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E se il campionato universitario perdesse il ruolo di palestra della NBA, se ci fosse un altro torneo sempre più capace di aiutare al meglio i prossimi pro a farsi le ossa? La domanda è più che legittima vedendo come sta crescendo la concorrenza della G League all’NCAA. Ricreando una situazione che, in parallelo, si verifica da tempo in altri super sport pro, come golf e tennis, col circuito Challenger. Che rappresenta un passaggio migliore rispetto al distacco troppo traumatico fra tornei giovanili e tornei professionistici. Un passaggio che sempre più spesso va a discapito del completamento della maturazione dei ragazzi e dei loro studi. 

L’anno scorso ha destato sensazione Andre Ingram che, dopo un decennio nella G League, ha giocato due partite coi Los Angeles Lakers, stupendo per la sua competitività e facendo chiedere ai più dove si fosse nascosto un simile prospetto. E in questi giorni stupisce l’aumento delle formazioni del torneo, da 8 iniziali a 27, 14 a est e 13 a ovest, con un sempre più chiaro richiamo ai numeri e alla struttura Nba.

Anche perché, per la prima volta – e si sa quanto il discorso dollari sia sensibile negli Usa – la Lega è pronta a offrire nuovi “contratti selezionati” per quei giocatori che cercano di fare il salto nella NBA i quali non hanno ancora trascorso un anno al di fuori delle scuole superiori (requisito che potrebbe essere cambiato entro il 2022). I selezionati riceveranno circa 135.000 dollari l’anno invece del salario medio attuale di 44.000.

Fondata nel 2001 come NBDL (National Basketball Development League), ritargata nel 2005 NBA D-League, chiamata dai più G-League per via del famoso sponsor che l’accompagna, è stata voluta dalla Nba per dare una possibilità a tutti i giovani scartati ai sempre più difficili draft di mettersi in luce nel competitivo campionato con 48 partite della stagione regolare, assicurando così un serbatoio immediato per la sempre più vorace National Basket Association. Tanto da avere come sottotitolo: “The NBA Dream Starts Here” (Il sogno NBA inizia qui). Chance che si estende anche agli allenatori, sia come tecnici che come manager-organizzatori.

 

In Nord America, dove ci sono gli sport di squadra pro più importanti e ricchi del mondo, il baseball è quello che ha il più forte sistema di leghe minori, tanto che un triple-A, guadagna circa 10mila dollari al mese ed è quasi certo di giocare presto nella MNL, la Major League Baseball, che recluta i giocatori direttamente nel torneo dei college. E come la NFL (il football). Mentre la NHL (hockey ghiaccio) ne preleva il 30%.

Questo crea una situazione molto delicata per il futuro dei ragazzi, e li spinge sempre più verso la G League. Tanto che, dal 2010, la proporzione dei giocatori che, da lì, sono transitati poi alla Nba è più che raddoppiato, ed è arrivato al 20%, una proporzione ben più alta di quella dei protagonisti della NCAA. Dove appena l’1.2 per cento dei 18,712 giocatori arriva alla massima serie. Un dato destinato a scendere ulteriormente, in considerazione della sempre più importante minaccia dei cestisti del resto del mondo e che ha scatenato anche una causa legale contro la concorrenza di grandi proporzioni. 

Sulla falsariga dell’altro ricorso al tribunale, nel 1984, che permise ai college di poter acquisire direttamente i diritti tv delle loro partite, il caso “Alston contro NCAA” mira infatti al raggiungimento della libertà di mercato dei giocatori, senza vincoli di borse di studio. E quindi alla creazione di una mini-lega universitaria che modifichi la finta etichetta di studenti-atleti dilettanti. Ma intanto, anche sfruttando la regola NBA per cui i giocatori, dopo l’high school, devono disputare almeno un anno di gare altrove in preparazione al grande salto nei pro, la G-League prende sempre più piede. 

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