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Riecco Ignazio Marino. E si infila dritto dritto nella diaspora dei rifiuti che da settimane attanaglia Roma. Con una lettera all’edizione cartacea de Il Fatto Quotidiano inviata dagli Stati Uniti dove vive, insegna e opera, il chirurgo ex sindaco di Roma rivendica di aver fatto “più di tutti” – predecessori e venuti dopo di lui – in merito alla raccolta differenziata della monnezza.

Marino si dice “colpito” per un articolo del direttore Travaglio del 9 luglio, in cui tra le altre cose si può leggere che “trovai la differenziata al 31% e durante il periodo di governo Marino e Raggi ha raggiunto il 45%. Nel luglio 2013 si insedia la giunta Marino, allontanata a fine 2015. La percentuale di raccolta differenziata crebbe dal 31,1 % (bilancio Ama 2013) al 41,2% (bilancio Ama 2015)”. Dunque? Insomma, “nei due anni dell’amministrazione Marino – seguita il chirurgo – la raccolta differenziata a Roma è cresciuta dello stesso valore percentuale dei 9 anni precedenti”.

Pertanto A Roma il sistema di raccolta porta a porta viene implementato su 925 mila abitanti dalla metà del 2013 alla fine del 2015. In altre parole, durante l’amministrazione Marino, vengono intercettati 370 mila abitanti medi/anno: un unicum nel panorama nazionale” rivendica l’ex sindaco.

Il quale aggiunge anche: “Con il 41,2 % di raccolta differenziata del 2015, l’Ama proietta Roma tra le capitali europee più virtuose, peraltro, quest’ultime, dotate di ben altri impianti: viene pressoché eguagliata Berlino al 42% e distanziate sia Londra al 34% che Vienna al 35%. Madrid e Parigi si collocano rispettivamente al 17% ed al 13%. Sfortunatamente, però, la raccolta differenziata a Roma rallenta con le successive amministrazioni. Nel 2016 passa dal 41,2% al 42,88%: solo 1,7% di incremento. Nel 2017, dal 42,88% al 44,33%: solo il 3,4% in più”.

Poi Marino si lamenta perché Travaglio ha scritto che “venni costretto a chiudere la discarica più grande d’Europa (in realtà, Malagrotta era nel 2013 la più grande del mondo) dall’Unione europea, da indagini giudiziarie e da pressioni popolari”. È erroneo, dice Marino, perché “io non ho mai ricevuto alcuna comunicazione giudiziaria relativa a Malagrotta, né atti dall’Ue e personalmente promossi, piuttosto che subire, azioni popolari nella campagna elettorale del 2013 in cui promisi la chiusura di Malagrotta (che in base della direttiva Ue avrebbe dovuto essere eseguita entro il 31 dicembre 2007)”. E poi non è affatto vero che “Marino chiuse Malagrotta senza un piano alternativo”.

“In realtà, avevo ben definito un piano alternativo e individuato i fondi” si può leggere ancora nella lettera a Il Fatto. “Ad esempio, acquistai un nuovo tritovagliatore. Venne definito dai media ‘il giocattolo di Marino’ e l’opposizione del M5S affermò che non lo avrebbe utilizzato. Oggi è a Ostia ed è utilizzato al massimo regime per la crisi in atto (senza di esso ci sarebbero ogni giorno altre 300 tonnellate abbandonate sul suolo di Roma)”.

Aggiunge ancora Ignazio Marino: “Ma soprattutto feci approvare la realizzazione di nuovi Ecodistretti iniziando con un biodigestore per la produzione di gas dai rifiuti umidi (come i rifiuti alimentari) che a Roma ammontano a quasi 500.000 tonnellate/anno. Con essi si sarebbe trasformato un problema in ricchezza. Mi sorprese che quei progetti vennero cancellati dalle amministrazioni straordinarie e ordinarie che hanno seguito la mia, senza sostituirli con null’altro che l’affermazione più volte ripetuta che Marino chiuse Malagrotta senza un piano. Se un concetto falso viene ripetuto molte volte, diventa vero nell’immaginario collettivo”.

Nella replica, Marco Travaglio nega di aver scritto “che tu abbia chiuso la discarica di Malagrotta perché tu fossi indagato dalla magistratura (lo era semmai il proprietario Manlio Cerroni)” e di aver scritto semmai il contrario e cioè che “facesti bene ad adottare quel provvedimento, atteso da anni e sollecitato da una procedura d’infrazione Ue”.

“Il guaio – conclude Travaglio – è che Roma tutt’oggi ricade sotto il Piano Rifiuti regionale della Polverini (2012: pre-chiusura della discarica), perché le due giunte Zingaretti non ne hanno mai varato uno nuovo, che sopperisse alla mancanza di un impianto di smaltimento nella Capitale. Perciò, a Roma, il ciclo dei rifiuti non si chiude dal lontano 2013”. E per quel che riguarda l’attuale raccolta differenziata al 45% “è ancora insoddisfacente” chiosa il direttore. 

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