingdom Hearts Union x. Malefica, come mostrato in Kingdom Hearts: ReCoded, è già al corrente dell’esistenza del Libro delle Profezie da parecchio tempo).

Kingdom Hearts III: Conclusioni e previsioni

Fino a oggi, Luxu è riuscito perfettamente nel conseguire il ruolo impostogli dal Maestro dei Maestri. Quest’ultimo gli affidò il ruolo di osservare gli eventi posteriori alla prima guerra del Keyblade e di assicurarsi che questi si svolgessero come pianificato. Inoltre, il No Name – Keyblade dotato di un occhio in grado di “memorizzare” ciò che vede – venne affidato a Luxu, il quale lo avrebbe lasciato in eredità nel corso del tempo tra le mani di più possessori.

Destino volle che Luxu, costretto a cambiar contenitori fisici di volta in volta per continuare il suo piano nel corso di decenni e forse anche secoli, scorse Xehanort, un giovane uomo ambizioso e parecchio interessato non solo all’Oscurità, ma anche a ciò che ruota attorno la prima guerra del Keyblade, entrato in possesso del No Name. Luxu, in quel periodo nelle sembianze di un uomo di nome Braig decise quindi di affiancarlo nel suo piano in modo da continuare a svolgere il suo ruolo da vicino, spacciandosi per un comune individuo il cui desiderio era brandire un Keyblade (come cita un’ultima volta a Sora e Riku quando viene sconfitto in Kingdom Hearts III).

Vari indizi presenti nei rapporti segreti ottenibili durante il post game di Kingdom Hearts III fanno palesemente intuire la vera identità di Braig, sebbene non sia chiaro come abbia fatto a muoversi nella linea temporale cambiando corpo (l’unico metodo tuttora conosciuto è quello adoperato da Xehanort, il quale riuscì a impossessarsi di un corpo più giovane, ossia Terra, sfruttando l’Oscurità fuori controllo di quest’ultimo). Luxu è sempre riuscito, passando inosservato, a vegliare sul No Name fino a quando non è rientrato in suo possesso dopo la sconfitta di Xehanort per mano di Sora e compagni.

Kingdom Hearts III: Conclusioni e previsioni

Tuttora non si sa nemmeno quale sia l’obiettivo del Maestro dei Maestri. Egli vuole assicurarsi che gli eventi continuino come scritto nel Libro delle Profezie, ma nessuno sa cosa questi comportino. Di contro, grazie a quanto mostrato nell’Epilogo possiamo chiaramente constatare che la saga di Kingdom Hearts è lungi dall’essere definitivamente conclusa, anche grazie a ulteriori interrogativi e indizi sparsi nel breve finale segreto.

Passiamo appunto a un paio di deduzioni e speculazioni circa il bizzarro finale segreto che ha lasciato un po’ di stucco gran parte dei fan. In questo filmato vediamo Sora e Riku, piuttosto disorientati, vagare senza meta all’interno di una grande metropoli. Quest’ultima è Shibuya, e l’indizio lasciato nel numero della struttura 104 lascia intendere si tratti della stessa Shibuya di The World Ends With You (nella reale Shibuya in Giappone, la struttura citata ha il numero 109). Nel filmato vediamo anche il misterioso Yozora, che fino a ora è stata solo una comparsa nel mondo di Toy Story e apparentemente un chiaro tributo a Noctis Lucis Caelum di Final Fantasy XV. E infine, sul tetto di un palazzo vediamo una figura incappucciata guardare Kingdom Hearts mentre forma un cuore con le sue mani. Dunque, è possibile presumere che finalmente il Maestro dei Maestri si sia degnato di far il suo ingresso in scena dopo tanti secoli, ma non abbiamo ovviamente una conferma. Tuttavia, sappiamo che è etica di Nomura mostrare i personaggi con la tunica dell’Organizzazione incappucciati solo sino a quando non mostrano il loro viso almeno una volta. Tuttavia, il Maestro dei Maestri non è l’unica opzione.

