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Rahul Gandhi è nato il 19 giugno 1970 in una famiglia (non imparentata con il Mahatma) il cui destino sposa quello della storia dell'India indipendente, come quella dei Bhutto in Pakistan. Rahul aveva 14 anni quando sua nonna Indira fu assassinata dalle sue guardie del corpo sikh nel 1984, 21 quando il padre Rajiv fu ucciso in un attentato suicida nel 1991. 

Traumatizzata da queste morti violente, sua madre Sonia impiegò anni per essere convinta a prendere in mano le redini di un Partito del Congresso moribondo alla fine degli anni' 90. Candidata premier nelle elezioni generali dell'aprile-maggio 2004, Sonia rinunciò alla carica di primo ministro, subito dopo la vittoria della sua coalizione, in favore del compagno di partito e ministro delle finanze uscente, Manmohan Singh. Nella stessa consultazione, venne eletto al parlamento indiano anche il figlio Rahul Gandhi di cui la sorella Priyanka aveva curato la campagna elettorale.

Un'ascesa circondata da scetticismo

Erede di una dinastia politica che risale a Motilal Nehru (1861-1931), il giovane Rahul ha frequentato le scuole più prestigiose dell'India prima di studiare ad Harvard e Cambridge. È entrato nella politica indiana nel 2004 presentandosi nel distretto familiare di Amethi, nell'Uttar Pradesh (nord). Le sue lunghe permanenze all'estero, la discrezione dei media e la mancanza di carisma nutrono dubbi sulle sue ambizioni politiche. Molti commentatori si chiedono se ha le qualità e gli "istinti killer" necessari per guidare l'India.

Percepito come erede di default, e meno popolare di sua sorella Priyanka, Rahul Gandhi è anche ritratto in un cablogramma diplomatico statunitense del 2007 come un uomo "senza coerenza". Negli ultimi anni si è impegnato in operazioni mediatiche come fare la fila al distributore durante la demonetizzazione, o essere arrestato mentre tentava di forzare un blocco della polizia in una regione di agricoltori. "Rahul è cambiato o lo vediamo diversamente?" si è chiesta la rivista online The Wire il mese scorso. 

Quando, tempo fa, venne presentato Hello Neighbor, attirò prepotentemente la nostra attenzione. L’idea di un gioco in cui lo scopo è infiltrarsi in casa di uno sconosciuto (che ha palesemente fatto qualcosa che non va) e investigare con la sempre presente possibilità di essere scoperti era in qualche modo elettrizzante. La curiosità è aumentata man mano, ma ci siamo sempre rifiutati di guardare video su Youtube al riguardo o di leggere troppe informazioni. Volevamo un’esperienza genuina, una di quelle di quei tempi in cui non esisteva internet e dovevi scoprire da solo tutto ciò che riguardava il gioco. Ciò che ci siamo ritrovati di fronte, però, non era certo ciò che ci aspettavamo.

Hello Neighbor

Qui c’è qualquadra che non cosa

La nostra famiglia si trasferisce. La vecchia casa è ormai vuota, con scatoloni da portare via, e un ultimo saluto è d’uopo. Dopo essere arrivati nella nuova casa, però, noteremo subito qualcosa di strano e bizzarro dal nostro vicino: la casa di fronte è cupa, si sentono rumori non esattamente rassicuranti, e la finestra è proprio lì, in bella vista, che ci chiede di dare un’occhiata. Il vicino ha legato qualcuno e lo ha relegato all’interno di una stanza, rendendo fin troppo chiaro il concetto che la situazione non è delle più legali. La scelta migliore sarebbe chiamare la polizia. Ma noi propenderemo per la scelta migliore? Certo che no! Molto meglio entrare direttamente di soppiatto nella casa del misfatto e investigare con il rischio di essere beccati con le mani nel sacco.

Hello Neighbor

Enigmi a casaccio

La visuale di Hello Neighbor è in prima persona, e le azioni che è possibile svolgere sono piuttosto limitate: un tasto è adibito al salto, uno all’accovacciamento, mentre un terzo serve a interagire con gli oggetti di fronte a noi, che siano porte da aprire, armadi in cui nascondersi, ostacoli da lanciare per terra o altro. Come detto poco più su, il nostro scopo è quello di penetrare all’interno della casa del nostro vicino e investigare sulla sua colpevolezza senza farci scoprire. Questo significa non fare rumore, nascondersi quando necessario, e studiare le abitudini del furfante. La cosa molto interessante e a cui bisogna dare credito è il punto di forza di Hello Neighbor: il nostro vicino difatti è in grado di notare i cambiamenti nella sua casa. Se un oggetto è stato spostato il vicino capirà che è successo qualcosa e inizierà a cercarci come un forsennato. Sarà in grado di imparare i nostri nascondigli preferiti, o di intuire le nostre strade di movimento privilegiate per piazzare lì trappole o telecamere. Questo punto di forza diventa però un punto debole nel momento in cui ci rendiamo conto che la difficoltà del titolo, piuttosto che aumentare con l’avanzare del gioco, non fa che diminuire: ogni capitolo presenta una casa più grande, più dettagliata e con più piani da esplorare. Questo significa che all’inizio del gioco, con una casa piccolina, è molto più facile e frequente per noi essere scoperti, e questo non porta solo a un equilibrio errato della difficoltà ma anche ad un’inevitabile sparizione di quell’ansia da gioco horror nel venire scoperti.

Se questo fosse l’unico punto debole della produzione sarebbe comunque perdonabile, il problema è che la struttura stessa del titolo è mal calibrata. Se la questione “nascondino” è infatti molto interessante e originale, non si può dire lo stesso per la risoluzione degli enigmi che sono a dir poco assurdi e privi di logica. Per la quasi totalità di Hello Neighbor ci ritroveremo a dover interagire con oggetti i quali poi dovranno essere utilizzati in certi posti o con altri oggetti a loro volta, ma con risoluzioni decisamente casuali. Non c’è una vera e propria logica per la quale un enigma possa essere risolto a mente o con un colpo di genio, ma il tutto sarà affidato a un trial and error fastidioso, frustrante, e che porta via un sacco di tempo, un pò come se il gioco fosse stato creato per essere risolto da una community unita piuttosto che da un singolo giocatore che sarà costretto a perdere giorni o anche settimane dietro un singolo tentativo di utilizzare ogni oggetto con ogni altro oggetto o luogo del gioco.

