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Sui campi d’erba di Wimbledon è nata una stella. Il primo turno con Venus Williams, con cui è facile fare i primi paragoni, aveva già fatto intuire che Coco Gauff, 15 anni, ha qualcosa dentro che solo le campionesse possiedono. Il terzo turno, concluso con una grande rimonta ai danni della solida tennista slovena Hercog, ha confermato che le qualità della giovanissima ragazza americana sono nettamente al di sopra della sua età. In campo, Coco, annullando due match point e vincendo un match che sembrava compromesso (3-6 7-6 7-5) ha dimostrato di avere una maturità da giocatrice scafata e una voglia di lottare che è indice del futuro che l’aspetta. Arrivare alla seconda settimana del principale, e più storico, torneo del circuito, farlo sul campo centrale con una grande rimonta, significa avere quel talento che serve per dominare, negli anni che verranno il tennis femminile.

La storia di Coco Gauff (e perché la sua età è un problema per il tennis)

Non ha l’età per fare tante cose, la quindicenne-prodigio che sta rubando tutte le attenzioni a Wimbledon, Cori “Coco” Gauff, che tanto ha imitato e tanto somiglia a Venus e Serena Williamms, da sembrare la loro sorellina. Non può guidare l’automobile, ad esempio, né può svolgere una serie di lavori, fra i quali, curiosamente, il tennis professionistico. Anche se già dall’anno scorso è iscritta al Wta Tour. Se non avesse vinto il Roland Garros juniores e non fosse così in alto nella classifica Itf, da qui al sedicesimo compleanno, il 13 marzo 2020, potrebbe disputare solo altri tre tornei, dopo i sette che ha già giocato, nel totale di dieci che le sono concessi da quando ha compiuto 15 anni.

Considerati i risultati, invece, ha acquisito un bonus di due tornei. Che potrebbero aumentare di altri due, in caso di ulteriori, eclatanti, affermazioni. O in caso di proteste o di cause legali, sempre nell’aria in questi casi, come minaccia il padre-allenatore di Coco – come preferisce farsi chiamare lei – l’ex giocatore di basket universitario, Corey.

Chissà se la Wta resisterà alle tentazioni, e ai timori di risarcimenti danni da milioni di dollari. Chissà se ricorderà il motivo delle ferree regole d’accesso al professionismo che ha istituito a furor di popolo nel 1994, sulla scia dello scandalo di Jennifer Capriati, cioè l’altra americanina, Jennifer, che s’era clamorosamente bruciata nel 1993, dopo le semifinali a Wimbledon e Us Open 1991 e l’oro olimpico ai Giochi 1992. Al punto da scappare dal tennis e sbattere la faccia contro la vita. Anche se poi, per fortuna, è tornata sul circuito, ha vinto tre Slam, è salita al numero 1 del mondo e ha chiuso la carriera con 10 milioni di premi e almeno il doppio di sponsorizzazioni.

Fu una storia tragica di cui la specifica commissione Wta, formata da medici, psicologi e specialisti del comportamento cerca attentamente di evitare la replica. Stabilendo così, con la regola XV del regolamento, che chi è in grado di passare professionista dai 14 ai 17 anni, debba rispettare restrizioni di tornei, premi in denaro e promozioni in classifica: dai 14 ai 15 anni si possono giocare solo otto tornei pro, a 15 ne sono concessi dieci, a 16 dodici, a 17 sedici.

Con l’ulteriore divieto di diventare “top ten” prima dei 17 anni, abbattendo tutte le barriere soltanto dai 18 anni. Troppi e troppo rischiosi sono i pericoli di irreparabili stress sia fisici che mentali, troppe le pressioni da affrontare, troppe le sollecitazioni e e rinunce da sostenere in nome del dio dollaro.

I colleghi maschi dell’Atp Tour, pur fissando il limite d’accesso al professionismo a 14 anni, mitigano queste regole, concedendo 8 tornei pro ai 14enni e dodici ai 15enni, e liberalizzando ai 16enni le apparizioni sulla massima ribalta. Che succede negli altri sport? Il calcio non considera come fattore l’età, ma il valore di mercato dell’atleta, ammettendo fra i professionisti anche calciatori dodicenni.

Alcune delle grandi leghe dello sport Usa, NFL (football), NBA (basket maschile) e WNBA (basket femminile) valutano come un limbo il periodo di attività vissuto dagli atleti dopo l’high school, come il college o altre leghe minori, prima di promuoverli eleggibili per il circuito più importante, duro e danaroso. La NFL seleziona solo i giocatori che hanno lasciato l’high school da tre anni, l’NBA dai 19 (ma sta rivalutando i criteri), la WNBA aspetta che le ragazze autoctone abbiano 22 anni, ma per le straniere si parte dai 20 anni. La Major League di baseball, esamina gli statunitensi da quando escono dall’high school, gli stranieri prima; sul PGA Tour (golf), gli atleti sono eleggibili dai 18 anni (con qualche eccezione), così come sull’ LPGA Tour (donne), ma le deroghe sono molte e riguardano anche le quindicenni; nel NASCAR, si può gareggiare solo dopo i 18 anni.

Il termine-tabù è “libero mercato”. Che apre le porte a complicate cause legali, in nome dell’antitrust, con richieste danni milionarie. Anche in considerazione del liberissimo mercato degli artisti, dagli attori ai suonatori. Un termine che contrasta contro il legittimo desiderio di difendere i giovanissimi e inesperti dalle mire e dalle sollecitazioni di manager e sponsor, se non di genitori troppi avidi, ciechi e/o ambiziosi. L’altro discorso a difesa della liberalizzazione dell’età è che ogni essere umano raggiunge l’acme in epoche diverse.

Nel tennis, Martina Hingis, a 16 anni è diventata la più giovane numero 1 della storia,  quando s’è aggiudicata Wimbledon, Australian Open e US Open e, anche se poi si è ritirata definitivamente a 37 anni, l’ultimo Slam dei sette disputati (5 titoli) l’ha firmato a 19, nel 1999. Se non avesse dribblato la regola-Capriati non sarebbe entrata nell’Hall of Fame, ma nello stesso tempo non avrebbe sofferto un lungo stop per i guai alle caviglie subiti al primo. duro, impegnativo impatto con professionismo quand’era ancora una bambina e magari non sarebbe inciampata nell’antidoping.

Ma sarebbe stato giusto negarle la libertà di esprimersi e di essere premiata in conseguenza del suo valore quando ne aveva le capacità? Ed è corretto vietare al pubblico e agli appassionati il massimo spettacolo possibile per il quale pagano biglietto per lo stadio e abbonamento tv?

C’è quasi da augurare, con affetto, a Coco Gauff di non andare ancora troppo avanti a Wimbledon. Ma di sicuro c’è solo una cosa: il futuro del tennis è nelle corde della sua racchetta. 

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