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Uber ha pensato bene di unire due settori molto in voga (troppo?) negli ultimi mesi: guida autonoma e monopattini condivisi. Starebbe lavorando a biciclette e “scooter” (come li chiamano negli Stati Uniti) elettrici in grado di spostarsi da soli. Con l’obiettivo di sviluppare queste funzioni, sarebbe nata una nuova divisione, Micromobility Robotics, che opera all’interno di Jump, la società specializzata in bici elettriche condivise che Uber ha acquisito lo scorso aprile.

L’annuncio di Uber (a marchio Jump)

La notizia è stata annunciata dai vertici della compagnia americana nel corso di un evento organizzato da DIY Robotics ed è stata riportata da uno dei presenti, Chris Anderson, ceo di 3D Robotics. Anderson ha pubblicato su Twitter l’immagine di un documento in cui “Uber Micromobility Robotics” rimanda a un indirizzo per candidarsi se si aspira a un lavoro nella nuova divisione: si cercano ingegneri software e hardware, product manager e addetti al marketing. Uber vuole quindi portare la guida autonoma non solo sulle auto ma anche sulle biciclette e sui monopattini. Questi ultimi, in particolare, stanno attirando enormi flussi di capitali. Jump ha lanciato il proprio servizio a Santa Monica. Anche la principale concorrente statunitense di Uber, Lyft, ha esordito sui monopattini, a Denver. Il settore è popolato da startup sostenute da venture capital (come Lime e Bird) e altre supportate dai grandi gruppi (come Spin e Jelly, controllate da Ford).

Exciting announcement from @UberATG at today’s @DIYRobocars event. “Micromobility” = autononomous scooters & bikes that can drive themselves to charging or better locations. Hiring now pic.twitter.com/sOjroo8XZI

— Chris Anderson (@chr1sa)
January 20, 2019

A che servono i monopattini autonomi?

La solidità del mercato è ancora da dimostrare. Anzi, si parla già di bolla. Uber intenda sperimentare nuove strade perché – come dimostra il bike sharing – a un momento di corsa agli investimenti è probabile che ne segua uno di consolidamento dove solo pochissimi operatori riusciranno a sopravvivere. Ma quale sarebbe il vantaggio di rendere autonomi bici e monopattini? Il più importante non riguarderebbe tanto il trasporto degli utenti quanto la logistica del servizio. Oggi gli addetti trasportano i mezzi in diverse zone della città, per dare maggiore equilibrio la servizio. Se monopattini e biciclette fossero autonomi, potrebbero spostarsi da soli nelle zone dove è richiesto un flusso di traffico maggiore. La gestione sarebbe quindi più efficiente: si ridurrebbe a una supervisione centrale e a interventi di manutenzione.      

Dopo una lunga notte di mediazione in Cgil si va verso l’accordo per Maurizio Landini nuovo segretario generale della Cgil e Vincenzo Colla vicesegretario. La commissione elettorale, che si riunirà alle 8, dovrà ufficializzare questa decisione. La segreteria sarà composta sempre da 10 componenti oltre al vicesegretario, Roberto Ghiselli dovrebbero entrare una donna e il segretario dei chimici Emilio Miceli.  Oltre a Colla vicesegretario ci sarà anche una donna come vice per una questione di equilibrio generale.

A Cupertino è scattato il piano “S”: dire che va tutto bene è impossibile, meglio dire allora che l’iPhone non è tutto. “S” sta per servizi. Include (tra le altre cose) iCloud, Apple Music, Apple Pay ed è la voce di bilancio più stabile e che cresce di più. Da tempo Cupertino la spinge con forza, consapevole che sia l’unica carta per riequilibrare un bilancio troppo dipendente dagli iPhone (nei suoi successi ma anche nei suoi chiari di luna). Questa volta però il ceo Tim Cook, una settimana dopo aver annunciato il sanguinoso taglio delle stime per il primo trimestre 2019, si è presentato davanti alle telecamere di Cnbc per dire che “ci saranno nuovi servizi quest’anno”. Non ha voluto dire di cosa si tratti, ma ha detto che saranno “più cose”. Quali potrebbero essere? Gli indizi per fare qualche ipotesi non mancano.

La piattaforma di streaming

Apple è già impegnata nella produzione di contenuti originali, con l’obiettivo di investire 4,2 miliardi di dollari entro il 2022 e creare una piattaforma concorrente di Netflix. Il progetto è andato avanti, fino a ora, con tempi piuttosto compassati. A quanto pare anche per volontà di Cook. Il ceo si sarebbe opposto alla produzione di programmi, serie tv e film violenti, sessualmente espliciti o politicamente schierati. Il primo veto sarebbe arrivato su Vital Signs, serie tv ispirata alla biografia del rapper Dr Dre. Motivo: una scena che ritraeva un’orgia.