Da disancorare poi anche lo stile grafico del titolo: divertente e simpatico da vedere, ha il contro di minimizzare quella componente horror che sarebbe stata molto più marcata nel caso in cui fosse stato adottato uno stile più realistico. Da aggiungere che il comparto audio è quasi inesistente, mentre i modelli poligonali sono abbastanza semplici e poco dettagliati.

Hello Neighbor

Hello Neighbor presenta uno spunto molto interessante ma gestito malissimo. Il titolo è una matassa di enigmi frustranti e privi di ogni logica, che costringono il giocatore a essere perseverante nell’usare ogni oggetto in qualunque modo possibile piuttosto che spronarlo a usare la testa. La componente da nascondino è troppo punitiva all’inizio dell’esperienza, risultando in una difficoltà mal calibrata, e la sensazione generale è quella di avere di fronte un gioco raffazzonato e con evidenti problemi in ogni suo aspetto.

Se siamo qui a scrivere di videogiochi oggi, lo dobbiamo in grande parte a un parallelepipedo grigio che il 29 settembre 1995, ormai più di 22 anni fa (!) raggiunse i negozi della nostra penisola, destinato a spazzare via abitudini e concezioni vecchie di decenni. Si diceva che nessuno avrebbe mai potuto scalfire il dualismo tra i colossi SEGA e Nintendo degli anni ’80, ma c’era un uomo, dipendente di una famosa azienda tecnologica che era convinto di potercela fare, chiuso nel suo ufficio.

Quell’uomo era Ken Kutaragi, l’azienda era Sony e quel parallelepipedo grigio era ovviamente PlayStation. E oggi celebriamo quella console, grazie a PlayStation Anthology.

PlayStation Anthology

WikiPlaydia

102 milioni di console vendute dopo, PlayStation nel 2006 ha appeso il joypad al chiodo ed è passata ai posteri. Ma nessuno ha dimenticato. Nessuno ha dimenticato Final Fantasy VII; nessuno ha dimenticato Crash (lo dimostrano i numeri del remake di quest’anno e l’isteria collettiva alla sola menzione dell’incombente ritorno di un gioco comunque solo discreto come MediEvil); nessuno ha dimenticato quella schermata d’avvio, che per moltissimi di noi (incluso chi vi scrive. Ndr) fu il primo contatto con una console casalinga nella propria vita.

Tuttavia, il lancio di PlayStation è comunque avvolto nel mistero o quantomeno nel mito. Provate a chiedere a un vostro amico appassionato di videogiochi quando uscì PlayStation esattamente. Molto probabilmente al di là di un generico “negli anni ‘90”, non saprà rispondere perché la situazione vent’anni fa era parecchio diversa, le informazioni non viaggiavano veloce quanto oggi e questa industria era ancora rinchiusa saldamente nella sua nicchia, nicchia che proprio Sony riuscì a superare.

PlayStation Anthology

E per questo esiste Playstation Anthology. PlayStation Anthology è un bellissimo libro, un viaggio nei ricordi lanciato da una campagna Kickstarter e finalmente uscito anche sul nostro Amazon. Disponibile in due versioni – Classic da 386 pagine e Collector’s da 458 – a partire da 39.90€, questo imponente tomo (per ora solo in lingua inglese) è un perfetto regalo di Natale per amici e familiari appassionati di PlayStation, per scoprire non solo la storia della console, i suoi protagonisti e i suoi giochi, ma anche per comprendere la filosofia della compagnia che ha reso tutto questo possibile e i suoi albori.

PlayStation Anthology

400 pagine di storia videoludica

Il libro è diviso in tre macro-sezioni (in verità 4 per la Collector’s): la prima è dedicata alla Storia di Sony e PlayStation, la seconda a una lunga serie di interviste con esponenti del mondo dei videogames e protagonisti del boom di PS1, infine una terza con approfondimenti su hardware, accessori, ed edizioni più o meno conosciute da collezionisti dei vari titoli disponibili per la console.

Dobbiamo dire che la qualità dei materiali ci ha davvero stupito, anche per un libro di queste dimensioni: l’impressione è di vera resistenza e i colori risultano sfavillanti sulle pagine lucide dell’opera. PlayStation Anthology farà bella figura in qualsiasi libreria.

PlayStation Anthology

Passando all’analisi dei contenuti, abbiamo DIVORATO la prima sezione, quella dedicata alla storia. È qui che il libro mostra tutti i suoi muscoli, donandoci una visione unica e mai letta prima di quelli che non solo furono gli anni ruggenti del lancio e della vita di PS1, ma anche delle origini, dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, dell’azienda Sony stessa e della sua filosofia: quella dell’innovazione senza compromessi, la quale fu poi alla base della rivoluzione di PlayStation.

 

Quei party dell’E3 con Spielberg e Micheal Jackson che giocano a Tekken…

Oltre a un ovvio racconto di prototipi, giochi e conferenze stampa, PlayStation Anthology racconta una miriade di fantastici retroscena legati non solo a Sony, ma all’industria videoludica degli anni ’90 in generale. Per esempio, sono splendidi i passaggi dedicati al primo E3, tenutosi nel 1995 e di un leggendario party pieno di star hollywoodiane organizzato dalla stessa Sony per l’occasione.

Altrettanto interesse suscita la sezione dedicata ai rapporti con Nintendo e al progetto Nintendo Play Station, del quale recentemente è apparso pure un prototipo funzionante. Sapevate infatti che la PlayStation è nata come un progetto di Nintendo per costruire un lettore CD per il Super Nintendo? E che galeotta fu Philips, la quale convinse la grande N a seguirla e “abbandonare” Sony, la quale a quel punto decise di proseguire con il progetto da sola e “farla pagare” alla compagnia che fu di Hiroshi Yamauchi.

