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AGI – È andava avanti fino all’alba la festa per la promozione del Benevento in serie A. E la sintesi è in un’immagine che resterà a a lungo nella memoria dei tifosi: i minibus scoperti bardati in giallorosso davanti all’Arco di Traiano, con i calciatori che esultano indossando una maglia con una grande A stampata sul petto. Hanno conquistato la serie A con 7 giornate di anticipo, eguagliando il record dell’Ascoli, con un ruolino di marcia a suon di vittorie e di gol.

Il trionfo in una città che ha accantonato ogni raccomandazione e appello alle misure anticontagio. La sfilata tocca tutti i quartieri di Benevento, da rione Liberta’ alla Pacevecchia, da Capodimonte al centro storico e tutto intorno ci sono bandiere, cori, trombe, fumogeni rossi e gialli, fuochi d’artificio e la gente, troppa, che affolla le strade con o senza mascherina, sempre con bottiglie di spumante o di birra, per un’esultanza che va anche oltre la gioia sportiva. Tre mesi di rigido rispetto delle regole per poi esplodere in una festa che allontani angosce e paure. Nonostante i divieti.

Striscioni giallorossi ricoprono tutti i balconi, le strade e persino i palazzi istituzionali, come Palazzo Mosti e Palazzo Paolo IV. Piazza Risorgimento è il punto di approdo della squadra che abbraccia i suoi tifosi che hanno atteso per ore l’arrivo dei loro beniamini.

Bastava un punto, il Benevento ne ha conquistati tre giocando quasi tutta la partita contro la Juve Stabia in 10 uomini. Il gol della vittoria ha segnato l’inizio dei festeggiamenti ben prima che l’arbitro fischiasse la fine della gara. In uno stadio deserto, con la sola tribuna stampa affollata di cronisti e telecamere, l’esultanza di Pippo Inzaghi e del presidente Oreste Vigorito si è avvertita distintamente, anche se all’esterno dell’impianto soltanto un gruppetto di irriducibili con tv portatili e smartphone sintonizzati sulla gara.

Poi la festa negli spogliatoi e le lacrime di Vigorito che dedica la promozione al fratello Ciro, cui è intitolato lo stadio e che aveva cominciato l’avventura nel calcio 15 anni fa. “Questa corsa era una promessa che avevo fatto a mio fratello, gli ho detto che saremmo tornati e siamo tornati – ricorda Oreste Vigorito – Questo stadio si chiama come lui perché la città lo ha voluto. Senza di lui tutto questo non sarebbe stato possibile. Non era scontato fare festa, quando ci arrivi sembra tutto semplice ma poi ti ricordi tutti i sacrifici. Un momento come questo ti ripaga di tutto”.

Indossa una maglietta giallorossa con sulle spalle proprio il nome del fratello scomparso alcuni anni fa e rivela che e’ stato un regalo dei nipotini. Assieme all’allenatore Inzaghi, in piazza Risorgimento sale su un minibus, per godere degli omaggi in piazza dei tifosi.

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