La Mela sarebbe quindi orientata a creare un sorta di Netflix per famiglie, adatta a tutti. Una scelta dovuta probabilmente al timore che eventuali critiche sui contenuti possano ripercuotersi sulle vendite di iPhone. Chissà se, adesso, l’urgenza di spingere i servizi non convinca Cook a sciogliere qualche laccio. Una politica così rigida nasconde qualche rischio. Le grandi firme che Apple ha intenzione di ingaggiare (tra sceneggiatori, registi e attori) accetteranno di sottostare al timbro di Cupertino? E gli spettatori saranno contenti, visto che molte serie di grande successo (da Narcos a Breaking Bad, da Dexter a The Walking Dead) non sono certo a misura di bambino?

I segnali di accelerazione non mancano. E neppure quelli di apertura. Samsung ha appena annunciato che i suoi televisori connessi prodotti nel 2019 avranno accesso ai contenuti televisivi di iTunes. È la seconda volta che la Mela consente a un’azienda terza di accedere al servizio. La prima, nel 2003, era stata Microsoft, con la libreria di contenuti accessibile da Windows. La mossa è un doppio indizio. Primo: un’app che raccoglie solo i contenuti visivi di iTunes potrebbe essere il preludio della piattaforma simil-Netflix. Secondo: Apple ha capito che la chiusura del proprio ecosistema (che è un punto di forza dell’iPhone) potrebbe rappresentare un vincolo per i servizi.

La Netflix dei giornali

Ma Cook ha detto che ci saranno “più cose”. L’altra potrebbe essere una Netflix dei giornali: un servizio in abbonamento che, per una decina di dollari, darebbe accesso alla lettura digitale di riviste e giornali. Sarebbe una sorta di versione premium di Apple News e,potrebbe arrivare nella primavera 2019. La base da cui partire è Texture, un’app acquisita dalla Mela lo scorso marzo. Disponibile su iOs, integra già decine di contenuti (sopratutto settimanali e mensili). Il grande passo sarebbe arruolare i quotidiani. Eddy Cue, gran capo dei contenuti Apple, starebbe negoziando con New York Times, Wall Street Journal e Washington Post.

Non si sa se la trattativa è andata a buon fine. In caso di via libera, Cupertino potrebbe garantire un’offerta che nessuno ha. I grandi giornali avrebbero accesso a una platea nuova ed enorme, ma devono fare bene i conti. Il Washington Post offre il proprio abbonamento digitale per 10 dollari al mese; il Times per 15 e il Wsj per 37. Texture, che paga i fornitori di contenuti in base a quante volte vengono letti, potrebbe erodere parte degli abbonamenti in proprio, dai quali i quotidiani (senza intermediari) incassano di più.

Servizi per la salute

Tra gli altri servizi ipotizzabili ce ne potrebbero essere alcuni legati alla salute. Cook ha affermato che Apple “amplierà il proprio portfolio nel settore”. E si è detto certo che è qui che il gruppo “può dare il suo maggiore contributo al genere umano”. “Siamo solo all’inizio”, ha aggiunto, di un processo di “democratizzazione” che permetterà a ciascuno di “gestire la propria salute”. Le parole di Cook sono coerenti con una sempre maggiore attenzione nelle app per il benessere e la sanità, che dovrebbero sposarsi con l’Apple Watch. Se c’è una cosa che, lo scorso autunno, ha rubato la scena agli iPhone è stato proprio l’orologio della casa. Soprattuto grazie al primo elettrocardiografo integrato. Pochi gesti e il referto è pronto per essere stampato o inviato al proprio medico.

I 100 miliardi di Apple

Basteranno questi e altri servizi per ammortizzare la crisi degli iPhone? No, almeno nel breve periodo. Il 60% del fatturato della Mela arriva dai suoi smartphone, mentre i servizi valgono circa il 16%. Non hanno stagionalità e progrediscono con più costanza, ma non è sufficiente. Cook (chiaramente) lo sa bene. Tanto che – durante l’intervista a Cnbc – ha voluto guardare il bilancio da un’altra prospettiva: “Nel nostro ultimo anno fiscale abbiamo avuto 100 miliardi di dollari di entrate non provenienti da iPhone. E in questo ultimo trimestre, se si prende tutto ciò che non è iPhone, il fatturato è cresciuto del 19%. Il 19% su un business enorme”.

È chiaro: fa parte del lavoro di Cook indicare il bicchiere mezzo pieno. Quello che il ceo non dice, si vede osservando il negativo delle sue parole. Nell’ultimo anno fiscale il fatturato è stato di 265,6 miliardi. L’iPhone, quindi, incassa ancora molto di più di tutto il resto messo assieme. Basta che lo smartphone inciampi per scatenare un putiferio. Nonostante quei 100 miliardi.  

