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“Non ha chance”. C’è una formula che in redazione, in questi giorni, abbiamo usato per commentare il Roland Garros di Marco Cecchinato. È rimbalzata nelle chat di whatsapp, nelle telefonate, nei discorsi. “Bravo, certo”. “Volenteroso, è indubbio”. “Ha testa, mi sembra ovvio. Ma che possa arrivare in fondo.. beh, questa è tutta un’altra storia”. E invece no. Quella sentenza, “non ha chance”, si è trasformata presto in una sorta di augurio scaramantico da ripetere come fosse una formula magica.

Perché forse, di chance, ne aveva qualcuna con Marius Copil, modesto giocatore rumeno, superato al primo turno con estrema e troppa difficoltà: 10-8 al quinto. Pochissime, di chance, ne aveva con un altro Marco, l’argentino Trungelliti, castigatore di Tomic all’esordio da ripescato, dopo un viaggio di 10 ore in macchina.

Nessuna, di chance, ne aveva con Carreño Busta, numero 10 del tabellone, con David Goffin, numero 8, e con Novak Djokovic, numero 20 ma con un passato da dominatore del circuito. E invece Marco Cecchinato, classe 1992, li ha battuti tutti senza mai dover ricorrere al quinto set.

Così, contro ogni pronostico, alle 20.15 di una calda serata di giugno, abbiamo ascoltato qualcosa di strano e a cui mai avremmo pensato di assistere: John McEnroe e Mats Wilander, due che di partite di tennis se ne intendono, che parlavano in diretta del tennis di un giovane italiano venuto da Palermo in grado di riscrivere la storia dello sport italiano. Sì, perché era dal 1978, dall’impresa di Corrado Barazzutti, che nessuno era riuscito, tra gli uomini, ad arrivare così lontano a Parigi.

 

Chi è Marco Cecchinato

In una recente intervista aveva identificato in Marat Safin, ex tennista russo, e in Andreas Seppi, i due punti di riferimento. Uno per come “sapeva stare dentro al circuito” e l’altro “per la professionalità e l’abnegazione”. Due modelli opposti, per indole e talento, che Cecchinato ha provato a miscelare insieme.

Faccia tosta e potenza insieme a controllo e misura. Prima di questo Roland Garros, il tennista siciliano non era molto conosciuto. Non aveva mai vinto una partita nei quattro tornei dello Slam ed era salito agli onori delle cronache più per una questione di scommesse, archiviata nel dicembre del 2016, che aveva rallentato la sua crescita e il suo percorso all’interno del circuito ATP, che per i suoi successi sul campo.

Prima di questo 2018, infatti, Cecchinato non aveva portato a casa nessun trofeo. Era salito sino alla posizione 82 della classifica mondiale giocando soprattutto challenger e mostrando sprazzi di quel talento che, improvvisamente, è venuto fuori come fosse stato tenuto nascosto per troppo tempo. Lo scorso aprile, a Budapest, in un torneo 250, anche quel vuoto di vittorie nel circuito maggiore è stato colmato. Un assaggio, forse, di quello che sarebbe successo nei due mesi successivi.

Cecchinato ha iniziato a giocare a sei anni, grazie a suo zio. Inizia ad allenarsi con Francesco Palpacelli, che già aveva seguito Roberta Vinci. Poi si trasferisce a Caldaro dove viene allenato da Giovanni Sartori, l’artefice di quel Andreas Seppi, così ammirato e così seguito negli anni della formazione. Nel 2013 vince il suo primo challenger, a San Marino. Sconfigge Volandri, uno di quelli che sulla terra battuta sapevano davvero giocare. In totale si aggiudicherà quattro Challenger e cinque Futures. Ma niente di davvero rilevante.

La prima vittoria nel circuito maggiore arriva quattro anni dopo, a Quito, in Ecuador, tra le montagne, dove sconfigge il brasiliano Clezar. Poi, come detto, arriva il 2018, l’anno del riscatto. A Montecarlo supera Garcia Lopez e Dzumhur per fermarsi di fronte a Raonic. A Roma batte Cuevas prima di arrendersi a Goffin. Sconfitta vendicata proprio a Parigi dove il sogno, per ora, è ancora integro.

Come gioca Cecchinato

Proprio Goffin, dopo la sconfitta, ha provato a raccontare il tennis di Cecchinato. Un gioco che non prevede cali di tensione, sempre in spinta, con grande continuità di esecuzione. Il tennista siciliano è uno di quei giocatori che non regala niente. Uno di quelli che impone il ritmo e che gioca fino all’ultimo punto. Possiede un buon servizio, ha gambe veloci e un dritto che sa affondare e un rovescio con cui, pur difendendosi, spesso accarezza le righe. C’è chi lo paragona a Kuerten, chi a Wawrinka.

L’unica cosa certa, almeno in redazione, è che giovedì, contro Dominic Thiem, lo aspetta in una semifinale che vale una carriera. E noi, tifosi da scrivania, ci teniamo a ribadire la nostra scaramantica previsione. Cecchinato, anche stavolta, non ha “alcuna chance”.

 

 

 

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