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La temperatura resta alta nel governo. Il premier Conte è teso. Forse anche stanco. E mette in guardia i suoi due vice: “Se non andiamo d’accordo, io li lascio liberi” dice in un furtivo colloquio con la Repubblica, proprio sulla soglia della sala del governo al primo piano di Palazzo Chigi, la mattina dopo il vertice notturno conclusosi dopo la mezzanotte. E aggiunge: “Una cosa deve essere chiara: io sto qui se mi convincono loro, non sono io a doverlo fare. Se vogliono andare a sbattere contro un muro, vadano pure”.

È perentorio il Presidente del consiglio. E ultimativo. Al limite della sopportazione, sembrerebbe. “Qualcuno deve ancora capire come sono fatto” manda a dire a quanti pensano di una sua subalternità ai vice, vaso di coccio tra due di ferro. Il premier è preoccupato per lo scontro con l’Europa e la sottovalutazione da parte di Salvini e Di Maio delle conseguenze che questo comporta. Una delle sue principali preoccupazioni è infatti l’economia. E i risparmi degli italiani, con i quali “non mi piace scherzare”. Né con gli uni né con gli altri.

Però su questo punto specifico, osserva, “vedo intorno a me un po’ di inesperienza”. Non si fida a tal punto di chi lo circonda, che assicura che finché non è chiusa la procedura d’infrazione “le deleghe le tengo io”, perché per trattare con la commissione, l’Italia deve parlare con una voce sola”. Purché tutte le altre si zittiscano, però. Quindi si dice contrario all’austerity e a misure recessive rivendicando di essere sempre la stessa persona che “a dicembre ha evitato la procedura di infrazione salvaguardando reddito di cittadinanza e quota 100”. “Io sono sempre Giuseppe Conte, non ho cambiato idea”, assicura.

Invia un messaggio anche “all’amico” Jean-Claude Junker, il presidente della Commissione europea che ha affermato che l’Italia sta sbagliando direzione, al quale lui rammenta invece che proprio lui “l’ha sbagliata sulla Grecia”, per poi chiarire: “Non c’è un problema di delega. Se un giorno non avessi un mandato pieno, lascerei. Sarebbe la crisi più trasparente della Repubblica italiana” e se continua ad andare avanti per la sua strada è perché “nessuno mi ha mai messo in discussione”.

Il Fatto Quotidiano ricostruisce invece l’umore del premier la notte di lunedì, quella del vertice à trois con Di Maio e Salvini. Al quale ha intimato: “Non devi accostarmi a Mario Monti, non ci sono prove”. Come a dire: non sono un uomo da austerity, però “non possiamo rischiare la procedura di infrazione, la situazione dei conti è già delicata”. Ma poi anche il giornale diretto da Marco Travaglio riporta le parole di Conte “in un martedì di afa e sospetti” carpite probabilmente nello stesso modo de la Repubblica, sulla soglia della sala del Cdm. “Se un giorno dovessi sentire di non avere piena delega e mandato pieno delle forze politiche ne trarrei immediatamente le conseguenze” torna a ripetere.

E se il ministro dell’Interno ha fretta di sostituire Paolo Savona alle Politiche europee, Conte non ne ha. Se ne riparlerà “una volta evitata la procedura d’infrazione”. Nel Consiglio dei ministri si parla invece di flat tax, totem della Lega e tabù per Di Maio e per il MoVimento, su cui nutrono forti dubbi. Ma niente muro contro muro. Anzi grande disponibilità a discutere, così ieri Salvini dà il via libera sul salario minimo. Scambi di cortesie che fan sì che il Carroccio abbia ritirato ieri gli emendamenti in materia. SE non braccio di ferro è comunque una trattativa continua. Un tiro alla fune. Un rilancio continuo, da una parte e dall’altra.

Più che un’alzata di capo, lo sfogo di Conte appare un gesto d’orgoglio. Che però l’edizione di carta de La Stampa demolisce definendolo, per la firma di Marcello Sorgi, come “L’impossibile autonomia di Conte dai suoi vice”. Perché “i limiti invalicabili posti da Salvini e Di Maio sono: no a una nuova manovra economica estiva, impegno per la riduzione delle tasse, nomina di un commissario europeo ‘politico’ e non tecnico come ad esempio Moavero Milanesi”. Così per Conte e Tria i  margini di manovra sono assai stretti. Non solo in Europa per evitare la procedura d’infrazione e sanzioni, ma anche in Italia. 

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