Kingdom Hearts III: Conclusioni e previsioni

Se avete ottenuto i vari rapporti segreti affrontando i portali di battaglia sparsi nel mondo di Kingdom Hearts III, saprete che un certo soggetto X, sebbene provenga dall’epoca delle fiabe, potrebbe essere presente nell’era di Sora e compagni. Stando alle letture dei rapporti, si evince che questo soggetto sia una ragazzina e che abbia interagito almeno una volta con Xehanort e Luxu, ma anche Isa e Lea (i quali entravano di nascosto nei laboratori di Radiant Garden da piccoli per incontrarla). Andando per esclusione, potremmo azzardare che questa ragazzina sia Skuld, una dei protagonisti di Kingdom Hearts Union X e una dei cinque eredi ai Foretellers dopo la prima Guerra del Keyblade, oppure Sterlitzia, una ragazzina con un discreto potenziale presente nello stesso arco narrativo di Skuld. Sterlitzia seguiva spesso il protagonista di Kingdom Hearts Union X (ossia il nostro avatar) ed è la sorella minore di Lauriam (Il somebody di Marluxia, il quale una volta sconfitto in Kingdom Hearts III, accenna di “aver ricordato qualcosa” prima di svanire).

Sterlitizia viene tuttavia “eliminata” da un individuo non identificato proprio qualche tempo precedente alla nomina dei cinque eredi dei Foretellers (Ventus, Lauriam, Brain, Skuld ed Ephemer). È possibile anche che Sterlitzia sia una delle due “stelle” che interagisce con Sora nel Mondo Finale, implicando ancor di più che Sterlitzia non abbia mai fatto ritorno. La stella in questione riferisce a Sora che attende un ragazzo, e che ancora non è mai giunto. Infine, confida qualcosa al nostro protagonista all’orecchio, di cui non si ha alcun indizio. È stato invece confermato che l’altra stella è Naminé, la quale ha fatto ritorno grazie al contenitore generato da Ienzo, Ansem il Saggio e l’inaspettato aiuto di Even.

Sintetizzando, è molto probabile che uno dei tre “indagati” sia effettivamente la figura incappucciata presa in questione, anche se dalla statura di quest’ultima sembra più quella di una ragazza piuttosto che di un uomo. Il vero mistero rimane per lo più Yozora. Chi sia davvero, quale sarà il suo ruolo e soprattutto com’è apparso in un mondo come Shibuya, ancora non lo sappiamo.

Kingdom Hearts III: Conclusioni e previsioni

Infine, una piccola parentesi va aperta per Kingdom Hearts: ReMind, di cui non si sa assolutamente nulla eccetto il suo annuncio, pertanto le seguenti sono esclusivamente nostre speculazioni.

Remind, dall’inglese, significa ricordare o rammentare. Potremmo dedurre che questo DLC veda in qualche modo coinvolto Ventus, attualmente l’unico dell’era delle Fiabe tuttora presente ma, contrariamente a soggetti come Luxu e i Maestri Perduti, non ricorda assolutamente nulla della sua precedente vita. Eppure, nel filmato di chiusura di Kingdom Hearts III notiamo un Chirity (presumibilmente lo stesso che ha dialogato con Sora nel Mondo Finale) andare proprio verso Ventus, il quale lo abbraccia. Altre ipotesi potrebbero condurre a Larxene e Marluxia, sebbene piuttosto improbabili in quanto svaniti dopo la lotta contro Sora e compagni. Non ci rimane quindi che attendere le successive informazioni che verranno rilasciate su Kingdom Hearts: ReMind.

Kingdom Hearts III: Conclusioni e previsioni


Al momento, queste sono le nostre analisi in merito a quanto si sia in realtà allargato l’universo di Kingdom Hearts – piuttosto che chiudersi – con la scomparsa di Xehanort. Potremmo aspettarci una vera e propria nuova saga, potenzialmente più interessante ancora della Dark Seeker, in quanto finalmente vedremo i veri artefici che hanno tramato e covato nell’ombra da tempo immemore. Una cosa è certa: Nomura non ha assolutamente esaurito le cartucce, e sicuramente ci ritroveremo nuovamente in un turbine di emozioni e colpi di scena.

May your Heart be your guiding Key.

L’articolo Kingdom Hearts III: Conclusioni e previsioni proviene da GameSource.

“Fermarsi, ritirarsi, dire addio allo sport? E perché mai? Non è ancora il momento, e quando sarà lo deciderò io”. Vince Carter, un mito dell’Nba, si aggrega a Federer a Totti a Buffon e a tanti altri immortali dello sport, annunciando che rilancia la sfida per un’altra stagione, la numero 22.

