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Rod Laver è una delle persone più schive che possiate immaginare. Eppure è l’unico tennista che ha chiuso due volte il Grande Slam, nel ‘62 e nel ’69, peraltro allontanandosi volutamente nel frattempo dai Majors per passare professionista. La sua Australia gli ha intitolato il campo centrale dello Slam di casa, Roger Federer ha suggellato la loro amicizia coinvolgendolo nella Laver Cup, la sfida Europa-Resto del mondo. Lui, dalla sua casa di Carlsbad in California, risponde sereno agli auguri per gli 80 anni.

Rod, che compleanno è questo per lei?

“Il numero non conta, l’importante è festeggiarlo con le persone più care, mio figlio, mia nuora, gli amici. È un altro momento di felicità della mia vita fortunata, senza rimpianti, anche se tutti mi chiedono sempre dei famosi sette anni lontano dai Majors per l’assurda divisione pro-dilettanti e si domandano: quanto altro ancora avresti potuto vincere senza quell’ingiustizia? Io dico che ho fatto comunque esperienze fantastiche in giro per il mondo, contro gli avversari più forti, grazie a una racchetta da tennis. E poi nel ’68, quando ho ripreso a giocare gli Slam, ero sicuramente un tennista migliore del ‘62”.

Qual è stata la sua più grande fortuna?

“Ho avuto il talento per fare uno sport straordinario come il tennis, coordinazione e colpo d’occhio, mi è sempre piaciuto tantissimo allenarmi anche dalla mattina alle 9 a mezzanotte, se non mi toglievano dal campo la mattina dopo mi trovavano ancora lì per la voglia che avevo di migliorarmi continuamente e di tenere di nervi quando il match si decideva. E così ho vissuto emozioni fortissime contro alcuni grandissimi campioni: Rosewall, Newcombe, Emerson. Non male, per uno che viene da un piccolo paese come Rockhampton e non si è mai considerato il più grande”.

Il tennis non è lo sport inventato dal diavolo?

“No, è la situazione sempre nuova, sempre inattesa, dalla quale uscire con quello che hai in quel giorno specifico, coi colpi che riesci a fare contro quel determinato avversario e in quelle diverse situazioni. Non si va in campo coi numeri e le classifiche, con la storia e i precedenti, si riparte sempre daccapo, e si vince se stessi”.

Si dice che si impara di più dalle sconfitte che dalle vittorie.

“È fondamentale uscire bene dal campo, nella sconfitta, per te stesso e per gli altri”.

Questa è una delle caratteristiche che la unisce a Federer?

“Roger ed io andiamo d’accordo, quando ci ritroviamo, ci viene subito di parlare di tennis, ci ritroviamo su tante cose. Sono felice di come vive le situazioni: si vede che ama il tennis come me – perciò lo gioca ancora e se non ha infortuni lo farà ancora per due-tre anni – ed accetta che l’avversario sia più forte di lui, quando perde. Anch’io ho giocato fino a 37 anni… Perché lasciare qualcosa che ti piace tanto?”.


Rod Laver /AFP

Qual è stata la parola magica che ha guidato Rod Laver?

“Goditi la situazione, anche quella brutta, ti deve piacere anche quando insegui una palla che ti dà fastidio, quando sei sotto nel punteggio e non ti vanno i colpi ed è un po’ che non vinci una partita. Devi accettare tutto dal tennis, a cominciare dall’allenamento, altrimenti non ti piacerà mai davvero e non riuscirai a far girare ancora la ruota dalla tua parte”.

Lei giocava con una piccola racchetta di legno e su campi in erba, cos’è rimasto del suo tennis?

“Le situazioni, la voglia di vincere, il servizio-volée, l’adrenalina del punto: il tennis è lo sport più bello che ci sia. Anche se oggi i tennisti sono due volte più atleti di quanto lo eravamo noi, che pure eravamo fortissimi”.

Oggi, la trasposizione di Laver potrebbe essere Shapovalov?

“È mancino come me, sicuramente cerca soluzioni come le cercavo io e non ha paura di giocare i colpi in diverse posizioni del campo. Mi piace. Sono certo che vincerà presto uno Slam, ma questo tennis sul cemento da fondo campo è troppo diverso dal mio, quando cercavamo di giocare il più possibile al volo per evitare gli imprevedibili rimbalzi sull’erba”.


 Rod Laver-Ken Rosewall /AFP

Oggi c’è anche molto più equilibrio che ai suoi tempi.

“Tutti i primi 30 del mondo possono battere i primissimi: guarda al Roland Garros, Djokovic ha giocato un buon match ma il suo avversario, Marco Cecchinato, che gioca bene sulla terra rossa e valeva più del numero 70 del ranking, l’ha battuto. Succede continuamente, l’incertezza è uno dei motivi di maggior richiamo del tennis moderno”.

È certo invece che i suoi due Slam non saranno più battuti.

“Vincere quattro Wimbledon è l’orgoglio della mia carriera, chiudere l’anno vincendo tutti e quattro gli Slam dell’anno solare – l’Everest del tennis -, e riuscirci due volte, è un record che resiste da 50 anni e fa pensare che sia impossibile. Eppure, se non ci fosse stato Nadal, che è il migliore sulla terra rossa, chi avrebbe battuto Federer, chi gli avrebbe negato di chiudere il Grande Slam come me?”.

Ciao, “Rocket”, buon compleanno.

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