PlayStation Anthology

Ma non solo queste: le vicende della vita di PS1 sono raccontate in maniera magistrale, fino ai primi vagiti di PlayStation 2 e l’arrivo sul mercato di Microsoft, senza dimenticare una visione d’insieme sui titoli più importanti della storia del marchio.

Le interviste degli uomini straordinari

Oltre alla storia, sono alquanto piacevoli da leggere anche le interviste, le quali includono personaggi davvero illustri come Jason Rubin (creatore di Crash Bandicoot), Yoshinori Kitase (Final Fantasy VII) e Katsuhiro Harada (Tekken) e anche meno illustri, come fonici e sviluppatori indipendenti. Tutti però con almeno un intrigante aneddoto da raccontare su PlayStation. Certamente, avrebbe fatto piacere vedere nomi come quelli del deus ex machina del progetto Kutaragi o di altri big del settore, ma tant’è.

PlayStation Anthology

Non vi annoierete nemmeno nella sezione – certamente più fotografica – dedicata a hardware, accessori e edizioni da collezione. Lo sapevate che PlayStation aveva un suo mouse ufficiale? E che in Giappone uscì anche una sorta di mini PlayStation portatile stile VMU di Dreamcast? Sono queste le curiosità che potreste trovare in PlayStation Anthology e che lo rendono imperdibile per chi sia cresciuto con l’ammiraglia di casa Sony.

Dove sono i giochi?

Citati qui e là, mostrati con screenshot nella storia di PlayStation, pensiamo però che i giochi avrebbero dovuto essere un elemento più centrale di quest’opera. Se acquisterete infatti la versione classica di Anthology, non esiste un elenco o una sezione dedicata direttamente a quelli che verosimilmente sono i veri protagonisti della vita di una console: i videogames che ne componevano la line-up. E anche nella Collector’s stessa, è presente solamente un – certamente preciso e completo – elenco delle migliaia di titoli usciti in questi fantastici 9 anni, da Ridge Racer fino a FIFA 2005, l’ultimo titolo mai rilasciato per la console.

PlayStation Anthology

Se infatti dobbiamo trovare un difetto a PlayStation Anthology, è che avremmo davvero amato qualche focus su quei giochi che hanno fatto le fortune di PS, con approfondimenti, curiosità e tante belle immagini.

Questo però non inficia assolutamente sul nostro giudizio più che positivo – chiaramente dovete sapere l’inglese! – sul lavoro del team francese di autori e dell’editore Geeks Line. PlayStation Anthology è un fantastico omaggio alle origini di un brand che ha sconquassato il mondo dell’intrattenimento e regalato milioni di ore di divertimento a tutti noi. Se state cercando un regalo da mettere sotto l’albero, non guardate più in là di questo fantastico libro.

La saga di Dead Rising ha avuto come protagonisti svariati personaggi, tutti più o meno sventurati, ma quello che più di tutti è rimasto nel cuore dei giocatori è Frank West, smaliziato reporter ora conosciuto come “Eroe di Willamette”. È quindi stato un piacere vederlo tornare più in forma che mai nel quarto capitolo del beat ‘em up di Capcom e Capcom Vancouver e, di conseguenza, anche nell’edizione Playstation 4 di Dead Rising 4: Frank’s Big Package.

Dead Rising 4: Frank’s Big Package

Questa versione del gioco comprende tutti i DLC finora rilasciati: la folle modalità di golf in cui, tra una buca e l’altra, si dovranno massacrare zombie a colpi di swing per far punteggio; i pacchetti di Natale e San Valentino, che modificheranno l’estetica di nemici ed NPC con skin a tema; la miniavventura Frank Rising, ambientata durante l’ultimo caso della storia principale e durante la quale gli eventi prenderanno una piega del tutto imprevista; le difficoltà Hard e Blackest Friday e, infine, la modalità Eroi Capcom, che permettere di ripercorrere l’intera storia di Dead Rising 4, ma con la possibilità di equipaggiare (previo unlock) ben 17 costumi ispirati ai protagonisti dei vari brand dell’azienda, ciascuno dei quali dotato di moveset e attacchi speciali unici e un’estetica fuori di testa.

Con un prezzo di listino di 49,99 Euro, Dead Rising 4: Frank’s Big Package è un’occasione ghiotta e dall’ottimo rapporto quantità/qualità/prezzo: il nuovo capitolo della saga è ambientato durante l’ennesima – ed estremamente sospetta – epidemia zombie, scoppiata in un centro commerciale durante gli sconti del Black Friday. Suo malgrado, Frank si ritrova coinvolto, ricattato dall’agente Brad Park e spinto a investigare sul disastro in cambio dell’esclusiva sullo scoop e la possibilità di ripulire la propria fedina penale da uno scandalo militare in cui si era trovato incastrato quattro mesi prima.

Dead Rising 4: Frank’s Big Package

Inutile dire che le scomode scoperte di Frank dei mesi precedenti saranno legate a doppio filo con la nuova epidemia e che quindi il reporter si troverà per l’ennesima volta costretto ad affrontare qualcosa di molto più “ingombrante” di una semplice infezione zombie. Come tipico della saga, la storia di Dead Rising 4: Frank’s Big Package si colloca in un setting simile ma alternativo al nostro mondo; eppure, nonostante il realismo non sia certamente la priorità in sede di sceneggiatura, la scrittura dei comprimari risulta davvero convincente, se rapportata alle situazioni paradossali in cui questi si andranno a trovare.

Lo stesso Frank West, pur se macchiettistico e sopra le righe, ha una coerenza di fondo non da poco e riesce ad amalgamare ironia e cinismo, esaltazione e autocommiserazione in modo sorprendente.

Dead Rising 4: Frank’s Big Package offre il solito e sempre benvenuto centinaio abbondante di nemici a schermo all’interno di mappe sandbox estremamente curate in ogni particolare. La densità poligonale non è ovviamente delle migliori di questa generazione, ma le animazioni fluide, la già citata cura nel setting e il framerate stabile riescono a sopperire alla grafica non sempre esaltante.

