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Appena è comparsa, quando dominò singolare e doppio agli Australian Open juniores, è stata subito una stella: bella, unica, affascinante. Una numero 1 non solo fra gli under 18. Anche se, fino all’altro ieri, Taylor Townsend, 168 centimetri d’altezza per 77 chili dichiarati, che va a rete a più non posso nel tennis del “corri e tira”, era più che altro una scheggia impazzita, incontrollabile, incompiuta e anche snervante.

Tutti pensavano e le dicevano che per progredire doveva assolutamente smaltire un po’ di chili, la Federtennis Usa l’ha messa a dieta di finanziamenti e wild card quand’era la sedicenne più forte del mondo ed irrompeva fra le “top 100” ancora da teenager, i risultati le sono stati contrari, la sua esplosione non è ancora venuta nei termini che il tennis tutto avrebbe sperato e voluto, ma lei ha insistito col suo gioco d’attacco a oltranza inseguendo l’idolo Martina Navratilova, con accanto come coach il papà del collega Donald Young (dopo essere transitata per Kamau Murray, guida di Sloane Stephens, e l’ex pro Zina Garrison).

Povera ragazza: ha sofferto, ha giocato tante belle partite, s’è spenta troppe volte quand’era vicina alla meta – l’ultima a luglio a Wimbledon quand’ha mancato un match point contro Bertens -, ha ingoiato tanti bocconi amari: “Ho sentito non so più quante volte che non ce l’avrei mai fatta, che non sarei stata in grado di sfondare o fare questo o quello. E, come condimento, c’era sempre la parola talento perduto, smarrito o sprecato”.

Finché giovedì notte non ha dichiarato, commossa, al microfono, sotto le mille luci di New York: “Questa vittoria significa tanto. È stato un percorso lungo. Non riuscivo a superare il dosso”. Finalmente da appena numero 116 della classifica, si è sobbarcata le qualificazioni dello Slam di casa, le ha superate, e la figlia di Chicago ha lasciato gli Us Open a bocca aperta facendo impazzire l’ex numero 1 del mondo Simona Halep con 105 discese a rete (63 punti) e un su e giù di emozioni davvero impressionanti, con la partita quasi vinta sul 5-4 del terzo, quand’ha dilapidato due match point (uno con doppio fallo), quasi persa quand’ha annullato lei un match point, e infine strappata con un memorabile 2-6 6-3 7-6 (4).

Quanto sono diverse le dichiarazioni di oggi: ”Questo match mi dà tutta la fiducia di cui ho bisogno, prima, le tre volte che ho giocato contro Halep e non ho vinto una set, cercavo solo a rimandare indietro la palla e non perdere, stavolta ho giocato per vincere. Ho detto a me stessa: Questa è una opportunità, non hai niente da perdere…”.

Quant’è diversa questa Taylor da quella che, dopo la partita di marzo a Miami, chiese timidissimamente aiuto alla romena e al suo coach, Cahill: “Che cosa devo fare per migliorare?”. Simona non lo sapeva ma le stava dando una spinta decisiva: “Non è stato tanto quello che mi ha suggerito, perché già erano cose che mi avevano detto altri ed erano già dentro la mia testa, ma è stato positivo ascoltarlo da un altro giocatore, soprattutto qualcuno che mi aveva affrontato già qualche volta ed ha raggiunto risultati così importanti. E queste cose mi sono rimaste dentro nell’allenamento e in partita, mi hanno fatto capire quanto forte fosse forte il desiderio, proprio la fame, di migliorarmi. È stata una spinta per continuare a crescere”.  

Quant’è diversa questa Taylor da quella, che nel 2014, pubblicò uno scritto struggente e memorabile: “Io non sono fatta come le altre ragazze, che sono magre e quasi tutte anche alte. Io sono bassa sono consistente, e muscolosa. Non siamo tutte uguali. Io voglio essere d’ispirazione per quelle che non sono perfette come Maria Sharapova. Io voglio dare l’esempio per tante altre ragazze: Non devi essere per forza uno stuzzicadenti per finire sui cartelloni pubblicitari.

E ancora: “Ma voglio anche mandare un messaggio positivo di essere se stessi e amare se stessi e star bene nella pelle che hai perché non puoi cambiarla. Sono arrabbiata perché non so che cosa voglia la Federazione, ho lavorato sul mio fondoschiena (eufemismo), ma adesso non so più che cosa si pretende da me. D’ora in poi me ne frego, che la gente dica quello che vuole”.

Oggi la Townsend continua a dare lezioni ai professori dei luoghi comuni: “Ho 23 anni. La bellezza di questo sport è che puoi vedere persone di così giovane età svilupparsi come persone e giocatori. Io sono sempre stata la stessa, ma mi sono evoluta rispetto alla ragazzina che ero a 15 anni. Penso che per alcuni anni mi sono persa, in un mare di cose. Ma è bello poter risalire in superficie e galleggiare, ed eventualmente nuotare”.

Speriamo che il tennis possa recuperare compiutamente tanta sensibilità e tanta bellezza. Successe la stessa cosa a una certa Martina Navratilova, transfuga cecoslovacco nell’opulenta America che, all’impatto col nuovo mondo, si smarrì. Ma ci ha comunque regalato la tennista più forte di tutti i tempi. 

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