Il comico Lino Banfi, pseudonimo di Pasquale Zagaria, futuro ambasciatore del nostro Paese nella commissione Italiana per l’Unesco, è uno degli attori più popolari in Italia, con una carriera di oltre 65 anni spesa tra teatro, televisione e cinema.

Nato ad Andria, in Puglia, il 9 luglio 1936, ha recitato sia in ruoli comici che drammatici, lavorando con alcuni dei più importanti registi del cinema italiano, tra cui Nanni Loy, Steno e Dino Risi. Negli anni Settanta e Ottanta è diventato uno dei volti più noti della Commedia Sexy all’italiana, per poi dedicarsi, a partire dagli anni Novanta, a fiction televisive come ‘Un medico in famiglia’, in cui tra il 1998 e il 2016 ha interpretato il ruolo di Nonno Libero.

Cresciuto a Canosa di Puglia, dove vive fino ai 18 anni, Zagaria era destinato alla carriera ecclesiastica, avendo frequentato il seminario. Il giovane preferisce però lo spettacolo ed esordisce come cantante nelle feste musicali di paese. Nel 1954 si trasferisce a Milano, dove viene scritturato nella compagnia di Arturo Vetrani, che si esibisce nel teatro di varietà.

Il primo personaggio: Lino Zaga

Inizialmente, l’attore si esibisce con lo pseudonimo Lino Zaga, abbandonato su consiglio di Totò, secondo cui in scena portava fortuna accorciare i nomi, ma non i cognomi. Lino Banfi nacque allora su consiglio del maestro elementare, impresario e marito della soubrette Maresa Horn, che scelse il nuovo cognome dal registro di registro di classe dei suoi alunni, il cui primo nome apparteneva ad Aureliano Banfi.

Lino Banfi divenne così un professionista dell’avanspettacolo, la cui notorietà era legata ai tratti tipici della Puglia portati in palcoscenico, come modi di dire, giochi di parole e doppi sensi maliziosi. Negli anni Sessanta si trasferisce a Roma, dove si esibisce presso il locale ‘Puff’ di Lando Fiorini.

Al 1960 risale il suo esordio al cinema con una breve comparsa nel film ‘Urlatori alla sbarra’ di Lucio Fulci con la partecipazione di Adriano Celentano, Mina e Chet Baker. Nel 1962, dopo 10 anni di fidanzamento, sposa la moglie Lucia, da cui ha due figli, Walter e Rosanna, anch’ella attrice.

Il debutto in televisione 

Nel 1964 debutta anche in televisione nella trasmissione della Rai ‘Biblioteca di Studio Uno’, dove interpreta un valletto dallo spiccato accento pugliese. Nel 1969 appare nel programma Rai ‘Speciale per voì, presentato da Renzo Arbore. Dal 1964 recita piccole parti in film prodotti dal duo comico Franco e Ciccio come ‘I due evasi di Sing Sing’ (1964), ’00-2 Operazione Luna’ (1965), ‘Due marines e un generale’ (1965), ‘I due pompieri’ (1968), ‘Franco, Ciccio sul sentiero di guerra’ (1970), ‘Don Franco e Don Ciccio nell’anno della contestazione’ (1970), ‘Riuscirà l’avvocato Franco Benenato a sconfiggere il suo acerrimo nemico il pretore Ciccio De Ingras?’ (1971) e nei film di Alighiero Noschese ed Enrico Montesano, ‘Il furto è l’anima del commercio!?’ (1971), ‘Io non spezzo, rompò (1971) e ‘Boccacciò (1972).

Negli anni Settanta ottiene un discreto successo grazie ai suoi spettacoli al teatro Sancarlino di Roma, dove nel 1972 si esibisce in un cabaret insieme a Carletto Sposito e Anna Mazzamauro e poi con Enrico Montesano e Lando Fiorini. Nel 1973, arriva il suo primo ruolo da protagonista al cinema con il film ‘Il brigadiere Pasquale Zagaria ama la mamma e la polizia’. Nel 1975 arriva anche il debutto da protagonista in televisione con il programma di varietà della Rai, ‘Senza rete’, con Alberto Lupo, seguito da ‘Arrivano i mostri’, di Ugo Gregoretti, nel 1977.