Dead Rising 4: Frank’s Big Package

Anche l’interazione con l’ambiente è rimasta tipica del brand Dead Rising, nel bene e nel male: è possibile raccogliere quasi ogni oggetto presente a schermo e usarlo come strumento offensivo ai danni di zombie, maniaci e soldati poco di buono; i mercanti nascosti all’interno dei rifugi venderanno cibo, armi e veicoli, molti dei quali saranno però ottenibili in maniere assai più economiche con la giusta esplorazione.

Recuperando i progetti sparsi nelle mappe, infatti, Frank avrà accesso al menu di combinazione delle risorse recuperate e potrà creare strumenti letali e fuori di testa per eliminare i nemici e aggirarsi nelle aree in (quasi) massima sicurezza. Gradito nuovo arrivato è l’esoscheletro, che una volta equipaggiato – e per un periodo di tempo estremamente ridotto – permetterà al reporter di causare danni massivi a tutto ciò che lo circonda e interagire con elementi della mappa altrimenti inamovibili.

Dead Rising 4: Frank’s Big Package

Non mancherà come sempre la possibilità di cambiarsi d’abito nel corso dell’avventura e affrontare la minaccia zombie nelle mise più improbabili. Stesso dicasi per le foto (selfie compresi) che da sempre fanno parte delle avventure di Frank e che regaleranno piccoli extra durante la partita… e qualche sorriso da black humor.

L’unica effettiva critica movibile a Dead Rising 4: Frank’s Big Package – e a Dead Rising 4 in generale – è il suo aver abbassato notevolmente la curva di difficoltà della modalità storia. L’assenza di un conto alla rovescia, abbinato all’arsenale sempre più letale a disposizione del protagonista e a boss fight non sempre ispirate, rende quasi nulla la sfida al livello di difficoltà standard, nel quale basterà giusto qualche accortezza per non rimanere mai a corto di cure e/o circondati da zombie affamati.

Tutto questo va a minare anche il fattore rigiocabilità che, per quanto ancora presente, rimane legato al desiderio soggettivo di approcciarsi alle situazioni in modo diverso, più che al voler realizzare un punteggio elevato, facilmente conseguibile anche in blind run.

Dead Rising 4: Frank’s Big Package

Dead Rising 4: Frank’s Big Package è sicuramente un ottimo bundle per tutti i possessori di una console Sony, come anche un possibile punto di partenza per approcciarsi al brand di Dead Rising. Non si tratta del titolo più complesso della saga, ma questo non deve esser visto per forza come un difetto o come un passo indietro, bensì come un’occasione per fare il punto della situazione e sperimentare nuove, fantasiose maniere di fare a pezzi zombie e diventare eroi nazionali.

Entro lunedì i proprietari delle case di lusso, degli immobili strumentali (negozi, capannoni, uffici, botteghe, etc.) e delle seconde/terze case saranno chiamati a versare la seconda rata dell'Imu e della Tasi che ammonterà, complessivamente, a 9,9 miliardi.

Lo sforzo più importante ricadrà sui proprietari di seconde e terze case; questi saranno chiamati a versare ai Comuni 5,3 miliardi di euro. Chi possiede capannoni, uffici e negozi, invece, dovrà pagare 4,5 miliardi, mentre i proprietari di una casa di pregio utilizzata come abitazione principale corrisponderanno all'amministrazione comunale dov'è ubicato l'edificio 36,8 milioni.

Sono i dati diffusi dall'ufficio studi della Cgia di Mestre, giunto a questi risultati analizzando i dati riferiti ai gettiti della prima e della seconda rata degli anni precedenti. "Le brutte notizie", avverte l'associazione, "purtroppo, non finiscono qui".

Una giornata di passione

"Lunedì prossimo sarà una giornata di passione per milioni di italiani", ha affermato Paolo Zabeo, coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia, "oltre al pagamento della seconda rata dell'Imu e della Tasi, gli imprenditori, ad esempio, dovranno versare le ritenute Irpef e i contributi previdenziali dei propri dipendenti e dei collaboratori. Inoltre, coloro che sono tenuti al pagamento su base mensile dell'Iva dovranno corrispondere all'erario l'imposta riferita al mese di novembre. Se si considera che entro Natale – ha continuato – bisognerà erogare anche le tredicesime, per moltissime imprese, soprattutto quelle di piccola dimensione, non sarà facile disporre della liquidità necessaria per onorare tutte queste scadenze". 

Le Regioni che pagheranno di più

A livello territoriale sarà la Lombardia a dare il contributo economico più importante: tra l'Imu sulle case di lusso (7 milioni di euro), l'Imu e Tasi sugli immobili strumentali (un miliardo) e sulle seconde/terze case (786 milioni), i lombardi verseranno nell'insieme 1,8 miliardi di euro. Al secondo posto di questa graduatoria troviamo i laziali che dovranno corrispondere 1,2 miliardi, mentre sul terzo gradino del podio dei più tartassati troviamo gli emiliano-romagnoli che saranno costretti a metter mano al portafogli per un importo complessivo di 855 milioni.

Segnala il segretario della Cgia Renato Mason: "Grazie al blocco degli aumenti introdotto dal Governo Renzi nella legge di Stabilità 2016, ad eccezione della Tari, anche quest'anno le tasse locali non hanno subito alcun aumento. Non solo, ma già da due anni possiamo beneficiare dell'abolizione sia della Tasi sulle abitazioni principali non di lusso sia dell'Imu sugli imbullonati e sugli immobili a uso agricolo". 

Più in generale, segnalano dalla Cgia, il carico fiscale che grava sulle spalle dei contribuenti rimane ancora su livelli non più sopportabili. "In linea puramente teorica – conclude Zabeo – nel 2017 ogni italiano verserà mediamente 8mila euro di imposte e tasse all'erario, somma che si alzerà fino a sfiorare i 12mila euro se si considera anche il pagamento dei contributi previdenziali. E la serie storica indica che negli ultimi 20 anni le entrate tributarie dello Stato sono aumentate di oltre 80 punti percentuali, quasi il doppio dell'inflazione che, nello stesso periodo, è salita del 41 per cento".

