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L’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juve è l’albero che nasconde la foresta decimata. Lo stato di salute del calcio professionistico italiano non è brillante. Al contrario, in Italia assistiamo a fallimenti a catena dei club di calcio, gli stadi sono molto meno pieni di un tempo, gli sponsor assenti dalle magliette, per non parlare poi dei risultati mediocri ottenuti nelle competizioni europee e mondiali.

L'analisi di Sébastien Louis

Sul blog di Le Monde, è senza appello l’analisi dello storico dello sport, Sébastien Louis, che racconta le vicissitudini travagliate nel caldo afoso dell’estate romana di sei squadre di serie B e C. Una situazione diventata ormai un “classico” durante la pausa del campionato. Louis fa riferimento alla battaglia dei tifosi delll’US Avellino 1912 – retrocesso dalla serie B ai dilettanti non per i cattivi risultati in campo, ma per una situazione finanziaria preoccupante (una fideiussione pagata in ritardo) che nei giorni scorsi si sono radunati di fronte alla sede del Coni (oggi il Tar del Lazio ha respinto la richiesta di sospensiva, ora la società dovrà ripartire dalla Serie D).

Una sorte critica che accomuna diverse altre squadre, come il Bari e il Cesena che hanno appena depositato il bilancio e Mestre, la Reggiana e Fidelis Andria che non si sono nemmeno iscritti in serie C per il campionato 2018-2019.

Il blogger di 'Le Monde' cita il caporedattore della rivista ‘Sportpeople’, Matteo Falcone, secondo il quale parte dei mali odierni del calcio italiano sono dovuti al fatto che “questo sport ha sempre avuto una gestione quasi patriarcale, sia per quanto riguarda i club che i luoghi di potere”.

Un calcio a due velocità

Un calcio a due o più velocità – evidenzia lo storico francese – nella patria per eccellenza del pallone in Europa, trasformato in “un paesaggio desolato nel quale solo il club torinese della Juventus sembra cavarsela”, come dimostra il settimo titolo consecutivo di campione d'Italia portato a casa la scorsa stagione. Un successo riconducibile, secondo Falcone citato dal quotidiano d’Oltralpe, alla capacità di rivoluzionare il proprio modo di fare, di pensare il calcio e di intercettare capitali stranieri. Oltre alla Juve, pochi altri club hanno la stessa lungimiranza – Roma, Inter e Milan – ma “solo la Vecchia Signora ha un approccio manageriale a 360 gradi, una strategia unica”. Al contrario, in tutte le altre squadre permane una “gestione arcaica – prosegue l’analisi, che fa riferimento al caso emblematico di Silvio Berlusconi – con un imprenditore che investe denaro per ottenere qualcosa in cambio, salvo poi mollare se il tornaconto tarda ad arrivare”.

180 club falliti in 30 anni

Alla luce di queste dinamiche, il blogger di 'Le Monde' prevede che l’elenco dei club ufficialmente in crisi (al 30 giugno) – finora in sei – si allungherà sicuramente nelle prossime settimane, aggiungendosi ai circa 180 club già falliti in Italia negli ultimi 30 anni. Un triste record segnato da una maggioranza di squadre di serie C, una dozzina di serie B e dal Torino, oggi saldamente in serie A grazie alla gestione di Urbano Cairo, che ha subìto lo stesso destino (nell'estate del 2005).

Poi ci sono quei club recidivi, come la Reggiana, per un pelo rimasta fuori dalla serie B, ora in liquidazione giudiziaria, 13 anni dopo un primo fallimento causato dal ritiro degli stessi proprietari, la famiglia Piazza. Stesse vicissitudini a Trieste, dove la locale Triestina ha fatto fallimento ben due volte negli ultimi 25 anni, poi rinata grazie al sostegno finanziario dei propri tifosi con raccolte fondi per poter terminare il campionato in serie C, ma la tregua è stata breve.

Al tracollo recente anche la Spal Ferrara, fallita due volte negli ultimi 15 anni, salvo poi essere protagonista di una rimonta eccezionale, passando dalla serie D nel 2012 alla serie A nel maggio 2017. “Se alla fine della stagione la squadra non raggiunge l’obiettivo, ciò ha gravi conseguenze sul piano finanziario. Molte squadre trascinano i debiti come una palla al piede e sono in tante a subire questo triste destino causato dai troppi investimenti sul mercato dei trasferimenti dei giocatori. Chi ricompra preferisce far retrocedere la squadra piuttosto che saldare i debiti degli altri. Se poi viene retrocessa in campionato non professionistico, buona parte del pubblico molla il club” racconta Marco, tifoso della Spal di Ferrara citato da Le Monde.

È andata peggio invece ad alcuni – rari – club che cominciano la stagione ma non riescono a concluderla, come successo al Modena allo scorso campionato: dopo la 12ma giornata di serie C la squadra emiliana è stata definitivamente esclusa dalle autorità sportive. Un’esclusione accolta come un’umiliazione per la ricca città emiliana ma soprattutto per i tifosi che da novembre 2017 in poi non hanno più assistito ad una partita della propria squadra.  Nelle settimane successive sulle ceneri del Modena FC – forte di 28 partecipazioni in serie A dalla sua fondazione nel 1912 – è nato un nuovo club, il Modena FC 2018.

A mali estremi, estremi rimedi. Così lo storico francese rende omaggio all’impegno dei tifosi che in Italia non di rado intervengono per salvare la propria squadra del cuore, sostituendosi ad imprenditori azionisti che abbandonano la nave. “In alcuni casi il fallimento di un club di calcio locale ci fa assistere a copioni degni di un film di Ken Loach” conclude Louis, ricordando la vicenda del club pugliese di Fasano – fallito nel 2002 e nel 2012 – salvato dagli ultras locali, riuniti nell’associazione “Il Fasano siamo noi”, diventati i nuovi proprietari della squadra blu e bianca. 

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