L’esorciccio, poi le commedie sexy degli anni ’70-’80

Nel 1975 partecipa poi al film cult ‘L’esorciccio’ con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Tra gli anni Settanta e Ottanta, Banfi si afferma come uno dei volti simbolo della Commedia Sexy all’italiana, recitando con Alvaro Vitali, Edwige Fenech e Gloria Guida. Dal 1976 al 1983 partecipa così ai maggiori classici di questo genere, come ‘L’affittacamere’ (1976), ‘L’insegnate viene a casa’ (1978), ‘La liceale seduce i professori’ (1979), ‘L’infermiera di notte’ (1979), ‘La poliziotta della squadra del buon costume’ (1979), ‘La moglie in bianco, l’amante al pepe’ (1980), ‘La dottoressa ci sta col colonnello’ (1980), ‘L’onorevole con l’amante sotto il lettò (1981), ‘L’onorevole con l’amante sotto il letto’ (1981), ‘Cornetti alla crema’ (1981), ‘Vieni avanti cretino’ (1982), ‘Al bar dello sport’ (1983), e ‘Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio’ (1983).

Oronzo Canà, I pompieri e il Commissario Lo Gatto

Nel 1984, Banfi interpreta uno dei suoi più famosi personaggi, l’allenatore di calcio Oronzo Canà nel film di Sergio Martino ‘L’allenatore nel pallonè, seguito da ‘I pompieri’ con Paolo Villaggio e Massimo Boldi nel 1985 e dalla pellicola cult ‘Il commissario Lo Gatto’, realizzato da Dino Risi nel 1986. Nel 1984 e nel 1985 conduce e partecipa a Risatissima e alla 500esima puntata de ‘Il pranzo è servito’ prodotti da Canale 5. Nel 1987 ritorna però in Rai dove gli venne affidata la conduzione di ‘Domenica in’ per due stagioni, ‘Aspettando Sanremò, ‘Un inviato molto specialè (1992) e ‘Stasera Linò (1989).

Nel 1990, torna protagonista insieme a Renzo Arbore e Michele Mirabella de ‘Il caso Sanremo’, prima di tornare a Mediaset l’anno successivo per condurre ‘Una sera c’incontrammo’, lo special di San Valentino di Canale 5. Nel 1991, Banfi pubblica la sua autobiografia dal titolo ‘Alla grande’.

Nel 1997 arriva il primo ruolo da protagonista in un film drammatico con la pellicola per la tv ‘Nuda proprietà vendesì, andato in onda su Rai 1. Dal 1998 partecipa poi alla fiction ‘Un medico in famiglià, in cui interpreta il ruolo di Libero Martini per oltre 10 stagioni. Negli anni 2000, Banfi interpreta diversi ruoli drammatici in film tv come ‘Vola Sciusciù’ (2000) e in serie come ‘Raccontami una storià, ‘Un difetto di famiglia’ (2003), ‘Un posto tranquillo’ (2003) e ‘Il padre delle spose’ (2006).

Il Telegatto alla carriera, la malattia della moglie

Nel 2003 ottiene il Telegatto alla carriera, mentre nel 2001 è nominato ambasciatore dell’Unicef. Nel 2008, a distanza di 24 anni dall’uscita al cinema de ‘L’allenatore nel pallonè, e dopo 20 anni dal suo ultimo film cinematografico, torna nei panni di Oronzo Canà nel sequel del famoso film.

Nel 2011 ritorna a lavorare per Mediaset, riprendendo il ruolo del commissario Zagaria nell’omonima miniserie di Canale 5. L’anno successivo torna al cinema con il film di Carlo Vanzina ‘Buona giornata’. Nel 2016 partecipa invece al successo di Checco Zalone ‘Quo vado?’, diretto da Gennaro Nunziante.

Negli ultimi anni, l’attore si è speso per la moglie Lucia, affetta dal morbo di Alzheimer, per la quale ha rifiutato un ruolo che lo avrebbe portato in Germania “Adesso che potremmo non ci muoviamo per via della sua malattia, l’Alzheimer. Altri miei colleghi se la spassavano tra sesso e festini, ma io no. Sono sempre stato a casa, accanto alla mia famiglia”, ha detto di recente l’attore ospite di Domenica In. “Ho lavorato con le più belle attrici europee, ma nei miei pensieri c’è sempre stata solo lei”. 

Il blocco dell’aeroporto di Gatwick del 19 dicembre, causato dal presunto avvistamento di droni nelle vicinanze della pista di decollo, sarebbe costato a EasyJet circa 18 milioni di euro, come riporta la compagnia aerea. In un rapporto l’azienda ha descritto l’aspetto economico della vicenda, nella quale il clima natalizio del secondo scalo più grande di Londra è stato rovinato da uno stop di 36 ore dell’hub, che ha portato alla cancellazione di più di mille voli e a disagi per migliaia di passeggeri.

A un mese dall’episodio – e a pochi giorni dall’arresto di un altro uomo trovato a pilotare un drone vicino al più grande aeroporto di Heathrow – “è sempre più evidente l’importanza di fare prevenzione, di stabilire protocolli d’azione e di verificare la reale capacità di un drone di danneggiare un aereo”, ha spiegato ad Agi Luca Masali, giornalista esperto di droni e fondatore della testata Dronezine.

