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“Sulla scrivania avevo un telefono digitale, mi bastava un clic sul monitor per telefonare ai capi dipartimento, al capo della polizia, ai vertici dei servizi segreti. Li chiamavo in ogni momento, più volte… sì, ero un molestatore seriale. Ma un ministro dell’Interno deve fare così, altrimenti non riesce a realizzare scelte strategiche per la sicurezza pubblica. Non serve a niente farsi raccontare al telefono ciò che succede in Italia, se poi ti disinteressi e non sai incidere”. Cosi’ l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti in un’intervista a La Repubblica parla della sua esperienza al Viminale.

Delegare tutto al capo di gabinetto? “Il ministro dell’Interno lavora bene – risponde Minniti – quando non fa notizia. E non è un caso che la Democrazia Cristiana, nella sua lunghissima stagione di governo, evitasse di scegliere, per quest’incarico, i propri capicorrente o i leader di altri partiti”. “La campagna elettorale permanente in cui questo governo ha gettato il Paese rischia di produrre pericolose tensioni nel sistema democratico”. Ancora: “Il ministero dell’Interno è terzo per antonomasia, deve garantire i diritti di tutti, anche di chi non l’ha votato o non la pensa come lui – Il suo compito non è fare comizi, ma assicurare che altri possano farli”, insiste l’esponente dem.

“Nei miei 16 mesi al Viminale mai ho fatto comizi in piazza, solo iniziative al chiuso. C’è una bella differenza”, perché “il comizio è la massima espressione di un punto di vista unilaterale. Sollecita dichiarazioni a effetto. Una parola sbagliata detta su un palco da un leader politico che è anche ministro dell’Interno, dunque depositario di poteri straordinari e terminale di informazioni riservate, può apparire come una minaccia”.

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