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Si chiama Salt, è una megattera che vive nel mare al largo della costa del Massachusetts e potrebbe aiutare la ricerca a trovare un modo di sconfiggere il cancro. Era il 2011 quando un team di scienziati a bordo della nave da ricerca Shearwater, capitanato da Jooke Robbins, direttore della ricerca delle megattere presso il Center for Coastal Studies di Provincetown, nel Massachusetts, riuscì a prelevare un campione di pelle di Salt per metterlo a disposizione di un team supportato dall’Arizona Cancer Evolution Center (ACE) dell’Arizona State University, che otto anni dopo, lo scorso maggio, ha pubblicato sul Molecular Biology and Evolution i risultati:  Salt e altri cetacei – il gruppo di mammiferi che comprende balene, delfini e focene – hanno sviluppato modi intelligenti per affrontare il cancro, tra cui una serie di geni che sopprimono il tumore.

Nemmeno la dottoressa Robbins, come ammette a Quartz, poteva mai aspettarsi un riscontro del genere: “Non pensavo anni fa che una delle cose che avremmo studiato con questa popolazione sarebbe stata il cancro. È inaspettato e molto prezioso, ma non lo avrei mai pianificato”. Inaspettato sì, ma non del tutto inedito, tecnicamente questo modo diverso che hanno i tumori di agire sulle cellule degli animali rispetto a come si muovono nel nostro organismo è chiamato Peto’s Paradox, in onore dell’epidemiologo britannico Richard Peto, che negli anni ‘70 fece notare come ci fosse una sorta di selezione naturale per la soppressione del cancro, per fare un esempio: gli esseri umani vivono molto più a lungo dei topi pur essendo molto più grandi, avendo quindi più cellule a rischio cancerogeno, eppure uomini e topi prendono il cancro in percentuali simili.

Scrive Quartz: “Nel 2011, i ricercatori dell’ACE, insieme agli scienziati di altre 11 istituzioni in tutto il mondo, hanno iniziato a notare come il paradosso di Peto si manifesta nei genomi delle megattere confrontando le informazioni nei geni di Salt con quelle di altri cetacei. Secondo i risultati, le parti del genoma di una balena che determinano come e quando una cellula si divide si sono evolute rapidamente e coincidono con il periodo in cui quegli animali sono cresciuti arrivando alle loro attuali enormi dimensioni”.

Nel 2015 la guida dell’ACE è passata nelle mani di Marc Tollis, un biologo della School of Informatics, Computing e Cyber ​​Systems della Northern Arizona University, che si è prefissato la missione di riuscire ad isolare uno di questi “supergeni” che sviluppano i grandi mammiferi per soffocare il cancro e metterlo nel corpo di un essere vivente più piccolo, prima i topi, poi gli umani. Una pista perfettamente battibile che conferma altri studi su questo gene capace di ciò che al momento la ricerca considererebbe un vero e proprio miracolo.

Nel 2012 infatti Joshua Schiffman, un oncologo pediatrico dell’Università dello Utah, ha iniziato a studiare le difese del cancro negli animali dopo aver appreso che avevano copie extra di un gene capace di combattere i tumori; lo stesso gene che mancava ai suoi pazienti con sindrome di Li-Fraumeni, un raro disturbo ereditario che predispone i malati allo sviluppo del cancro. Tre anni dopo, siamo dunque nel 2015, lo stesso Schifman firmerà un articolo all’interno del Journal of American Medical Association dove conferma che questo gene capace di schiacciare il tumore innesca una sorta di morte cellulare “programmata” che di fatto evita il sopraggiungere del cancro, viene chiamata apoptosi: cioè quando una cellula si divide e subisce un qualche tipo di danno al DNA, ad esempio da agenti chimici, la cellula tenterà di ripararsi o autodistruggersi per impedire alle mutazioni di diffondersi ad altre cellule.

“Le persone sono intelligenti, ma la natura è molto più intelligente – ha detto Schiffman – La natura ha capito le soluzioni ad alcuni dei nostri problemi di salute in centinaia di milioni di anni di evoluzione”. Ventidue delle 90 specie di cetacei esistenti al mondo hanno avuto il proprio genoma sequenziato e aggiunto al database del National Center for Biotechnology Information, un’archiviazione che grazie alle nuove tecnologie si fa sempre più semplice ed economica.

Gli scienziati hanno anche sequenziato i genomi di tutte e tre le specie di elefanti vivi oggi, il problema potrebbe sorgere nel momento in cui verrà a mancare la materia prima; in pratica il segreto per metterci alle spalle una delle più mortifere piaghe della storia dell’uomo potrebbe risiedere nel DNA di una specie che l’uomo giorno dopo giorno sta sterminando. Le creature diventano più difficili da trovare e le normative che le proteggono diventano più rigide, ritardando la ricerca di anni. Hal Whitehead, uno specialista cetaceo della IUCN da dichiarato che “le specie che sono state colpite nel modo peggiore sono quelle con il contatto più stretto con gli umani”.

I risultati delle ricerche suggeriscono che da qualche parte, nascondendosi nel codice genetico e nella storia evolutiva dei grandi mammiferi, potrebbe esserci un nuovo trattamento del cancro per l’uomo. Ma se i ricercatori hanno ragione, la finestra per studiare queste megafauna potrebbe chiudersi mentre gli umani continuano a minacciare la popolazione degli animali e la biodiversità dei loro habitat. Secondo Cristiana Pașca Palmer, segretaria esecutiva della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, l’impatto della perdita di habitat e specie sulla ricerca medica in senso lato è ancora sconosciuto, “Davvero, quando agiamo per preservare la biodiversità, stiamo agendo per preservare noi stessi”.

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