“L’episodio di Heathrow è stato gestito in modo efficace, con una chiusura al traffico aereo di solo un’ora – spiega Masali – e questo ci dimostra che con l’organizzazione anche i possibili disagi possono essere ampiamente evitati”. Tuttavia, nel caso del blocco aereo di Gatwick, del presunto drone avvistato da passeggeri e personale non c’è traccia. Non una fotografia né un video delle telecamere di sorveglianza è stato in grado di riprendere l’oggetto non identificato che, per ammissione delle stesse autorità, potrebbe non essere mai esistito.

Come evitare i falsi allarmi?

A questo servono i sistemi specifici, di cui il mercato internazionale sta vedendo la fioritura, in grado di identificare un drone ed eventualmente disattivarlo a distanza qualora si avvicinasse a un’area interdetta al traffico di simili apparecchi. Oppure capaci di chiarire se vi sia un reale pericolo o se l’avvistamento di un oggetto non identificato sia solo frutto di un errore, come quando nel 2016, il pilota di un Airbus A320 della British Airways denunciò alle autorità di averne urtato uno, scoprendo poi che si trattava di una busta della spesa

Nelle scorse settimane una squadra di Fucilieri dell’Aria del 16° Stormo di Martina Franca si è qualificata per operare in autonomia con sistemi elettromagnetici per il contrasto all’uso illegittimo dei droni. Impiegando un sistema radar di rilevamento (Counter Unmanned Aerial System, sistema aereo di contrasto ai velivoli senza pilota a bordo) con ottiche diurne e notturne e dispositivi per l’interdizione elettronica per inibire il volo assicurando la necessaria sicurezza, la squadra è pronta alle attività di protezione di aeroporti, infrastrutture critiche o altri siti sensibili. L’attività è stata resa possibile grazie a una collaborazione strategica tra l’Aeronautica Militare e l’azienda Ids – Ingegneria Dei Sistemi, società italiana specializzata nel settore dell’aeronautica e dei sistemi senza pilota.

Tuttavia, la gran parte dei dispositivi in commercio è dotata di sistemi di geofencing, che cioè si arrestano e tornano indietro quando stanno per entrare in una zona vietata, come quelle degli aeroporti. Questi sistemi, basati sulla geolocalizzazione del dispositivo, fanno parte della comune dotazione di sicurezza dei droni, che ne garantisce il ritorno al punto di partenza automatico e la stabilizzazione anche se se ne dovesse perdere il controllo.

La situazione italiana

Nel 2017, le segnalazioni di episodi che hanno coinvolto aeromobili a pilotaggio remoto o aeromodelli sono state 46, secondo quanto riportato dall’Agenzia nazionale per la sicurezza del volo italiana (Ansv). “Tuttavia, non è mai stato trovato il responsabile di questi avvistamenti, né sono stati individuati i droni”, precisa Masali: “Non sono mancati in passato falsi positivi, come quando il pilota di un aereo di linea ha segnalato la presenza di un drone a cinquemila metri d’altitudine nell’Artico canadese, luogo dove peraltro è estremamente improbabile che qualcuno si metta a giocare con dei droni”.

Nel suo rapporto annuale, pubblicato ad aprile, l’Ansv ha precisato che la gran parte degli avvistamenti sarebbero avvenuti in “aree sensibili per l’attività di volo”, zone dunque già interdette all’utilizzo di droni dalla vigente normativa. “Se i responsabili venissero individuati – precisa Masali -, questi rischierebbero un’incriminazione per il reato di attentato alla sicurezza dei trasporti”. Ma oltre al problema giuridico, ce n’è anche uno amministrativo: in Italia, la normativa distingue i droni per l’utilizzo – hobbistico o professionale – e non per la dimensione”, spiega Masali. “L’obbligo di essere assicurati però è previsto solo per i secondi, e questo fa sì che anche un amatore possa usare un aeromobile a pilotaggio remoto del peso di due chili o più senza obbligo di essere assicurato”.

La leggenda dell’atletica, Usain Bolt, ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal calcio. “La vita sportiva è finita, mi sto indirizzando su altre attività, ho un sacco di cose in cantiere, cercherò di diventare un uomo d’affari ora”, ha detto citato dalla tv giamaicana. “E’ stata una bella esperienza, mi è piaciuto molto stare in squadra, era diverso dalla pista, è stato divertente”, ha detto.

Dopo aver vinto otto ori olimpici nello sprint, il 32enne giamaicano aveva cercato di diventare un calciatore professionista e ha sostenuto diversi allenamenti e provini, realizzando un doppietta in amichevole con i Central Coast Mariners, che non gli è bastata a guadagnarsi un contratto (aveva chiesto 3 milioni di dollari all’anno). Poco soddisfacenti le sue esperienze calcistiche con i norvegesi dello Stromsgodset e in Australia. 

