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Venerdì 23 marzo si svolgerà la prima seduta del nuovo Parlamento che darà ufficialmente il via alla XVIII legislatura. E già aleggia su palazzo Montecitorio quella che alcuni osservatori si dilettano a definire la 'maledizione' dello scranno piu' alto.

Nessuna leggenda, nessuna credenza popolare. Più semplicemente si tratta di una semplice analisi della cronistoria politica degli ultimi presidenti della Camera. Unica eccezione alla regola della 'maledizione' è rappresentata da Pier Ferdinando Casini.

Dalla seconda Repubblica ad oggi, chi è stato eletto alla guida di Montecitorio ha, terminato l'incarico, visto tendere verso il basso, se non addirittura precipitare, le sue sorti politiche. Non è sfuggito alla 'maledizione' ad esempio Fausto Bertinotti, così come Irene Pivetti. Esattamente il contrario di quello che avveniva nella prima Repubblica, dove lo scranno più alto di Montecitorio è stato il trampolino di lancio per il Quirinale: così è stato per Giovanni Gronchi, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Oscar Luigi Scalfano e Giorgio Napolitano

Ma andiamo con ordine: il primo 'scoglio' che il nuovo Parlamento e i nuovi equilibri politici usciti dalle urne dovranno affrontare e superare sarà come sempre l'elezione dei presidenti di Camera e Senato. Ma se a palazzo Madama, visto il regolamento che disciplina le votazioni, la partita è più rapida, e per così dire, agevole, anche in mancanza di una maggioranza blindata, altrettanto non si può dire per l'analoga partita che si gioca alla Camera.

A Montecitorio, l'alto quorum richiesto (la maggioranza dei due terzi dei componenti, poi dal secondo scrutinio la maggioranza dei due terzi dei voti computando tra i voti anche le schede bianche, infine dal terzo scrutinio in poi la maggioranza assoluta dei voti) e l'assenza del ballottaggio tra i due nomi più votati, come avviene nell'altro ramo del Parlamento, può comportare votazioni ad oltranza con conseguenti bocciature a sorpresa. Dunque, il futuro presidente di Montecitorio dovrà vedersela innanzitutto con i voti e le maggioranze trasversali che si verranno a creare.

Superato il primo banco di prova, il nuovo presidente della Camera dovrà tentare di invertire le sorti 'negative' che finora sono spettate a chi ha guidato il palazzo. 

Irene Pivetti

Entra per la prima volta in Parlamento nel 1992 e ci torna nel 1994 sotto il simbolo della Lega. Vene eletta Presidente della Camera al quarto scrutinio con 347 voti favorevoli su 617. È il 15 aprile. Si aggiudica così il primato di presidente più giovane d'Italia, con soli 31 anni.

È anche la seconda donna, dopo Nilde Iotti, a guidare Montecitorio. In quell'anno si registra una 'rottura' con la tradizione consolidata: in entrambi i rami del Parlamento le presidenze vengono affidate a due esponenti della maggioranza, il centrodestra, rompendo una convenzione quasi ventennale, che fino a quel momento aveva affidato la presidenza della Camera e del Senato (fu eletto Carlo Scognamiglio) al maggior partito di opposizione.

Terminato il mandato, la carriera politica di Pivetti subisce una virata verso il basso: dallo scranno più alto di Montecitorio fino all'ultima sconfitta elettorale nel 2016: alle elezioni del 1996 è rieletta deputato della Lega Nord, ma il 12 settembre 1996 è espulsa dalla Lega per la sua opposizione alla linea della secessione padana. Un passaggio nell'Udeur di Mastella poi alle amministrative del 2016 si candida per il consiglio comunale di Roma nella lista Noi con Salvini, giungendo seconda, con 1364 preferenze, senza essere eletta.

Luciano Violante

Dopo la vittoria della coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi alle elezioni politiche del 21 aprile 1996, l'Assemblea di Montecitorio elegge alla Presidenza della Camera Luciano Violante. L'elezione avviene al quarto scrutinio, con 316 voti su 609 votanti. Dopo la presidenza della Camera, il nome di Violante è tra i candidati alla Consulta, ma l'elezione non va in porto.

