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Tanti auguri, nonno Trap. Che cosa aggiungere di nuovo a un personaggio come Giovanni Trapattoni nel giorno del suo ottantesimo compleanno? Cos’è che non sapete del mediano, colonna per quattordici anni del leggendario Milan di Nereo Rocco, che mordeva le caviglie degli avversari più famosi, e poi dell’allenatore che ha coniugato catenaccio e calcio totale?

Leggi il blog di Riccardo Luna: Perché Trapattoni è il nonno internet che aspettavamo

Così, dopo aver vinto da giocatore rossonero due scudetti, due coppe dei Campioni, e una coppa Intercontinentale, da allenatore, si è aggiudicato dieci scudetti in quattro paesi differenti, fra Italia, Germania, Portogallo e Austria, più sette titoli ufficiali.

È stato abile stratega, abilissimo nel cambiare le partite in corsa, è stato straordinario motivatore, è stato l’anima della Juventus, che ha guidato dal 1976 al 1986, e poi dal 1991 al 1994, firmando addirittura 6 scudetti, 2 coppe Italia, una coppa dei Campioni, una coppa delle Coppe e una Intercontinentale. 

È stato uno dei pochissimi a conquistare coppa dei Campioni, coppa delle Coppe e coppa Intercontinentale sia da giocatore che da allenatore.

L’unico, insieme a Zaccheroni, a guidare le tre grandi del calcio italiano: dopo il Milan e la Juve, anche l’Inter, stravincendo lo scudetto ’88-‘89. È stato Ct della nazionale italiana dal 2000 al 2004, e poi anche dell’Irlanda.

Il ragazzo di Cusano Milanino

Questi sono i numeri, la leggenda sportiva. L’uomo si riassume forse nell’incipit della scalata partita da Cusano Milanino del biondino del 17 marzo 1939: “Chi non è nato povero non può capire”.

Allora “si godeva di niente, in quegli anni di ricostruzione. Il boom era dietro l’angolo, ma chi se ne accorgeva in quel piccolo mondo tra periferia e paese?”.

Di lui sappiamo che, come molti giovani dentro, non ha una cognizione tradizionale dell’età, non ce l’ha mai avuta: era magari più anziano di quanto si potesse pensare, quando correva per i prati coi pantaloncini corti, ed è molto più giovane di quanto ci si aspetterebbe, oggi.

Al punto che è appena sbarcato sui social media, rimettendosi in gioco, un po’ per rilanciare la sfida dei nipotini, un po’ perché senza sfide non può resistere, un po’ perché così si racconta uno dei personaggi cardine del nostro calcio.

Dunque, il 28 ottobre, il Trap ha confessato: “Ho dovuto affrontare l’inevitabile corso della vita che avevo cercato così disperatamente di rimandare. E solo Dio lo sa quanto sia stato difficile buttare giù il boccone”.

“Io, che per una vita avevo lavorato instancabilmente ogni giorno per costruirmi la strada da percorrere, mi ero rassegnato finalmente al mio destino… Un destino composto da una pensione che mi spaventava per la sua monotonia. Una condanna a sentire il corpo invecchiare lontano da un campo di calcio”.

Così ha deciso di scrivere. “Su che cosa? Data l’età e le esperienze accumulate, vorrei riuscire a comunicare i valori che mi hanno fatto diventare la persona che sono e, allo stesso tempo, sensibilizzare su dei temi a me cari”.

“Nella nostra società si evidenzia spesso il crescente distacco fra i giovani e le altre generazioni. A mio avviso, una delle cause di questo fenomeno è da ricercare in un diverso modo di comunicazione. Ma non sono qui per giudicare o criticare qualcuno”.

“Nel mio piccolo cerco soltanto di colmare il divario imparando e usando questi mezzi così cari ai giovani, il nostro futuro”.

“Quello Strunz …”

Il primo post sul suo profilo Facebook ripropone la leggendaria conferenza stampa da allenatore del Bayern Monaco contro l’atteggiamento della squadra, le ingiuste critiche della stampa e il suo giocatore, Strunz, sempre infortunato.