Che sarebbe record nella Lega pro più importante del basket, primo di sempre capace di giocare in quattro decadi diverse: negli anni ’90 (con i Toronto Raptors), nei 2000 (con Toronto, New Jersey e Orlando), nei 2010 (con Dallas, Memphis, Sacramento e Atlanta) e nel 2020. Facendo una pernacchia alla carta d’identità, ai 42 anni che ha compiuto il 26 gennaio, ai luoghi comuni di noi mortali, e anche a chi lo accusa di togliere spazio ai sogni di qualche giovane.

Vincent Lamar Carter, figlio di Daytona Beach, cugino di terzo grado di un’altra stella del basket Usa, Tracy McGrady, nipote di Oliver Lee (ex di Marquette), è un super atleta che ha primeggiato sin dal college per brillare da professionista Nba come uno dei migliori schiacciatori di sempre nei Toronto Raptors e poi negli Atlanta Hawks. Nella rincorsa all’idolo Julius Erving, si è guadagnato già a 11 anni il nomignolo di UFO , per diventare presto Air Canada – in contrapposizione al celeberrimo Air Jordan –, Vinsanity (per l’eccitazione che provoca nei fan) e “Half man, half amazing”, metà uomo e metà meraviglia.

Vince non è più una star di prima grandezza, ma ha comunque chiuso la stagione con una media di 7,7 punti a partita, 2,6 rimbalzi, 1,1 assist in 17,5 minuti in 76 partite su 82 di regular season. Il più anziano a segnare 21 punti in una partita e il migliore realizzatore della squadra. Diventando il 23mo nella classifica marcatori All-Time con 25.430 punti.

 

Offrendo prestazioni diverse, molto diverse, dalle prestazioni sul viale del tramonto delle altre stelle, Dwyane Wade e Dirk Nowitzki, che hanno lasciato la scena quest’anno. Infatti, già a dicembre, dopo il match a Brooklyn, rivelava ai media: “Non so che farò, continuo a ricevere telefonate da società che sono interessate. A essere onesti, amo così tanto il basket, sento che non ne sono ancora fuori, malgrado gli anni miei e quelli nell’Nba, adoro ancora tantissimo il gioco e la partita”.

Soltanto altri quattro colleghi – Kevin Willis, Robert Parish, Kevin Garnett e Dirk Nowitzki – hanno giocato 21 stagioni nell’Nba. Vince ci è arrivato con questo biglietto da visita: Toronto Raptors (1998-2004), New Jersey Nets (2004-09), Orlando Magic (2009-10), Phoenix Suns (2010-11), Dallas Mavericks (2011-14), Memphis Grizzlies (2014-17), Sacramento Kings (2017-18) e Atlanta Hawks (2018-oggi). Con la legittima ambizione di allungare ancora.

Sui social, Gilbert Arenas, ex play dei Washington Wizards e degli Orlando Magic, si autonomina paladino dei giovani e lo contesta: “Ti rispetto ma ci sono giocatori che stanno provando a vivere il sogno che tu hai vissuto. Ogni anno che tu continui a giocare, c’è un giocatore che viene tagliato perché qualcuno sceglierà te al suo posto”.

 

Riassume il pensiero di altri. Ma come dargli ragione? I sogni vanno rispettati in tanto tali, unici, intimi, personali e, soprattutto, legittimi. Ancor di più nello sport, dove tutti i giorni, in allenamento, in campo, in palestra, nella vita da atleta, e poi in partita, ci si misura continuamente con gli avversari, con se stessi e col giudizio della gente. Senza sconti per la carta d’identità e per il proprio passato.

Il talento e la passione non possono certo vergognarsi di essere tali, o fare un passo indietro, per lasciare il posto libero a chi deve a sua volta dimostrare talento e passione. Anche per rispetto per l’oro olimpico a Sydney 2000 e la miriade di super risultati personali, 51 punti in una partita (2 volte), i 16 rimbalzi contro i Washington Wizards del 2007, i 14 assist contro i Milwaukee Bucks del 2009, le 6 palle rubate in una match (6 volte), le 6 stoppate contro i Chicago Bulls del 1999, i 63 minuti giocati contro i Sacramento Kings nel 2001.

Chi altri è stato citato in tante canzoni come lui? Da Slam Harder degli Onyx a Chum del rapper Earl Sweatshirt, da Basketball del rapper Bow Wow a We Love This Game di Ghemon, Mad Buddy, Kiave e Johnny Marsiglia, a Nostalgia II di Gemello a Weston Road Flows di Drake? Il sogno di Vinsanity è anche il nostro. 