Here it is, @usainbolt, the footballer, scores his maiden Mariners goal. What a moment! Don’t think limits! ⚡️ #SWSvCCM #CCMFC @FOXFOOTBALL pic.twitter.com/X7zrqmrYCZ

— Central Coast Mariners (@CCMariners)
12 ottobre 2018

È una delle opera più ammirate della Pinacoteca di Brera ma ha una storia sconosciuta ai più. Si tratta della ‘Cena in Emmaus’ di Caravaggio, dipinto realizzato nel 1606 e che raffigura un episodio raccontato nel Vangelo di Luca.

Per arrivare nel museo milanese nel 1939, dovette scontrarsi con le leggi razziali fasciste che avevano portato all’allontanamento dall’istituzione meneghina del sovrintendente Ettore Modigliani, reo di essere d’origine ebrea. Ma fu proprio lui, dal suo nascondiglio da esiliato a ideare, trattare e portare a termine l’operazione che portò alla Pinacoteca il primo e tutt’oggi unico, capolavoro di Michelangelo Merisi.

A sostenerlo l’allora ‘giovane’ Associazione Amici di Brera, che, mettendo a disposizione il proprio fondo di 9 mila lire, consentì di dar vita a un’operazione che raggirò l’ostracismo fascista. La storia è raccontata oggi, con molti altri aneddoti, in un libro realizzato per celebrare i 90 anni dell’associazione, ‘Una meraviglia chiamata Brera’. All’epoca invece l’arrivo del dipinto passò quasi sotto silenzio, annunciato solo in un breve articolo scritto da un allora sconosciuto collaboratore del Corriere della Sera, Guido Piovene.

Era stato proprio Modigliani, costretto prima, nel 1935, a lasciare Brera per essere spedito all’Aquila e poi, nel novembre del 1938 rimosso dalla pubblica amministrazione, a venire a sapere che la ‘Cena’, proveniente dalle raccolte del Marchese Patrizi, era disponibile sul mercato. Un’occasione unica.

Da privato cittadino quindi il 27 aprile del 1939 scrisse una ‘lettera confidenziale’ al ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai, col quale aveva mantenuto un rapporto di stima maturato negli anni precedenti. Nella missiva lo informava che sul conto del “Comitato Britannico” della Banca Commerciale erano disponibili le 9 mila lire degli ‘Amici di Brera’ la cui associazione, presieduta dal senatore Ettore Conti, aveva intenzione di acquistare il Caravaggio.

Il ministro non rispose personalmente ma attese la richiesta formale di Ettore Conti e autorizzò quindi il prelievo del denaro e l’acquisto del quadro informando solo a posteriori il sovrintendente in carica, Gino Chierici, suscitandone le ire. Il dipinto in realtà costò 500 mila lire messe a disposizione da tre mecenati che non vollero apparire.

Come spiega un breve saggio di Chiara Bonalumi pubblicato in occasione di una mostra nel 2016, si trattava di Mario e Aldo Crespi, zio e padre di Giulia Maria Crespi, attuale presidente onorario del Fai e del conte Paolo Gerli di Villagaeta. L’arrivo della ‘Cena ad Emmaus’ a Brera avrebbe dovuto essere celebrato in pompa magna con un programma di festeggiamenti e una mostra. Ma l’inaugurazione che avrebbe dovuto celebrare la ‘generosita’ degli ‘Amici di Brera’ alla fine non ebbe luogo per la contrarietà del regime. E anzi, alla fine del 1939, anche l’associazione venne soppressa dal governo fascista. Rinascerà solo nel dopoguerra.

Se chiedete al responsabile marketing di una azienda che produce smartphone qual è il loro target di riferimento, vi conviene mettervi comodi.

Comincerà una interminabile tiritera di termini perlopiù incomprensibili e a volte scientemente usati a caso per prendervi per sfinimento, così che vi dimentichiate cosa diavolo gli avevate chiesto. 

Del resto è per questo che lo pagano: convincere gente a comprare cose di cui non ha bisogno ed evitare di rispondere a domande alle quali non deve rispondere dando l’impressione di fare il contrario. 

Quale smartphone scegliere?

Il risultato è che alla fine non sapete davvero cosa vi conviene comprare: se un Apple, un Samsung o uno Huawei. O, se siete appena un po’ più smart, un Honor, uno OnePlus, un Oppo o uno Xiaomi. 

Perché se andate su un top di gamma, tra i tre player che si contendono il podio dovete rassegnarvi a superare i mille euro e se invece vi accontentate di un entry level perché pensate di risparmiare rischiate di trovarvi con un telefono destinato nella migliore delle ipotesi a non reggere il carico di una giornata di lavoro già dopo un anno. 

