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Mettete fiori nei vostri cannoni, subito, oggi, e per sempre, non mettiamoci un papavero al petto, poi, dopo. Il messaggio arriva dalla vetrina più appariscente che ci sia, il calcio, dove un atleta serbo, Nemanja Matic, centrocampista del Manchester United, è uscito dal gruppo, sabato, ed è stato l’unico fra i giocatori che hanno partecipato al match col Bournemouth a non indossare la coccarda commemorativa a forma di papavero per celebrare il "Remembrance Day" dell’11 novembre. Cioè la giornata per ricordare i caduti del Commonwealth e di alcune nazioni europee come Francia e Belgio inglesi, durante la Prima e della Seconda Guerra Mondiale. 

È una giornata importante in mezzo mondo, che si vive sempre con grande intensità, con due minuti di silenzio, spesso tenendo un papavero in mano, il primo fiore che sbocciò sulle tombe dei soldati caduti nelle Fiandre. Ognuno, in quei momenti così delicati, si chiude nel profondo del suo io e di un suo ricordo. Che cosa c’è di più individuale e soggettivo di questa magica parola? Ognuno ha il proprio ricordo, personale, completamente diverso da quello di tutti gli altri, anche se sembra assurdo basandosi su fatti all’apparenza incontrovertibili. Vale anche nella società della massificazione, dove fa la voce grossa un’informazione troppo comune, spesso falsa, sbagliata anche nella grammatica, che fa giri incredibili sul web, si ingigantisce e si sgonfia con la medesima velocità, rivelando alla fine la stessa matrice e, ahinoi, la medesima finalità. Tutti guardano la trasmissione tv più gettonata del momento, tutti twittano senza posa, tutti si fanno un selfie appena possono, tutti vogliono essere uguali agli altri, per non restare diversi. 

Epperò, all’improvviso, gridando il fatidico: “Il re è nudo”, appare sempre qualcuno che supera le abitudini, le mode, le convenzioni, il politically correct, per rimanere sul terreno britannico e quindi sul classico orientamento ideologico e culturale di quel paese, con l’estremo rispetto verso tutti, evitando ogni potenziale offesa verso determinate qualsiasi categoria di persone. Stavolta – Eureka! – è un calciatore che proprio non se la sente di aggregarsi alla nazione che pure l’ha accolto, facendolo ricco e famoso grazie a un pallone.

Matic non si è dimenticato il papavero, non se l’è perso, non gli si è staccato dalla maglietta. No, non ci sono errori, di nessuno, se non generale, di tutti, nel sorprendersi della diversità di pensiero, della legittima libertà di staccarsi dal gruppo, della possibilità di alzare la mano e di spiegare con candida, serena, ma ferma sincerità: “Comprendo pienamente il motivo per cui gli altri indossino i papaveri, rispetto completamente il diritto di ognuno a farlo e ho la completa compassione per coloro che hanno perso i loro cari a causa dei conflitti. In ogni caso, per me è soltanto un ricordo di un attacco subito quando ero un dodicenne spaventato che viveva a Vrelo mentre la mia terra veniva devastata dai bombardamenti in Serbia del 1999. Sebbene lo abbia fatto in precedenza, dopo una riflessione, credo che non sia giusto che io indossi il papavero sulla mia maglia. Spero che tutti possano capire le mie ragioni, ora che le ho date, e posso concentrarmi su come aiutare la squadra per le prossime partite”.

Chi è stato sotto le bombe non può dimenticare. Chiedetelo ai nostri nonni che portano ancora nelle orecchie e nel cuore il suono d’allerta delle sirene, le fughe nelle cantine e nelle metropolitane, il silenzio di morte che precedeva le cadute degli ordigni su case e cose, l’angoscia del dopo, quel momentaneo passato pericolo che si accompagnava sempre alla sorpresa della nuova realtà, distrutta, sopracoperta. Il bambino che era in Matic non può cancellare i terrificanti bombardamenti delle forze della Nato del 1999 per allontanare i serbi dal Kosovo. Per lui fu un sopruso, un’ingiustizia, una privazione di libertà, una violenza indimenticabile com’è sempre per i bambini che non hanno i retro-pensieri dei grandi.

Il messaggio del calciatore dello United è stato talmente chiaro, talmente netto, talmente sincero, che The Royal British Legion, promotrice di anno in anno della giornata del ricordo, ha commentato: “La decisione di indossare il poppy dev’essere una libera scelta”. Liberando così il serbo dopo la sua eclatante protesta, controcorrente, preservandolo – ci auguriamo – da qualsiasi stupida reazione da parte del pubblico, e ribadendo la possibilità di chiunque, sempre, di staccarsi dalla fila con un simbolico passo avanti. Nel segno del libero arbitrio. Domenica 11 novembre si giocherà il derby di Manchester.

Il papavero appuntato sulla maglietta dei calciatori ha toccato anche noi italiani. Non per la famosa strofa della ballata di Fabrizio De Andrè, ma perché, quando Fabio Capello allenava la nazionale inglese, la Fifa si oppose al fiore sulla manica della maglietta dei Bianchi che era stato proposto dal premier Camerun per l’amichevole contro la Spagna di quei giorni del 2011. Anche se poi dovette proprio accettare la gentile, ma ferma e persuasiva insistenza del principe William. 

Mettete dei fiori nei vostri cannoni.

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