Matteo Berrettini sorprende Roma, come tennista, ma soprattutto come uomo. Per come analizza e per come gestisce le situazioni, per come ragiona, per come reagisce. Alle spalle, ha sicuramente una bella famiglia, ma non è solo una questione di “credere in Santopadre”. Che, come gioca lui sul cognome dell’allenatore – Vincenzo Santopadre -, sono in molti a fare, parlando di religione.

Alle spalle, il 23 enne romano poco romano (papà è di Firenze, la nonna materna è brasiliana), il tennista italiano poco italiano (alto ben 196 centimetri e col servizio a 225 all’ora che non vedevamo dall’alba degli anni 90 con Omar Camporese), ha un amico. Vi raccontiamo chi è.

Stefano Massari, che cos’è un mental coach?

“È una persona che allena a tirare fuori il meglio di sé. Matteo, quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, era già quello che è adesso, con le stesse qualità. E’ sempre stato coraggioso e curioso, ha sempre amato le persone che gli stanno attorno. In questi anni è solo diventato più consapevole di queste qualità e le ha allenate tanto”.

Qual è la sua prima qualità?

“L’amore per la conoscenza, che abbiamo allenato molto. Uno dei momenti più difficili, nella sua crescita, è stato quando ha dovuto smettere di andare alla scuola pubblica, all’ultimo anno di liceo, per studiare da privatista. Ha fatto uno sforzo enorme nel lasciare i compagni, cui voleva bene, e non voleva assolutamente smettere di studiare, di sapere le cose. Allora ci siamo dati noi un piano di studio. Ad iniziare dalla letteratura americana: Bunker, che, dal carcere, raccontava storie crude; poi Bukowski, quand’ha acquisito la capacità di filtrare, di prendere il buono che c’è in quello scrittore; infine Hemingway, Per chi suona la Campana e i 49 racconti”.

Un ragazzo di vent’anni che legge tanto, e i video?

“Adora il cinema, Tarantino, Kubrick, Sergio Leone, siamo arrivati a Sorrentino, a Moretti. All’inizio, quando abbiamo cominciato, e lui aveva solo 16 anni e mezzo, ci vedevamo con cadenza fissa, ora capita che ci mangiamo una pizza, ci vediamo un film insieme e alla fine ci ragioniamo su. Ultimamente, per alzare il livello, ho invitato anche uno sceneggiatore tv. Sapevo che a Matteo sarebbe piaciuto tantissimo”.

L’amore per la conoscenza stimola la capacità di apprendimento.

“Una dote che gli è servita tantissimo anche nello sport. Così, ha scalato la classifica dal numero 700 di due anni fa al 30 di oggi. Ascoltando ed imparando da Vincenzo Santopadre che, oltre ad essere un grande coach, è un grande conoscitore del tennis e delle persone”.

 

Quindi lei non si stupisce del Matteo Berrettini che elimina Zverev a Roma.

“Affatto. E lo ringrazio delle emozioni che ci ha regalato: non pensavo che avrei mai sentito l’adrenalina correre così forte dentro di me. D’altra parte, per stare al suo ritmo, siamo costretti a crescere anche noi del team, a misurarci ogni giorno con sfide nuove”.

Come giudica gli angeli custodi di Matteo: il coach, l’amico, il fratello, i genitori?

“Santopadre è il padre tennistico di Matteo, non solo il coach. Flavio Cipolla, che è stato suo compagno di allenamento, è un fratello maggiore intelligente, acuto e sensibile. Un giorno, a proposito di come si sta in campo, gli disse: “Se non spegni la radio, se continui a parlarti addosso, perdi il punto dopo.” I genitori sono presenti ma non invadenti, lo hanno supportato anche economicamente, ma anche loro, come noi tutti, sono dovuti crescere per accettare che Matteo, pur rimanendo ovviamente loro figlio, non fosse più “il loro bambino”. Jacopo, il fratello minore di un anno e mezzo che è anche lui pro, è talmente vicino a Matteo che un giorno, per allenare Mat a cambiare certi atteggiamenti negativi in campo, gli ho proposto di trattare se stesso come se fosse il fratello: “Se fosse lui a sbagliare, lo manderesti ugualmente a quel paese?”

E veniamo al difetto maggiore di Matteo Berrettini.