"L'aumento delle tasse ha fatto crescere il sommerso"

Dalla Cgia infine, sottolineano che le difficoltà legate alla crisi e il conseguente deciso aumento delle tasse avvenuto in questi ultimi 10 anni hanno, tra le altre cose, aumentato le dimensioni del 'nero'. Le ultime stime elaborate dall'Istat (anno 2015) evidenziano che l'economia sommersa si aggira attorno ai 190 miliardi di euro l'anno, pari all'11,5% del Pil italiano.

Di questi 190 miliardi di valore aggiunto generato dall'economia sommersa, il 49% circa è ascrivibile a forme di sotto-dichiarazione dei redditi praticate dagli operatori economici (pari a 93,2 miliardi), il 40,6% al lavoro irregolare (che corrisponde a 77,3 miliardi), e il restante 10,4% (19,8 miliardi) ad altre componenti residuali di evasione, come ad esempio gli affitti in nero.

Gli irregolari in Italia sono oltre 3,7 milioni. Il 71% circa è costituito da persone occupate in prevalenza come dipendenti (poco più di 2,6 milioni). Incidenze molto elevate di irregolarità occupazionale si registrano nei servizi alle persone (47,4%), in agricoltura (17,9%), nel commercio/ristorazione (16,7%) e nelle costruzioni (16,9%). 

Si sono attivati prima su stimolo della principale autorità sciita in Iraq – l'ayatollah al Sistani – e poi su invito della Guida suprema della Repubblica islamica dell'Iran, dalla quale ricevono gran parte dei finanziamenti, per sostenere l'Esercito iracheno nella guerra all'Isis.

Sono state addestrate dalle Forze di elite dei Guardiani della Rivoluzione (pasdaran), e hanno finito per essere una delle forze militari più rilevanti nel conflitto contro lo Stato islamico; ora che l'Isis è quasi definitivamente sconfitto sul campo di battaglia, le Unità di mobilitazione popolare (PMU, o Hashd al Shaabi), composte perlopiù da milizie sciite, sono al centro delle discussioni sul futuro dell'Iraq.

In questi giorni, infatti, monta il dibattito sullo status delle PMU in un Iraq "pacificato", nel quale l'Occidente e alcune personalità irachene – compreso il leader sciita Moqtada al Sadr, fondatore di una delle milizie che combatterono gli americani dopo la caduta di Saddam Hussein – chiedono che queste ultime consegnino le armi allo Stato. I leader delle PMU, però, non sono dello stesso avviso, e la frattura che si sta creando all'interno dell'estabilishment iracheno rischia di allargarsi nel tempo.

"Abbiamo bisogno di queste forze militari, e insistiamo per mantenerle affinché sia possibile sradicare e distruggere il terrorismo in Iraq", commenta Abu Mahdi Muhandis, vice comandante delle PMU. "Il futuro delle PMU è quello di difendere l'Iraq. Abbiamo bisogno di soldati che abbiano esperienza nel combattere i terroristi e ogni minaccia internazionale, l'Iraq deve avere una forza militare sufficiente a far fronte a queste sfide".

Le milizie sciite hanno assunto un ruolo da assolute protagoniste del conflitto in Iraq a partire dalla metà del 2014, poco dopo la proclamazione del Califfato a Mosul, quando erano accorse sul fronte dopo il sorprendente ritiro dell'Esercito regolare iracheno di fronte all'avanzata dei miliziani di Al Baghdadi.

Il ruolo delle PMU nella sconfitta dell'Isis

​Tre giorni dopo la caduta di Mosul, l'Ayatollah Ali al Sistani aveva emesso una fatwa in cui chiamava alle armi "ogni cittadino iracheno" (senza riferimenti all'appartenenza religiosa), per difendere il Paese dal'Isis.

Le PMU hanno risposto prima di tutti e in maniera più compatta a questa chiamata, affrontando le battaglie principali contro gli uomini di Al Baghdadi, servendosi di migliaia di volontari, in buona parte cittadini comuni a cui sono state messe a disposizione delle armi. Col tempo, hanno finito per essere la forza militare più temuta da questi ultimi, accreditandosi presso alcuni come i "salvatori dell'Iraq".

Pensiamo che il nostro sia un ruolo complementare a quello dell'Esercito iracheno: non può combattere senza di noi, e noi non possiamo combattere senza di loro", aggiunge al Muhandis, intervistato da Middle east eye. Il crescente potere – a cui si accompagna la crescente influenza iraniana – delle PMU in Iraq sta iniziando ad allarmare le cancellerie occidentali, specialmente quella americana. Perché nonostante le milizie siano ufficialmente inquadrate all'interno delle Forze armate irachene dal novembre 2016, Washington sta cercando di fare pressioni affinchè vengano smantellate. 

Un mese fa un senatore americano aveva introdotto un disegno di legge per designare due brigate inquadrate nelle PMU – l'Asaib Ahl al Haq e la Harakat al Nujaba – come organizzazioni terroristiche. Il leader della Harakat al Nujaba, Akram al Kaabi, figura nella lista dei terroristi del Dipartimento di Stato già dal 2008. "Gli Stati Uniti sostengono che è essenziale che le Forze americane rimangano in Iraq, mentre non ritengono necessaria la presenza delle PMU. Questi doppi standard devono finire", aveva commentato in merito a questa notizia il capo della Brigata Badr – inquadrata nelle PMU – Hadi al Amri.

Il sostegno economico e militare dell'Iran 

Da quando esistono, le milizie contano sul sostegno economico, logistico e militare di Teheran, che è stato anche il primo paese a fornire aiuti militari al Governo regionale del Kurdistan, all'indomani della caduta di Mosul nelle mani dell'Isis.

Secondo Muhandis, anche lui considerato un terrorista a Washington per via del suo attivismo durante l'invasione americana dell'Iraq nella seconda metà del primo decennio del ventunesimo secolo, "non un singolo proiettile" è stato sparato dagli americani nei primi sei mesi di vita del Califfato, lasciando spazio appunto al protagonismo delle PMU. 