Per chi è pensato Honor View20 

Sono pochi i brand che lanciano un nuovo telefono sul mercato e dicono: ecco serve a queste cose e per questo tipo di persone. Uno di quelli che lo fa è Honor. Ormai dovreste conoscerlo: dopo il botto fatto nel 2016 con l’Honor 8 – un fenomeno sfuggito al controllo della stessa azienda e che fece intuire a Huawei, la casa madre, le potenzialità del brand cadetto – si è consolidato in quarta posizione per le vendite in Italia, ha trovato la propria strada e la segue con tenacia. Il suo mercato di riferimento sono gli adolescenti e quindi ecco display luminosi e processori potenti pensati per il gioco, fotocamere di qualità per i social e colori fashion per la scocca. 

Una strada interessante, ma come tutte le aziende che vedono all’orizzonte lo spettro della saturazione di mercato, non può bastare. E quindi ecco un leggero cambio di rotta, ma sarebbe meglio dire un ampliamento di raggio per includere una nuova fetta di mercato. ben precisa: le donne. A leggere le caratteristiche di Honor View20, che è stato presentato a Parigi, è facile intuire chi siano i destinatari. Sia subito chiaro che non è un giocattolo e nemmeno un ninnolo da fashionistas, ma un’ammiraglia che costerà intorno ai 700 euro.

Perché piacerà agli adolescenti

Gli adolescenti, innanzitutto: e non a caso sul palco è salito Tim Sweeney, fondatore e CEO di Epic Games, quelli di Fortnite, per intenderci, che ha subito messo in chiaro la sua visione: “Offrire esperienze di alta qualità sugli smartphone è importante per il futuro dei giochi” Per questo, ad esempio, su Honor View20 Fortnite funziona a 60 fotogrammi al secondo”.

Ma quella per certi giochi, si sa non è una passione eterna (vi ricordate Angry Birds e Ruzzle?) e prima o poi anche di Fortnite si parlerà al passato, così Honor ed Epic Games hanno iniziato a lavorare insieme per ottimizzare dispositivi Honor selezionati per l’Unreal 4 Engine. In buona sostanza rubare mercato a Sony e Nintendo e far giocare su uno smartphone con la stessa fluidità di una console. La fotocamera 3D permette di giocare a videogiochi motion-controlled come Fancy Skiing e Fancy Darts.

Perché piacerà alle donne

Le donne, dicevamo. La fotocamera 3D e le funzionalità di Intelligenza Artificiale sono in grado di identificare oltre 100 tipi di alimenti e forniscono informazioni caloriche per aiutare a mantenere uno stile di vita sano. L’intelligenza artificiale è anche in grado di identificare oltre 300 punti di riferimento famosi (non solo Torre Eiffel e Colosseo, quindi) e 100.000 dipinti provenienti da tutto il mondo e di fornirne informazioni.

E che dire della collaborazione con Moschino per creare una gamma esclusiva di prodotti e accessori? Ne sono nati una versione speciale di Honor View20 nella colorazione phantom blue e una cover con l’iconico Teddy Bear di Moschino in rilievo. Non a caso sul palcoscenico di Parigi è salito anche Gabriele Maggio, CEO di Moschino.

Un po’ di roba per smanettoni 

Se siete arrivati a leggere fin qui, vorrete sapere un po’ di roba per smanettoni. Eccovi serviti: la fotocamera posteriore è da 48MP, quella frontale da 25MP integrata nel display offre un’esperienza visiva senza notch e un rapporto schermo del 91,8%. La fotocamera frontale è sotto un foro trasparente da 4,5 mm creato da processi litografici. Quella  posteriore è  alimentata dal sensore Sony IMX586 , con un CMOS da 1/2″ e pixel equivalenti da 1,6 μm in Quad Bayer array. Il sensore, potenziato dal chipset Kirin 980, supporta la nuova modalità 48MP AI Ultra Clarity. La fotocamera scatta diverse immagini da 48MP in una sola volta e raccoglie i migliori dettagli da ogni foto per creare un’unica immagine da 48MP. Il chipset Kirin 980 con dual-NPU elabora la foto utilizzando un algoritmo che analizza l’immagine, ottimizza i dettagli nelle aree più scure e regola i colori rendendoli più vividi.

Per Honor View20 è stata utilizzata la nanolitografia per creare una nano texture con una sfumatura di colore a V. Il corpo curvo 3D con design ad arco ha uno spessore di 8,1 mm.

