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Sapete perché per mettervi ai piedi un paio di Louis Vuitton dovete scucire (ben che vada) 500 euro? Perché sono belle, certo, ma anche perché sono fatte in luoghi in cui si confezionano scarpe da sempre. In quei disttetti – francesi e italiani – in cui la scarpa è praticamente nel DNA. O almeno questo è il messaggio che il marketing della casa francese lascia passare.

Ora rispondete a questa domanda: paghereste fino a 2.000 euro per un paio di scarpe fatte in Romania? No? Peccato, perché lo avete già fatto. Almeno stando a quello che racconta il Guardian, che è riuscito a infiltrarsi in una fabbrica segretissima in cui –  secondo una fonte anonima – vengono prodotte la maggior parte delle calzature Louis Vuitton che vengono poi rivendute come Made in Italy o Made in France. Peccato che nei due Paesi, le calzature oggetto di sogni proibiti per molte fashion addicted, vengano solo suolate

La fabbrica top secret

Secondo quanto si legge nell'esclusiva del Guardian, il grosso delle scarpe LV proviene da Cisnadie, cittadina della Transilvania che con l'arte delle calzature ha da sempre poca familiarità. La fabbrica è uno dei segreti meglio custoditi, al punto che – hanno rivelato alcune fonti al quotidiano britannico – è stato fatto in modo che lo stabilimento non risulti nemmeno nelle ricerche di Google.

Il nome dell'impianto è Somarest, una sussidiaria della Maison Louis Vuitton il cui logo però all'esterno non compare mai. Prima del Guardian, nel 2014, una tv francese cercò di realizzare un reportage sulla fabbrica, ma la richiesta fu rifiutata. A denunciare lo scandalo era stato un lavoratore dello stesso impianto, che aveva raccontato che le scarpe che escono dalla Somarest vengono spedite in Italia, dove vengono suolate e vendute come prodotto fabbricato nel Paese. Una dichiarazione rigettata da Bernard Arnault, proprietario del gruppo LVMH e uomo più ricco di Francia, con un patrimonio di 37,2 miliardi di dollari. "Ora che il Guardian ha potuto riportare per la prima volta direttamente dall'interno della fabbrica, è in grado di confermare che ogni settimana decine di migliaia di paia di scarpe lasciano lo stabilimento curate nei minimi dettagli eccetto la suola", si legge sul quotidiano. 

Viaggio all'interno della fabbrica

"Una volta oltrepassati i controlli di sicurezza e messo piede nello stabilimento, Louis Vuitton è onnipresente. In cima alle scale, protetto da una teca di vetro, c'è un paio di stivali in pelle con impresse le iniziali della Maison. Mentre una lunga vetrina-galleria mette in mostra i modelli di borse più note. Su tutti si staglia un baule antichissimo che rappresenta la storia della casa che iniziò l'attività nel 1850 proprio realizzando valige e bauli per i più ricchi".

L'intuizione arrivò negli anni '90 quando la maison si aprì alla classe borghese. E con essa, arrivarono anche i guadagni da capogiro. Oggi il gruppo ingloba più di 70 marchi, dal settore della moda a quello dei vini, con un fatturato che si aggira sui 33,5 miliardi di dollari. Il colosso spende 4,4 miliardi di dollari in campagne promozionali e dà lavoro a 120mila persone. 

Il guadagno è sui bassi salari

Per mantenere alti i guadagni, l'azienda ha dovuto abbassare i costi di produzione, spiega il Guardian. È questo il motivo che portò il gruppo a Cisnadie nel 2002. Due anni dopo, l'impianto produceva 1.500 paia di scarpe a settimana, secondo il cv dell'allora direttore Catherine Fraisse. E sebbene Somarest si sia rifiutata di rivelare gli attuali numeri dello stabilimento, nel curriculum vitae online dell'operation manager, Mihaela Anghel, si legge che la produzione è aumentata del 70% dal 2007. E' lecito stimare, dunque, che dalla fabbrica escano ogni settimana 100mila paia di scarpe.

Nello stabilimento lavorano 734 persone che, secondo la portavoce anonima, sono pagate 133 euro al mese, secondo quella che è la media degli stipendi in Romania, i più bassi d'Europa. Ma ciò "non è sinonimo né di scarsa qualità né di lavoro minorile", spiega al Guardian la stilista Ioana Ciolacu. Gli stessi lavoratori di Somarest si considerano fortunati: fine settimana liberi, straordinari puntualmente retribuiti, ambienti liberi da sostanze chimiche tossiche. "Nessuno si è mai lamentato", ha assicurato Enciu Dumitru, dell'Ispettorato sul lavoro. 

Così la scarpa diventa italiana

Ma quando la scarpa più famosa al mondo inizia a parlare italiano? Tutto il materiale utilizzato è importato dalla Francia, spiega la portavoce al Guardian. Dopo aver assemblato la scarpa, quest'ultima viene spedita in Francia o in Italia per poter essere suolata, un processo che le garantirà il marchio Made in Italy o Made in France, secondo le disposizioni dell'Ue.

Per poter sciogliere il nodo della produzione globalizzata, nel 2014, il Parlamento europeo si è espresso sulle regole del "made in": in pratica, nel caso dei beni prodotti in più nazioni, il Paese di origine risulta essere quello in cui il prodotto viene sottoposto all'ultimo, sostanziale ed economicamente giustificato processo". Ecco perché nelle Louis Vuitton la suola viene applicata sempre dopo l'esportazione. Il risultato è che queste scarpe non solo vengono vendute a pieno costo come Made in Italy nel nostro Paese, ma vengono anche riesportate in Romania e vendute nelle boutique di Bucarest come prodotto italiano o francese. Un'anomalia che non fa di Louis Vuitton né il primo né l'ultimo marchio ad approfittare di questa situazione favorevole. 

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