“Non accetta tanto le imperfezioni, le sbavature, ma più degli stati d’animo che tecniche. Ad esempio, per giocare bene ha bisogno di sentirsi ispirato. Ma l’ispirazione non c’è sempre e non puoi sentirti “vuoto” se non c’è: significa non accettarti nella normalità. Così come non esiste la perfezione: è bello voler fare le cose bene, in modo eccellente. Ma non perfettamente: a cercare la perfezione si rischia l’infelicità. In realtà Matteo, con grande determinazione, sta lavorando tanto e bene su questo aspetto”.

Domani accadrà è un film che riguarda tutti: che sarà di Berrettini?

“I cambiamenti di vita non mi preoccupano tanto, anche se dovesse andare a Montecarlo, o altrove. Quello che gli auguro è di continuare a crescere di giorno in giorno, sempre, senza avere come obiettivo un risultato preciso, che sia la classifica o uno specifico torneo, ma solo il fatto di essere migliore come persona e come atleta. Così potrà continuare ad essere felice, come adesso. Deve riscrivere continuamente la sua storia. Come ha appena fatto contro Kudla, a Monaco: lo aveva sempre sofferto parecchio, ci aveva appena perso a Dubai. Allora abbiamo pensato che avrebbe dovuto affrontarlo come se fosse una partita nuova, senza tutto quel vissuto. Questo lo ha aiutato a liberarsi della pressione, almeno in parte, e a battere l’avversario in due set”.

Chissà che cosa si diranno Matteo e Stefano la sera prima del prossimo match di Roma. Chissà se il mental coach avrà avuto da Santopadre o da Umberto Rianna, tecnico federale che supporta il team di Matteo “con grande saggezza e competenza”, “segnali di disagio, di agitazione o di nervosismo”. Oppure se andrà giù sereno, come in una chiacchierata fra amici.

Gli uomini “per secoli hanno colonizzato la narrazione”. Ma ora “quell’epoca è finita”. Lo scrive Elena Ferrante, in un saggio breve pubblicato dal New York Times nell’ambito di una serie di articoli in cui una decina di pensatori rispondono ad u’unica domanda. Questa: “Cos’è il potere?”.

Risponde la scrittrice: “Difficile da maneggiare, grandemente desiderato, per millenni ogni espressione del potere è stata condizionata da atteggiamenti maschili nei confronti della realtà. Pertanto alle donne sembra che il potere possa essere esercitato solo nelle modalità in cui gli uomini lo hanno esercitato tradizionalmente”.

In realtà “una forma di potere che mi ha affascinato sin da quando ero giovane era il potere della narrazione”. Una forma di potere “non insignificante perché il racconto dà forma all’esoerienza, può attirare il lettore nella sua rete, portare ordine al caos della realtà sotto il proprio sigillo, e da questo punto di vista non è poi così lontana dal potere politico”.

Dieci giornate e sette giovani narratrici

Al momento della lettura del Decamerone di Boccaccio, ricorda Elena Ferrante, l’impressione fu che il padre della narrativa europea “desse una certa speranza”: sette dei dieci giovani che raccontano le novelle nelle dieci giornate erano donne. “Nel mondo reale le cose erano molto diverse”, aggiunge.

Infatti “il potere è ancora fermamente nelle mani degli uomini e se, in società dalle solide tradizioni democratiche, ci viene dato più frequentemente accesso a posizioni di comando, questo avviene solo a condizione che da parte delle donne si dimostri l’aver interiorizzato il metodo maschile nell’affrontare e risolvere i problemi”.

Fortunatamente “le cose vanno cambiando rapidamente, ed i successi al femminile si moltiplicano” e sempre meno si sente affermare, come fosse un complimento, “Sei brava, sembri un uomo”. Si fa sempre più concreta l’idea che “il potere che le donne richiedono debba essere così solido ed attivo da permetterci di fare senza più apprezzamento maschile di sorta”

“Le sette narratrici del Decamerone non dovrebbero mai più essere messere in condizione di dover ricorrere a Giovanni Boccaccio per esprimersi”, conclude la scrittrice, “Insieme alle loro innumerevoli lettrici (già Boccaccio sapeva bene che gli uomini hanno altre cose da fare e quindi leggono poco) loro sanno come descrivere il mondo in modo del tutto originale. La narrazione femminile, operata con sapienza sempre più grande, sempre più diffusa e impertinente è ciò che deve ora assumere il potere”. 

Tra quasi due mesi esatti Marvel Ultimate Alliance 3: The Black Order arriverà come esclusiva Nintendo Switch e per ingannare l’attesa stiamo lentamente scoprendo quali saranno gli eroi giocabili e come essi si comporteranno.

