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Nessun patentino di immunita ma “un importante valore epidemiologico per capire la suscettibilità di una categoria” rispetto al contagio da coronavirus. È in questo modo che – secondo Silvestro Scotti, segretario nazionale della Federazione Italiana Medici di Famiglia – bisogna invogliare gli insegnanti a sottoporsi allo screening con il test pungidito, da fare dal proprio medico di base.

Scotti ne ha parlato con l’AGI precisando in che termini ancora un 30% di quelli contattati dai dottori non hanno accettato di farlo: “Abbiamo un gruppo di sorveglianza di circa mille medici, standardizzati per età, genere e pazienti, che fanno le rilevazioni con valore statistico. I colleghi si sono attenuti agli elenchi di pazienti risultati personale docente e non docente della scuola e li hanno contattati d’iniziativa. La risposta è stata il diniego nel 30% dei casi”. Tuttavia “la maggior parte delle volte il no è arrivato da pazienti, professori o bidelli, che erano ancora in vacanza”. Un gap che dunque “contiamo di recuperare entro lunedì”.

La questione importante, però, è comunicare bene il valore di questa indagine: “Si può dire che con questo screening di massa si mette la scuola in sicurezza?”, si domanda Scotti. “Bisogna spiegare come: non lo si può vendere come un percorso di sicurezza individuale, dicendo che una volta testato l’insegnante non infetta. Piuttosto, è necessario spiegare che sottoponendosi al sierologico si dà la possibilità di raccogliere dati per comprendere su larga scala il comportamento di una determinata categoria”.

Ovvero capire quanto gli insegnanti siano esposti al rischio, e quanti possano essere considerati soggetti fragili. “In questo modo sarà più facile elaborare modelli e prendere decisioni per il futuro”, conclude Scotti.

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