Prima, Violante viene rieletto deputato alle elezioni del 13 maggio 2001, è nominato presidente del gruppo Democratici di Sinistra – L'Ulivo. Ancora eletto alla Camera dei deputati nel 2006, è stato nominato presidente della commissione Affari Costituzionali. Dopo la caduta del governo Prodi II, in vista delle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008, ha dichiarato di non volersi più ricandidare a parlamentare per rispettare il ricambio generazionale perseguito dal segretario del Pd Walter Veltroni. Nel 2014 è stato proposto dal Pd come giudice della Corte Costituzionale in sostituzione di Gaetano Silvestri, ma non ha raggiunto il quorum necessario all'elezione e alla fine ha ritirato la propria disponibilità.

Nel 2013, pur di evitare l'elezione di Prodi al Quirinale, l'allora Pdl lanciò l'ipotesi di una rosa di nomi ritenuti "accettabili" da sottoporre al Pd per ottenere i voti del partito di Berlusconi. Tra i nomi figurava anche quello di Luciano Violante. Ma anche in quell'occasione non si raggiunse alcun accordo. 

Pier Ferdinando Casini

Come detto, rappresenta l'eccezione alla regola della 'maledizione'. Sebbene leader di partiti 'piccoli' o come in occasione delle ultime elezioni 'ospitato' nelle liste del Pd quale esponente della nuova formazione Centristi per l'Europa, Casini ha sempre continuato a ricoprire ruoli medio-alti o comunque strategici in momenti particolari delle diverse legislature. Inizia la sua storia politica nel 1980 nella Democrazia Cristiana, poi fonda nel '94 il Ccd.

Con la vittoria nella successiva legislatura della sua coalizione, il centrodestra, il 31 maggio 2001 viene eletto presidente della Camera dei deputati. L'elezione avviene nella seduta inaugurale della XIV legislatura, il 31 maggio, al quarto scrutinio, con 343 voti su 597 votanti.

Poi si susseguono varie vicende, nasce l'Udc, arriva la rottura con Berlusconi, ma Casini continua ad avere sempre un ruolo da coprotagonista e incarichi di rilievo nonostante le non strabilianti percentuali elettorali: presidente commissione Esteri del Senato, presidente della commissione di inchiesta sulle banche e nuovamente eletto nel collegio uninominale di Bologna per il Senato sconfiggendo Vasco Errani. 

Fausto Bertinotti

Dopo le elezioni del 9 e 10 aprile 2006, con la vittoria elettorale dell'Unione guidata da Romano Prodi, Fausto Bertinotti, segretario dell'allora Partito della Rifondazione comunista, è eletto presidente della Camera dei deputati il 29 aprile 2006, al quarto scrutinio, con 337 voti su 609 votanti. Bertinotti 'soffiò' il ruolo a cui ambiva Massimo D'Alema, che poi fu nominato ministro degli Esteri. Dopo l'esperienza alla guida di Montecitorio il ruolo politico di Bertinotti ha subito un appannamento.

Iscritto dapprima al Partito socialista italiano, proveniente dal mondo del sindacato, aderisce poi al Partito socialista di unità proletaria (Psiup), con cui confluisce nel Partito comunista italiano (Pci) al momento del suo scioglimento nel 1972. Dopo la "svolta della Bolognina" nel 1989 da parte del segretario Achille Occhetto, Bertinotti è tra coloro che si oppongono allo scioglimento del partito. Diventa segretario nazionale del Prc nel gennaio 1994. Nel 1996 stipula il cosiddetto "patto di desistenza" con l'Ulivo, grazie al quale la coalizione di centrosinistra, guidata da Romano Prodi, vince le elezioni, ma nell'ottobre del 1998 si consuma la rottura tra il partito di Bertinotti e il resto della coalizione che porta alla caduta del Governo.

Più volte parlamentare italiano ma anche europeo, nel 2004 è eletto presidente del Partito della sinistra europea (SE), incarico che gli viene confermato nell'ottobre del 2005. Nello stesso anno il Prc ed i partiti di centrosinistra stringono un nuovo patto elettorale e di governo. Con le elezioni del 2006, che vedono la vittoria del centrosinistra, è rieletto deputato e rassegna le dimissioni dal Parlamento di Strasburgo.