Non solo sciiti: i battaglioni delle PMU

E è vero che le milizie sono a larga maggioranza sciita, va anche considerato che al loro interno esistono anche battaglioni composti da musulmani sunniti, da turkmeni e da cristiani. Secondo quanto afferma il capo della comunicazione delle PMU, Muhannad Najam Al Aqabi, tra i circa 140000 uomini totali nelle milizie, circa 34000 sono musulmani sunniti e 10000 appartengono a diverse confessioni minoritarie irachene, che comprendono cristiani, shabak e yazidi.

Un esercito di volontari? 

Nonostante le frequenti accuse di settarismo nei confronti delle milizie, secondo il capo della Brigata sunnita Salahadin – inquadrata nelle PMU – Yazan al Jibouri, queste ultime sono state "l'unica organizzazione che ha realmente fornito ai sunniti iracheni l'opportunità di combattere in prima persona l'Isis".

Sul fatto che oggi le PMU siano composte da volontari esistono molti dubbi. I combattenti ricevono infatti circa 500 dollari al mese, a fronte dei circa 1000-2000 dollari che riceve un soldato iracheno. Gran parte dei combattenti delle milizie considera la propria partecipazione al conflitto in maniera ambivalente: da una parte la difesa del Paese e dall'altra il dovere del Jihad contro un gruppo terroristico nemico di qualunque confessione diversa da quella letteralista sunnita.

Un'altra idea di jihad

"L'Isis si è appropriato del concetto sacro di jihad, dandogli una immagine terribile. Il nostro jihad è quello di proteggere il Paese e la nostra gente. Se l'Isis non fosse stato respinto dai nostri sforzi sacri, oggi controllerebbero gran parte del territorio e avrebbero ucciso migliaia di persone in più", spiega Sheikh Alaa al Shabaki al Mosuli. Gran parte dei punti oscuri che riguardano le milizie in Iraq sono legate alle accuse di pesanti violazioni dei diritti umani e settarismo. Ciò riguarda sopratutto alcune milizie "locali" che, sebbene affiliate all'ombrello di Hashd al Shabbi, hanno spesso agito in modo indipendente quando si trattava di "liberare" cittadine controllate dall'Isis. "Non siamo angeli, non ci sono angeli sul campo di battaglia, e abbiamo commesso alcuni errori", ammette Al Aqabi.

"Alcuni dei nostri combattenti ne hanno commessi. Ma il 95% dei report sulle violazioni commesse dalle PMU non sono veritieri. I nostri errori li avrebbe potuti commettere chiunque: l'Esercito americano è considerato il migliore al mondo, ma nonostante questo, in seguito all'invasione del Paese nel 2003, sono usciti centinaia di rapporti, o anche prove, sulle violazioni da loro commesse contro i civili iracheni", conclude al Aqabi. Va detto che nessuna delle forze militari presenti in Iraq può vantare una "fedina pulita" rispetto al tema della violazione dei diritti umani durante il conflitto, sopratutto durante la battaglia di nove mesi condotta su Mosul.

Anche i pashmerga sono stati accusati di abusi, tra i quali la distruzione di abitazioni di arabi, yazidi e turkmeni in aree controllate precedentemente dall'Isis. Mentre le PMU rimangono formalmente sotto il controllo del governo centrale di Baghdad, guidato da Haider al Abadi, e dopo che il loro tributo di sangue alla sconfitta dell'Isis si è rivelato importante (si parla di circa 8000 combattenti morti in battaglia), sembra improbabile, allo stato attuale, che la loro posizione possa essere messa in discussione dall'esterno.

"La mia opinione è che i future faranno salire ancora il prezzo dei Bitcoin, non so fino a quanto, siamo arrivati a sfiorare i 19.000 dollari, si può arrivare a 50.000, non saprei di preciso. Tuttavia dopo questi rialzi, sono convinto che crolleranno, o li faranno crollare. Le banche, coi future, potrebbero prendere in prestito Bitcoin e poi scommettere sul loro crollo. Lo hanno già fatto coi derivati, figuriamoci se non potrebbero farlo coi Bitcoin".

Così Antonio Simeone, trentenne co-fondatore e ceo di Euklid, una piattaforma fintech che si occupa di gestione del risparmio attraverso i canali del Bitcoin e del blockchain, commenta all'AGI l'esordio delle contrattazioni sul future del Bitcoin, che lunedì debutta al Cme, il Chicago mercantile exchange, dopo l'esordio, al Chicago board of trade. Euklid è una piattaforma con un sistema di intelligenza artificiale che permette di raccogliere e reinvestire automaticamente in criptovalute il proprio denaro.

In questo momento lei vede il Bitcoin come una riserva di valore, o come un asset finanziario?

"Tanti dicono: è la moneta del futuro, ma al presente è un asset finanziario, altamente speculativo e rischioso. Magari col tempo le nuove tecnologie lo renderanno più veloce, più sicuro. Ma al momento è questo".

Secondo lei la trasformazione del Bitcoin da valuta digitale scambiata online da un numero ristretto di persone a un asset finanziario che viene fatto girare in Borsa da grandi società finanziarie, aumenta il rischio di creare una bolla speculativa e dunque di un crack finanziario?

"Sì assolutamente. Qui non parliamo di un prodotto fisico, ma parliamo di scommettere sull'andamento del Bitcoin, che già di fatto non è qualcosa di fisico. Mi spiego: vedo due ordini di problemi. Uno è un problema di exchange, cioè di mercati dove si scambiano i Bitcoin. Intanto va detto che le piattaforme su cui si scambiano i Bitcoin spesso fanno delle manipolazioni, non sono efficienti e non sono regolamentate, non hanno garanzie. Non appena emergono dei problemi queste piattaforme si bloccano, smettono di funzionare".

E il secondo problema?

"È la possibilità di coprire queste inefficienze con dei future. Praticamente il future, che è un contratto a termine standardizzato che può essere negoziato in una borsa valori, permette di andare senza problemi in short, cioè di scommettere al ribasso sui Bitcoin. Se le banche volessero, tutte insieme, far crollare il Bitcoin, potrebbero farlo attraverso lo strumento dei future. In pratica, il future rafforza questo rischio. Già oggi i Bitcoin sono diventati degli asset finanziari sui quali si fanno speculazioni e che sono poco liquidi. Le banche quindi, grazie ai future, potrebbero prendere in prestito Bitcoin e poi scommettere sul loro crollo, andando in short. Lo hanno già fatto coi derivati, figuriamoci se non potrebbero farlo coi Bitcoin".