«Due anni che è qui, ha giocato dieci partite, è sempre infortunato. Dicono di essere malati e poi vanno a giocare a tennis…».

Strunz che, data l’assonanza con la parolaccia italiana e l’atteggiamento arrabbiatissimo di Trapattoni davanti ai microfoni, è diventato un tormentone.

Divertente è il duetto con la moglie che gli chiede. “Gianni, hai preparato il post?”. E lui risponde perplesso. “Il post, che cos’è il post?”.

Pubblicando un’altra sua fortunatissima uscita: “Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”. Seguito dalla sua immagine classica, mentre fischia, da allenatore, per richiamare l’attenzione di uno dei suoi: “Un fischio che si sentiva ovunque, in campo e sugli spalti”.

E poi una serie di gag contro il nostro mondo Web, partendo da: “Chiediamo aiuto a Google: ‘Che cosa sono i social media?’”. Per passare al soliloquio: “Password troppo lunga, password troppo corta, invio… Che due balle! Paola, che password avevo messo?”.

Per poi regalare una massima: “Mai smettere due cose nella vita: imparare e sorridere”. E poi: “Le prime parole sono rivolte ai giovani. “Non abbiate paura di sognare in grande”.

E: “Il calcio rimane l’universo, la linfa, il sogno della mia vita! E per voi? Che cosa rappresenta il calcio? (I commenti più belli li citerò personalmente!)”.

Ricordi

Bello l’augurio con foto d’epoca a Gianluca Vialli quando il suo ex giocatore ha rivelato che stava lottando contro il cancro: “Forza Gianluca! Non mollare!!!”. 

Toccante l’ultimo saluto a Gigi Radice: “Addio Gigi… Addio amico mio…”.  Come quello a Bearzot: ”Otto anni fa ci ha lasciato il Garibaldi del calcio, un uomo che è riuscito ad unire l’Italia, vincendo il Mondiale dell’82, quando nessuno ci credeva. Ciao Enzo!”.

Delicato il ricordo di un altro suo “ragazzo”, Scirea: “Ciao Gai. È stato un onore averti allenato”. Quindi, ecco una sottolineatura calcistica: “Come un giocatore di scacchi visualizzavo le 1000 variabili di una partita prima del fischio di inizio”.

E un’altra di vita: “Il 51% della mia carriera la devo a mia moglie”. Con dedica d’amore: “A mia moglie Paola, che da 59 anni è al mio fianco”.

Al Trap l’autoironia non manca mai: “Oggi è stata presentata la 58ma collezione Calciatori Panini. Rivedendomi giovane nelle foto delle prime edizioni capisco quanto il tempo sia volato!”. Come l’orgoglio. “Un onore grandissimo portare il tricolore cucito sul petto”. E anche: “Ecco a voi il mio throwback! 22 Maggio 1963. Wembley Stadium. Finale di Coppa dei Campioni. Milan-Benfica (2-1). In quell’occasione marcavo il grande Eusebio, soprannominato la Pantera Nera”.

Con l’esordio in Nazionale Italiana: “Buffon, Petris, Salvadore, Angelillo, Guarnacci, Castelletti, Trapattoni, Losi, Boniperti, Mora, Brighenti”.

Un saluto al povero Astori: “Nessun giovane dovrebbe lasciarci prima degli anziani… Ciao, Davide”. Una dedica all’8 marzo, e a tutte le donne: “È giunto il momento di andare oltre gli stereotipi di genere. Nella vita e nello sport. Insegnate alle vostre bambine il coraggio, non la perfezione. Così come fate coi vostri bambini”. E un atto di solidarietà per i giovani e il Frydaysforfuture: “Una bottiglia di vetro può far la differenza”.

Segue messaggio, poi, che sembra un testamento: “Ho vissuto ogni giorno cercando di dare sempre il massimo. Di errori ne ho commessi più di quanti possiate immaginare. E quando mi sono voltato indietro non è stato per pentirmi o per provare rimorso. MI sono girato per imparare dai miei errori cercando di migliorarmi giorno dopo giorno”.

Tanti auguri, giovane Trap!

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