Il 29 aprile 2006 è eletto Presidente della Camera dei deputati, dimettendosi dalla carica di segretario del Prc, nonché da quella di presidente della Se. A seguito della crisi del Governo Prodi e dello scioglimento anticipato delle Camere (6 febbraio 2008), Bertinotti è scelto, per le elezioni di aprile, come candidato premier della coalizione "La Sinistra l'Arcobaleno", che unisce il Prc, il Partito dei comunisti italiani, la Federazione dei Verdi e la Sinistra democratica. Coalizione che però non raggiunge la soglia di sbarramento e non entra in Parlamento. Da allora nessun ruolo politico di rilievo viene ricoperto da Bertinotti. 

Gianfranco Fini

A seguito delle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008, vinte dalla coalizione di centrodestra, Gianfranco Fini, leader di Alleanza Nazionale, è eletto presidente della Camera al quarto scrutinio, con 306 voti su 611 votanti. Ma come i suoi predecessori, dopo aver seduto sullo scranno più alto di Montecitorio la carriera politica di Fini subisce uno stop.

La storia politica dell'ex presidente di Montecitorio è lunga e costellata di vittorie e di ruoli di prestigio: nel 1978 diviene segretario nazionale del Fronte della gioventù. Nel 1983 è eletto, per la prima volta, alla Camera dei deputati ed è successivamente sempre riconfermato, fino alla XVI legislatura, nella quale ricopre la carica di Presidente. È eletto parlamentare europeo nel 1989 e nel 1994. Nel settembre del 1987 è indicato da Giorgio Almirante come suo successore alla segreteria del partito, indicazione ratificata dal Congresso del dicembre 1987. È Segretario nazionale del Movimento sociale italiano-destra nazionale dal 1987 al 1990, fino al congresso di Rimini.

Nuovamente segretario nel luglio 1991, rimane in carica fino allo scioglimento del partito avvenuto nel 1995. Nel 1993, il Movimento sociale italiano ottiene un rilevante successo alle elezioni amministrative di novembre. Fini, candidatosi a sindaco di Roma, viene sconfitto al ballottaggio. Il suo partito sostiene il I Governo Berlusconi (1994-1995). Dà vita alla 'svolta di Fiuggi' che decreta la nascita di An e nel 1995 ne diventa presidente, carica che manterrà fino allo scioglimento del partito nel Popolo della liberta' (2009). Dal 2001 al 2006 è Vicepresidente del Consiglio dei ministri nel II e nel III Governo Berlusconi.

Nel gennaio del 2002 è nominato rappresentante dell'Italia alla Convenzione europea per la redazione del progetto di Trattato costituzionale e, dal novembre 2004 al maggio del 2006 ricopre, inoltre, l'incarico di ministro degli Esteri. Nel 2010 si consuma la rottura tra Fini e Berlusconi, che porterà Fini a dar vita alla nuova formazione Futuro e libertà. Terminato l'incarico a Montecitorio, Fini si presenterà alle elezioni con Fli ma sarà una dura sconfitta e da allora l'ex leader di An si è defilato dalla scena politica.

Laura Boldrini

È la presidente uscente della Camera e a differenza della maggior parte dei suoi predecessori non ha una lunga esperienza politica alle spalle, essendo approdata in Parlamento per la prima volta nella scorsa legislatura nelle file di Sel. Ma l'elezione alla guida di Montecitorio, al di là dei risultati ottenuti durante la presidenza, dal punto di vista prettamente politico non le ha spalancato molte porte.

Eletta presidente alla quarta votazione con 327 voti su 618 votanti (i voti della coalizione di centrosinistra erano 340), la sua fu una candidatura a sorpresa fatta dal Pd. 'Esterna' alle varie vicissitudini subite da Sel, con scissioni e riaggregazioni varie, fino alla nascita di Leu, Boldrini si è tenuta fuori dai giochi politici durante il suo mandato, caratterizzato però da diverse battaglie, prime fra tutte quella contro il femminicidio e l'uguaglianza di genere, ma anche sui diritti di internet e contro le fake news.

Con un occhio rivolto al Pd – ma con i democratici non è mai scoppiato l'amore – Boldrini ha quindi sposato il progetto di Leu, che tuttavia non ha dato i frutti sperati ottenendo alle elezioni un risultato ben al di sotto delle aspettative. La stessa Boldrini è stata eletta grazie al 'paracadute' del proporzionale.

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