Vede un pericolo imminente?

"Basta andare in metropolitana a Londra, o a New York e guardarsi intorno. è pieno di pubblicità di piattaforme che ti permettono di scommettere sull'andamento del prezzo del Bitcoin e delle criptovalute. Le pubblicità sfruttano questa mania".

Anche voi investite in criptovalute. Anche voi sfruttate questa mania?

"Un conto sono i puristi dei Bitcoin, che fin dall'inizio hanno acquistato Bitcoin e se li sono tenuti, non li hanno mai visti in dollari. Chi invece acquista adesso Bitcoin, non lo fa per tenerseli, lo fa in termini speculativi, pensa: ci divento ricco, già domani guadagnerò il 10% sul loro valore. è per questo che penso che il Bitcoin diventerà sempre più un asset finanziario e sempre meno una valuta". 

È questo il solo motivo per cui si investe in Bitcoin?

"La finanza tradizionale è abbastanza noiosa. La redditività delle azioni è molto bassa, ci guadagni poco, ci perdi poco. Immaginiamo un ragazzo, che vuole guadagnare subito. Chi specula in Bitcoin punta su questo, lo rende partecipe di questa emotività che circonda la moneta digitale con la pubblicità, lo inserisce in questa follia, questa schizofrenia, che in un giorno ti permette di guadagnare il 30-40%, poi magari il giorno dopo perdi il 20%. La chiamano volatilità, ma c'è anche il fattore emotivo. Molti ci vedono la possibilità di fare guadagni veloci, eccitanti".

Dunque la pubblicità è un modo per cavalcare questa follia?

"Sì, è un modo di intercettare queste emozioni, con un target che è quello dei millennial, dei giovani".

Tuttavia chi compra Bitcoin, poi ha difficoltà a spenderli, chi te li prende?

"E invece no. Io ce li ho i Bitcoin e li posso spendere in tanti modi, molte società li accettano ma soprattutto ci sono società che ti danno un conto in Bitcoin, ti danno una carta di credito in Bitcoin".

Ma che direzione pensa possano prendere le criptovalute in un futuro prossimo?

"La cosa più importante da dire è che i rischi sono molto elevati. A me piace la filosofia che sta dietro al Bitcoin, ma il fatto che i mercati su cui vengono scambiati non siano per niente garantiti, fa sì che il rischio per chi opera coi Bitcoin sia abbastanza alto, specie se di mezzo ci si mettono i future. Ormai la filosofia iniziale è cambiata. Quelle sui Bitcoin sono diventate essenzialmente operazioni finanziarie, che tra l'altro avvengono in un mercato molto volatile, che nel giro di 5 minuti può valere il 30% in più, o il 20% in meno. È un pò come è avvenuto con i junk, i titoli spazzatura. In tanti se lo dimenticano, dietro tutto ciò c'è il guadagno, specie quello dei minatori che sono quelli che creano i Bitcoin, i quali si prendono un sacco di soldi di 'fee', di parcelle, proprio come avveniva coi titoli junk. La mia opinione è che i future faranno salire ancora il prezzo dei Bitcoin, non so quanto, possono arrivare a 50.000 dollari, non saprei di preciso. Tuttavia dopo questi rialzi, sono convinto che crolleranno, o li faranno crollare. Metti che si arrivi a 50.000 dollari, a quel punto la tentazione di vendere diventerà grande, difficile resistere".

Tuttavia i Bitcoin hanno un tetto, non se ne possono creare all'infinito, è previsto un numero chiuso…

"Sì, possono arrivare fino a 21 milioni, non di più, al momento è così, l'offerta è contingentata a 21 milioni di Bitcoin, per questo più li comprano e più valgono: l'offerta è fissa e, all'aumentare della domanda aumenta il prezzo. Tuttavia basta cambiare il protocollo…".

Questo significa che le regole possono essere cambiate?

"In teoria sì, il Bitcoin è un fork. Per intenderci il fork è la scissione/duplicazione del codice sorgente dei Bitcoin. Lo scorso ottobre hanno lanciato il Bitcoin Gold, la cui emissione è stata fallimentare".

Dunque con il fork si può cambiare il tetto di offerta dei Bitcoin?

"In teoria potrebbe anche restare così per sempre, ma potrebbe anche cambiare".

Come valuta la tecnologia dei blockchain che sta dietro ai Bitcoin? 

"La tecnologia dei blockchain è il Bitcoin, ma può essere creata anche dalle banche. Quello che va evidenziato è che il blockchain del Bitcoin è decentralizzato. Nessuno ha il potere su tutta la catena, nessuno ha il 51%. Nel caso di una banca invece è diverso, la blockchain diventa molto più manipolabile e centralizzata".

 

Barry Sherman, uno dei principali miliardari del Canada è stato trovato morto insieme alla moglie Honey nella sua villa di Toronto. La coppia è stata trovata impiccata fianco a fianco accanto alla piscina coperta, hanno detto fonti indipendenti al National Post e al Toronto Sun.

Ufficialmente la polizia di Toronto non ha voluto confermare alcun dettaglio riguardante le morti. "Bisogna fare gli esami della scientifica e le autopsie, ma a questo punto sembra che non ci sia nessun ingresso forzato e nessuna prova della presenza di qualcun altro in casa", ha detto una fonte della polizia.

Per il momento, gli investigatori sembrano privilegiare l'ipotesi del suicidio o dell'omicidio-suicidio. I corpi sono stati scoperti da un agente immobiliare che mostra la casa attualmente in vendita, ha riferito una fonte al National Post.

Un miliardario filantropo

Barry Sherman, che avrebbe compiuto 76 anni il mese prossimo, era un uomo d'affari di successo che trasformò la Apotex, una società farmaceutica appena nata in un colosso del settore e, insieme a sua moglie, divenne famoso per le attività filantropiche.