La tecnologia Wi-Fi a tripla antenna potenziata da AI che impedisce che il segnale si indebolisca quando le mani dell’utente coprono il ricevitore; una batteria da 4.000 mAh per giochi di lunga durata

Sono state rese note dal Samuel Goldwyn Theater di Los Angeles le nomination degli Oscar 2019, che saranno consegnati il 24 febbraio. L’annuncio delle nomination per le 24 categorie degli Oscar è stato letto dagli attori Kumail Nanjiani e Tracee Ellis Ross. Ecco le categorie più ‘pesanti’ annunciate oggi. Per il miglior attore protagonista concorreranno: Christian Bale (‘Vice’), Bradley Cooper (‘A star is born’), Willem Dafoe (‘“Van Gogh – Sulla soglia dell’Eternità’), Rami Malek (‘Bohemian Rhapsody’), Viggo Mortensen (‘Green Book’).     

Per la migliore attrice protagonista: Yalitza Aparisio (‘Roma’), Glenn Close (‘The Wife’), Olivia Coleman (‘The Favourire’), Lady Gaga (‘A star is born’) e Melissa McCarthy (‘Can You Ever Forgive Me?’). Per il miglior regista: Spike Lee (‘BlacKkKlansman’), Pawel Pawlikowski (‘Cold War’), Alfonso Cuaron (‘Roma’), Yorgos Lanthimos (‘The Favourite), Adam McKay (‘A star is born’).  Per il miglior film sono candidati: ‘Black Panther’, ‘ BlacKkKlansman’, ‘Vice’, ‘Bohemian Rhapsody’, ‘The Favourite’, ‘Green Book’, ‘Roma’, ‘A Star is Born’.

Il Samsung Galaxy S10 dovrebbe arrivare in tre versioni: S10 E (il più economico, in linea con le offerte “Lite” di altri produttori), S10 ed S10+. Le immagini sono state pubblicate su Twitter da Evan Blass, esperto in spifferi tecnologici e fonte molto attendibile.

Le ultime conferme

Dall’immagine (un’elaborazione grafica e non una foto degli smartphone) si possono scorgere alcune caratteristiche che confermano le indiscrezioni delle scorse settimane. Prima di tutto Samsung non adotta il notch in nessuna delle tre versioni: la tacca che incorpora i sensori e la fotocamera, portata al successo dall’iPhone X e scelta anche da Huawei, Xiaomi, OnePlus e Google, non è mai stata abbracciata da Samsung. Che preferisce passare dal design con bordi ridotti direttamente al “foro”: la fotocamera frontale è incastonata nello schermo. Dall’immagine pubblica da Blass si nota però che S10E ed S10 hanno un solo obiettivo anteriore, mentre la versione Plus ne ha due. L’equipaggiamento delle fotocamere posteriori dovrebbe essere simile nei due smartphone principali: un set di tre camere posizionate orizzontalmente. Nel dispositivo più economico ce ne sarebbe una in meno.

Display e impronta digitale

Si nota poi l’assenza del sensore per le impronte digitali, che Samsung ha fino a ora conservato sul retro della scocca (al contrario di Apple, che lo ha abolito nel 2018). Le opzioni, a questo punto, sono due: seguire la Mela e permettere lo sblocco con riconoscimento facciale oppure (quasi certamente) inglobare il sensore nel display, come già fatto da OnePlus. Lo schermo dovrebbe essere l’altro elemento di scarto tra la versione “Lite” e le altre due: dovrebbe essere un Lcd, mentre S10 ed S10+ avrebbero un Oled, più performante ma anche più costoso. Le immagini sembrano confermare anche le dimensioni ipotizzate: 5,8 pollici per la versione “E”, 6,1 pollici per quella standard e 6,4 per la Plus.

Samsung Galaxy S10E, S10, and S10+ (L to R), encased pic.twitter.com/Pk2gpXkXxn

— Evan Blass (@evleaks)
January 19, 2019

Prezzi e strategia

Resta da capire come Samsung modulerà i prezzi. Lo smartphone economico è una novità assoluta: il gruppo sud-coreano, fino a ora, aveva presentato il proprio dispositivo di punta sempre in due versioni.Il 20 febbraio, giorno fissato per la presentazione, arriverà con tutta probabilità il tris. Una scelta dettata dalle vendite deboli, che impongono di scandagliare più fasce di mercato e non solo quella più alta. Il Galaxy S10E dovrà trovare la giusta collocazione per evitare di accavallarsi con la linea A (meno cara e rivolta ai più giovani, rilanciata negli ultimi mesi), cercando però di proporre un ribasso reale rispetto al prezzo (che si annuncia salato) di S10 ed S10+. L’altra incognita in vista del 20 febbraio riguarda il 5G. Quali saranno gli smartphone compatibili con le nuove reti? Lo sarà solo la versione Plus o anche quella standard? Lo scorso novembre, il Wall Street Journal aveva ipotizzato l’arrivo di un quarto “super S10”, più grande (6,7 pollici) e con a bordo il 5G. Non è quindi ancora del tutto escluso che il tris possa diventare un poker.  

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