Abbiamo visto Ms. Marvel e di recente Spider-Gwen per un po’ di sano girl power, ma cambiamo completamente registro vedendo in azione un supereroe che in realtà non ha poteri sovrumani. Stiamo parlando di Hawkeye (conosciuto anche come Occhio di Falco), esperto arciere che ha debuttato nei fumetti Marvel nel lontano 1964:

Hawkeye, presente nel primo Marvel Ultimate Alliance come DLC e assente in Marvel Ultimate Alliance 2, torna nel terzo capitolo Marvel facendo ciò che sa fare meglio: scoccare frecce contro nemici lontani. Nel video si dimostra capace, infatti, di lanciare frecce esplosive, elettriche e perforanti, sottilmente affermando la sua natura da personaggio AoE.

Hawkeye modello in Marvel Ultimate Alliance 3

Nei fumetti decide di passare al lato buono dopo aver visto Iron Man in azione e da allora è diventato un membro storico degli Avengers. Nel film del 2012 The Avengers invece ne è un membro fondatore, pellicola che dà il via alla Infinity Saga culminata con Avengers: Endgame, qui recensita senza spoiler.

L’articolo Marvel Ultimate Alliance 3: gameplay per Hawkeye proviene da GameSource.

“Il problema è sempre quello: salvare il capitalismo da se stesso”. Il libretto è sottile, più un pamphlet che un trattato, e le pagine hanno preso col tempo un tono di colore che dà sul paglierino. Sul frontespizio il simbolo della casa editrice: un lupo. “L’editore era il marito di Virginia Woolf, Leonard. Si conoscevano dai tempi di Cambridge”, racconta Giorgio La Malfa, anche lui uscito da Cambridge, ma sessant’anni dopo i fatti. 

The End of Lassez-faire, il libro che sfoglia con cura (è un pezzo ormai raro) è solo uno dei tremila volumi della sezione economica della fondazione dedicata a suo padre Ugo, partigiano azionista, segretario del Partito Repubblicano. Uno dei padri laici dell’Italia democratica.

Libri ovunque, nella sede della Fondazione Ugo La Malfa: un bel contrasto con la politica dell’urlo che si è venuta imponendo negli anni, fatta di scarsa riflessione e intensa adrenalina, problemi complessi e soluzioni semplici.

Semplici solo apparentemente, se non addirittura impraticabili. E i dilemmi di un capitalismo che ha portato alla crisi del 2008, senza generare gli anticorpi necessari ad impedire il suo ripetersi, restano tutti insoluti.

Anche per questo La Malfa, con il suo inglese parlato come una lingua madre e la sua profonda conoscenza dei processi dell’economia, riporta all’attenzione di politici e intellettuali gli insegnamenti di un grande padre dimenticato del Novecento. Si tratta di quel John Maynard Keynes che tratteggiò, profeta allora ascoltato, la riforma del capitalismo puro e duro.

Ne scaturì il “Trentennio d’oro” delle economie occidentali, dal ’45 al ’75: ricchezza creata e distribuita, conquiste sociali, vittoria sul modello marxista del socialismo reale. Che tempi.

Oggi gli scritti più importanti di Keynes, fra cui la Teoria generale dell’ocupazione dell’interesse e della moneta, tornano in Italia raccolti in un volume de I Meridiani Mondadori. Lo ha curato lo stesso La Malfa: oltre ai testi (valorizzati da una traduzione che rende giustizia al bell’inglese dell’originale) si possono sfogliare un approfondito saggio introduttivo ed una ricca annotazione dei testi di La Malfa e di Giovanni Farese.

“La ragione di fondo che ha portato alla pubblicazione di questo libro è duplice”, spiega La Malfa all’Agi, “Da una parte si tratta di dare ai giovani studiosi e intellettuali italiani un’opera dotata di un adeguato apparato critico. Dall’altra c’è un’esigenza di carattere politico. Di Keynes si deve tornare a valorizzare la visione complessiva dell’uomo, all’interno della quale proponeva soluzioni per i problemi dell’economia e della società. Era sì un economista, e di formazione era un matematico. Ma mentre si laureava in matematica studiava la filosofia. Non è un caso”.

Si direbbe il contrario dell’iperspecializzazione in voga adesso. Quasi una figura rinascimentale che riesce ad andare oltre i presunti dogmi della propria materia. 

