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AGI – Sono passati esattamente 30 anni dal mondiale italiano, quello delle ‘Notti magiche’ cantate da Gianna Nannini e Edoardo Bennato, Italia ’90 con la nazionale più bella e il risultato più amaro per gli azzurri di Azeglio Vicini, terzi in un torneo che potevano vincere e che invece gli sfuggì per un erroraccio del suo giocatore più forte, il portiere allora più forte del mondo, Walter Zenga. 

Era un’Italia diversa, quella del ’90. Un Paese che si stringeva attorno alla sua nazionale di calcio composta da tanti campioni, una delle più forti di sempre. Un’Italia più semplice, dove il calcio univa e dove tante tensioni erano ancora di là da venire. Il mondiale casalingo, otto anni dopo la vittoria in Spagna, faceva sognare un po’ tutti. Anche perché in campo, agli ordini di un signor allenatore di nome Azeglio Vicini, c’erano campioni del calibro di Gianluca Vialli, Giuseppe Giannini, Roberto Baggio, Roberto Donadoni, Franco Baresi, Beppe Bergomi, Paolo Maldini, Ciro Ferrara. Oltre a due campionissimi per diversi motivi praticamente solo spettatori, Carlo Ancelotti e Roberto Mancini. In porta c’era Walter Zenga e i suoi vice erano portieri del calibro di Stefano Tacconi e Gianluca Pagliuca. E poi, insieme agli attaccanti titolari Aldo Serena e Andrea Carnevale, c’era lui, un attaccante siciliano portato a Roma da Vicini come riserva e diventato invece il vero assoluto protagonista di Italia ’90: Salvatore Schillaci, Totò per tutti.

All’esordio azzurro all’Olimpico contro l’Austria, il 9 giugno 1990, in una gara che gli azzurri dominano ma non riescono a sbloccare, al 75′ esce Carnevale ed entra Schillaci: passano appena quattro minuti e su cross di Gianluca Vialli il nuovo entrato realizza di testa il gol del decisivo 1-0. Un gol liberatorio da opportunista di area di rigore e un’esultanza di quelle che restano degli archivi video e che rappresentano un evento più di tante parole o immagini. Lo sguardo ‘da pazzo’, gli occhi spalancati, la corsa verso la panchina di Schillaci rappresentano Italia ’90 come nient’altro. Da quel momento è lui il titolare (Carnevale viene relegato in panchina) e non si ferma più: si ripete contro Cecoslovacchia, Uruguay, Irlanda, Argentina e Inghilterra, risultando alla fine capocannoniere con sei reti.

Quel mondiale imperfetto, il cui esito finale lascia ancora oggi l’amaro in bocca, è comunque rimasto nella memoria degli italiani. Per il bel gioco espresso in campo, per l’esultanza contagiosa di Schillaci, per la canzone dell’inedita coppia Nannini-Bennato. Al punto che Paolo Virzì ha voluto intitolare il suo ultimo film ‘Notti magiche’ per sottolineare l’ambientazione, ma anche per recuperare un’atmosfera, odori, colori, immagini, oltre che una società e un mondo culturale dove cialtroneria e genio, semplicità e un certo ingenuo ‘sogno italiano’ convivevano mentre si preparava la rivoluzione giudiziaria che avrebbe travolto (e stravolto) l’Italia di lì a due anni.

E così Italia 90 è molto più di un torneo di calcio, molto di più di una sfida che l’Italia (nel senso di nazionale) ha concluso al terzo posto. E’ l’ultimo momento di spensieratezza di un popolo che ignorava (o faceva finta) di vivere ben al di sopra delle sue possibilità e non si poneva la domanda più importante di tutte: alla fine chi pagherà il conto? Quella risposta è arrivata negli anni, nei decenni successivi. E oggi – coronavirus e no – ne siamo consapevoli più che mai. 

Ma torniamo al calcio. Quella splendida nazionale plasmata da Vicini aveva in Zenga l’estremo baluardo insuperabile (o quasi), in Baresi e Bergomi le menti della difesa che teleguidavano il giovane Maldini e l’esperto Nicola Berti. In Giuseppe Giannini, il ‘Principe’, idolo del popolo giallorosso e dello stesso giovane Francesco Totti di cui di lì a pochi anni avrebbe preso il testimone e non lo avrebbe più lasciato per un quarto di secolo, il direttore d’orchestra. In Vialli e Donadoni le ali insuperabili e in Totò Schillaci il finalizzatore. C’era poi il ‘genio’ Roby Baggio pronto a segnare per sempre la storia del calcio italiano, autentica rivelazione del mondiale insieme all’attaccante siciliano e autore della perla del gol contro la Cecoslovacchia, tra i più belli di tutto il torneo.  

Una nazionale di campioni che poteva fare a meno di Roberto Mancini – con Vicini ebbe sempre un rapporto controverso – e Carlo Ancelotti, infortunatisi dopo la prima partita con l’Austria (in cui prese anche un palo prima del gol di Schillaci). Una squadra che arrivò alla ‘terribile’ notte del San Paolo, il 3 luglio 1990, senza aver subito un solo gol e dopo aver mostrato un bellissimo gioco e una solidità impressionati. Poi la tragedia sportiva, nello stadio di Napoli dove, contro l’Argentina dell’idolo partenopeo Maradona dopo il gol del solito Schillaci arriva la prima e più dolorosa rete subita da quella nazionale: cross di Olarticoechea, uscita avventata di Zenga che non arriva sulla palla e Caniggia che realizzare di testa la rete del pareggio interrompendo dopo 518 minuti l’imbattibilità del portiere azzurro. Il risultato non cambia più neppure dopo l’ingresso di Baggio (che nei supplementari sfiora il gol su punizione) e Serena al posto di Giannini e di Vialli e il punteggio resta fisso sull’1-1. Si va ai calci di rigore e l’Argentina va in finale: tutti in rete i suoi tiratori, mentre il portiere sudamericano Goycochea neutralizza i tiri di Donadoni e Serena.

Azzurri costretti alla finalina per i terzo posto (vinta 2-1 con l’Inghilterra, reti di Schillaci e Baggio) mentre all’Olimpico di Roma va in scena la finale Germania Ovest-Argentina all’Olimpico, dove Maradona e compagni, fischiatissimi dal pubblico (così come l’esecuzione dell’inno nazionale) che non perdona l’eliminazione dell’Italia, vengono sconfitti da un rigore a dir poco dubbio assegnato dall’arbitro messicano di origini uruguayane Edgardo Codesal Méndez. E’ l’8 luglio 1990. Si spengono le luci delle ‘Notti magiche’. 

Ma non per il calcio azzurro destinato a tornare protagonista già quattro anni dopo negli Usa (finale persa ai rigori – ancora loro – col Brasile) e poi, nel 2006, in Germania dove l’Italia si riprende quanto le è stato tolto (proprio dai tedeschi) nel 1990. Sfatando anche la ‘maledizione’ dei rigori. 

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