“Giovedì prossimo verrà presentato questo volume all’Accademia dei Lincei. Ci sarà anche il Presidente della Repubblica. E questo mi fa molto piacere, è una presenza che ha un significato preciso rispetto al messaggio non solo economico ma anche sociale del pensiero di Keynes”.

Mattarella fin dall’inizio del settennato ha sottolineato l’idea della responsabilità sociale dell’impresa.

“Il punto di fondo del pensiero keynesiano è il rifiuto del fondamento utilitaristico dell’economia. Si può costruire una vera teoria economica sul concetto dell’uomo come puro homo economicus, ma si rischia di trascurare degli aspetti essenziali. L’economia, diceva Keynes, non è una scienza naturale, ma morale. Insomma: è parente dell’etica”.

E il capitalismo?

“Il capitalismo è una macchina molto efficiente, ma non efficiente in modo assoluto. Ha bisogno di un volante per essere indirizzato, per essere corretto nei suoi eccessi e nelle sue insufficienze. Non garantisce necessariamente la piena occupazione e la giustizia sociale, ad iniziare dai redditi. Spesso genera la stortura di redditi molto alti per pochi e molto bassi per molti. Senza considerare la disoccupazione”.

Una teoria quasi degna di Marx, che parlava dell’accumulazione di ricchezze sempre maggiori in un numero sempre minore di mani. Tutte mani capitaliste.

“In realtà Keynes conosce poco Marx e ne dà un giudizio sommariamente negativo. Conosce, però, e capisce bene Russia”.

La Russia comunista?

“Keynes, che nella prima parte della vita era stato omosessuale, a un certo punto conosce Lydia Lopokova, una bellissima ballerina classica dei Ballets Russes di Sergej Djagilev, la sposa e con lei visita e conosce a fondo la Russia”. 

Potenza dell’amore. E che impressione ha della Russia?

“Keynes ricostruisce bene due aspetti essenziali del comunismo: la sua totale inefficienza in termini economici pratici e la sua formidabile capacità di attrarre quanti, a partire dalle classi operaie, hanno di che lamentarsi del capitalismo. E dice: o troviamo il modo per rendere efficiente il capitalismo o l’attuazione del comunismo sarà irresistibile. Lo scriverà anche a Franklin Delano Roosevelt, poco dopo la sua elezione alla Casa Bianca: “Se lei dovesse fallire, in tutto il mondo sarà gravemente pregiudicato il cambiamento su basi razionali e in campo rimarranno a scontrarsi solo l’ortodossia e la rivoluzione”.

Roosevelt non fallì, per fortuna. Anzi, indicò la strada ad una intera generazione di politici del dopoguerra, anche in Italia.

“In Italia tutti i partiti del secondo dopoguerra sono keynesiani: democristiani, repubblicani, socialisti …  Tutti vogliono dare un’anima al capitalismo. Fanfani vara il piano casa all’interno di un progetto di società ben preciso, e anche per non far scivolare i meno abbienti verso il comunismo. Ora quello che deve emergere, anche da questo libro, è l’ispirazione politica del pensiero keynesiano, incentrata su un’idea ben precisa: come salvare il capitalismo da se stesso”.

Una volta il pericolo era che gli esclusi scivolassero verso il comunismo. Oggi si direbbe che il rischio è quello del populismo che invoca la propria sovranità sul bilancio dello Stato.

“A mio giudizio è lecito fare una spesa pubblica in deficit, ma per delle buone ragioni, cioè per degli investimenti. Ma non lo si può fare solo per ottenere due voti. Esiste anche un’altra lettera di Keynes, questa volta ad Hayek: in realtà la stima reciproca dei due era molto maggiore di quanto non si pensi. Keynes aveva appena finito di leggere “La strada per la schiavitù” di Hayek, e gli scriveva di essere d’accordo con lui sui pericoli della spesa pubblica: chi somministra alla società la medicina dell’intervento deve avere la cautela che hai tu”.

Comunque una posizione ben lontana dal reaganismo e dal thatcherismo. O dall’adorazione del pareggio di bilancio fine a se stesso.

“Anche chi in passato sosteneva l’austerità a tutti i costi adesso riconosce che quella cura non è servita a bloccare il debito pubblico. Questo è un punto.  Ma questo non costituisce una giustificazione per la dissipazione delle risorse pubbliche. Come in tutte le cose, bisogna avere capacità di discernimento”.

 Certo, in questi anni la sinistra ha molto ridotto la sua critica al capitalismo

“Oggi la più forte voce critica riguardo gli automatismi del mercato è rappresentata dal mondo cattolico. Una volta era il socialismo, ora non lo è più. Ho visto con molto interesse questa iniziativa di Papa Bergoglio, che ha convocato ad Assisi per una tre giorni, il prossimo anno, il mondo dell’economia e dell’impresa per dare un nuovo volto alla materia. Se venissi invitato ci andrei con grandissimo piacere a parlare di questi problemi.  La Chiesa una volta poteva apparire come portatrice di un rifiuto del capitalismo. Nel mondo contemporaneo, per l’appunto, si tratta di dargli un’anima”.

Colpisce, in Keynes, questa comunanza di sensibilità tra la cultura laica e quella cattolica o comunque religiosa.

“Nella biografia di Keynes ho ricordato che lui da parte di madre discendeva da una famiglia di predicatori battisti, usciti quindi dalla Chiesa Anglicana perché ispirati ad una visione più severa del cristianesimo. Lui non era credente, ma mantenne probabilmente un’impronta di questo tipo. Quanto alla madre, era una figura di grande spessore: il primo sindaco donna di Cambridge. Il cammino della modernità segue molte strade”.

E Giorgio La Malfa torna a sfogliare La fine del Lasseiz-faire. Un’idea, quella dell’“Arricchitevi!” di Guizot, che pare appartenere ad un mondo vecchio e lontano. O comunque non più in grado di rassicurare l’uomo contemporaneo.

Game Informer sta rilasciando piccole esclusive su Marvel Ultimate Alliance 3: The Black Order e noi lo seguiamo di pari passo. È la volta di un breve video di gameplay per Spider-Gwen, al debutto in un gioco Marvel:

Spider-Gwen non è altri che una Gwen Stacy di un universo alternativo, che invece di morire nell’originale raccoglie il manto del ragno più famoso del mondo personalizzandolo dopo non essere riuscita a salvare il suo migliore amico, Peter Parker.

Modello di Spider-Gwen in Marvel Ultimate Alliance 3

È una combattente molto veloce che oltre usare le ragnatele dimostra di essere anche in grado anche di teletrasportarsi. Ha debuttato nei fumetti nel 2014 e da allora è una presenza fissa del cast Marvel, protagonista (come Miles Morales, anch’egli mostrato in azione) anche del film Spider-Man: Into the Spider-Verse (in italiano: Spider-Man: Un Nuovo Universo), di cui potete leggere la recensione qui.

Ricordiamo che Marvel Ultimate Alliance 3 è un’esclusiva Nintendo Switch che uscirà il 19 luglio.

L’articolo Marvel Ultimate Alliance 3: gameplay per Spider-Gwen proviene da GameSource.

Sono da poco disponibili alcune foto trafugate che ritraggono le nuove motherboard per il gaming basate su chipset X570 prodotte da MSI. Si tratta di una coppia di schede madre, la X570 Gaming Pro Carbon e la X570 Gaming Plus. Ancora una volta le motherboard hanno una ventola attiva a bordo, sulla sommità del chipset e sopra lo slot dual PCIe x16, apparentemente PCIe Gen 4.

MSI-X570-Gaming-Plus

Le nuove motherboards sono comparse su Videocardz e sono entrambe basate sul nuovo chipset AMD X570 (PCH), progettato per la nuova serie  Ryzen 3000 series. Gamesource ne aveva parlato in questo articolo.

Abbiamo parlato del sistema di raffreddamento attivo del chipset. A quanto sembra, la maggior parte delle schede madre basate su X570 ne avranno uno, il che probabilmente le renderà un po’ rumorose a causa del ridotto diametro delle ventole. Da notare come la Gaming Pro Carbon abbia quattro slot ddr4 DIMM, sei porte Sata III e due slot PCIe x16, due slot PCIe x1 e due slot x4. Il modello Gaming Plus mostra due slot PCIe x16 e tre slot x1.

msi-mpg-x570-gaming-pro-carbon-wifi

Entrambe le schede MSI basate su chipset X570, la Pro Carbon e la Plus, saranno presentate ufficialmente questo mese al Computex. Ci si aspetta di vederle con due slot  PCIe Gen 4.0 compatibili e con il supporto di Wi-Fi 6 (AX).

L’articolo MSI X570 Pro Carbon e Plus motherboards da MSI proviene da GameSource.

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