"Gli piaceva fare soldi perché amava donare soldi – e lo ha fatto, ha donato molto generosamente", ha detto la senatrice Linda Frum, un'amica di famiglia. "La comunita' ebraica e la più ampia comunità di Toronto saranno devastate da questa perdita perché erano tra i filantropi più attivi e generosi", ha detto Frum, che due settimane fa ha consegnato in Senato a Honey Sherman una medaglia come riconoscimento per le attività benefiche della coppia, che aveva quattro figli. 

"Sono senza parole in questo momento. I miei cari amici, Barry e Honey Sherman, sono stati trovati morti. Meravigliosi esseri umani, incredibili filantropi, grandi leader nell'assistenza sanitaria ", ha detto Eric Hoskins, ministro della sanità e dell'assistenza a lungo termine dell'Ontario, "un giorno molto, molto triste."

Nonostante la loro enorme ricchezza, gli Sherman vivevano modestamente, almeno rispetto allo standard dell'elite della città. Barry si vantava di guidare una vecchia macchina malandata e scuoteva la testa di fronte agli amici in business class, ritenendolo uno spreco di denaro. 

I dirigenti di Apotex sono sotto choc: "In questo momento, crediamo che siano loro", ha detto il presidente e amministratore delegato di Apotex, Jeremy Desai, che ha rifiutato di rispondere a ulteriori domande per rispetto della privacy della famiglia.

Giovedì Barry non si è presentato in ufficio, un evento insolito per un uomo ossessionato dal lavoro, hanno detto gli amici. Alle 11:44 è stata ricevuta una chiamata di emergenza medica e i pompieri, l'ambulanza e la polizia hanno risposto alla casa degli Sherman. 

La casa è in vendita per 6,9 milioni di dollari. Dispone di sei camere da letto e nove bagni, una piscina interna ed esterna, un parcheggio sotterraneo per sei auto con rampa riscaldata. È stata sul mercato per 18 giorni. Gli amici dicono che la coppia stava costruendo una nuova casa più vicina al centro di Toronto. La casa degli Sherman è stata la cornice di una raccolta di fondi del Partito Liberale con Justin Trudeau durante la campagna elettorale del 2015, un evento per il quale Sherman era stato indagato con l'accusa di aver violato le leggi sul lobbying.

Il principale organo religioso turco, il Direttorato degli affari religiosi (Diyanet), ha pubblicato una fatwa contro il gioco d'azzardo, affermando che anche l'acquisto di biglietti della lotteria nazionale è considerato una scommessa e che è un comportamento vietato dall'Islam. Rispondendo a una domanda sul suo sito web, il Diyanet ha affermato che accordi e giochi basati sulla fortuna "sono considerati gioco d'azzardo e pertanto proibiti". La lotteria nazionale turca ha indetto per il 31 dicembre un'estrazione straordinaria con un premio di Capodanno fissato a 61 milioni di lire turche, pari a 15,8 milioni di dollari. 

"Tutti i giochi d'azzardo sono basati su un lato che vince e un lato che perde", spiega il Direttorato, secondo il quale i premi della lotteria sono "immeritati" e che questa è una forma di gioco d'azzardo ancora più grave delle altre perché "vi partecipano masse" e "il danno è più diffuso". 

Di recente la Diyanet è intervenuta anche su un argomento di forte attualità: gli investimenti in criptovalute. Secondo l'autorità "è consentito utilizzare ogni genere di divisa che viene generalmente accettata come mezzo di scambio o misura di valore tra gli utenti". Ma il permesso non si estende alle valute che vengono utilizzate "come strumento di inganno" o che presentano "una forte dose di ambiguità nelle forme di produzione". Un buon musulmano non può quindi utilizzare criptovalute che "hanno una forte incertezza di base" e che potrebbero portare a "un arricchimento ingiustificabile e ingiusto".

 

"Non avete nulla da temere". Herbert Kickl è intelligente, e sa che l'Europa va rassicurata. Il nuovo governo austriaco è nelle mani dell'estrema destra del Partito della Libertà (Fpo), del quale il ministro dell'Interno designato è da sempre l'ideologo, fin da quando scriveva i discorsi di Jorge Haider, il leader della Carinzia morto nel 2008 e artefice della prima preoccupante ascesa dei filonazisti nell'Austria del dopoguerra.

Hainz Christian Strache ha ottenuto tutto ciò che aveva chiesto, tranne il referendum sull'Unione Europea, ma non è detto che un giorno non si possa tenere anche quello, magari dopo che Vienna avrà finito di avere la presidenza dell'Unione europea nella seconda metà del prossimo anno. Per adesso Strache può contare su tre ministeri chiave:

  • Interno, con Kickl;
  • Esteri, che sarà guidato da Karin Kneissl;
  • Difesa, affudato a Mario Kunasek.

È una vittoria a man bassa, favorita forse dall'inesperienza del giovane Sebastian Kurz, che ha dovuto cedere anche sul luogo in cui è stata tenuta la conferenza stampa per l'annuncio del governo: una residenza sul Kahlenber, la collina che guarda Vienna e il Danubio, e che nel 1683 fu il punto della riconquista di Vienna nelle mani ottomane. "È solo un bel posto", ha minimizzato Strache, ma Norbert Hofer, capo dello Stato mancato e adesso designato a guidare il ministero delle Infrastrutture, ha spiegato: "Certo, dicono che la scelta di questo luogo non ha una sua rilevanza, ma per il Partito della Libertà la ha, almeno in relazione al 1683".

Il programma del governo è noto, già anticipato nei giorni scorsi da Kurz, che rischia oggi di essere un fantoccio nelle mani di Strache: "Riduzione delle tasse, dare un impulso all'economia, garantire maggiore sicurezza, anche attraverso con il contrasto all'immigrazione illegale". A fare da argine è solo Alexander Van der Bellen, il capo dello Stato, che ha allontanato la prospettiva del referendum sulla permanenza di Vienna nell'Ue ("avremmo voluto farlo, ma per ora non se ne parla", ha detto un dispiaciuto Strache) e ha preteso che sia mantenuto il profilo europeista dell'esecutivo e l'impegno per la Convenzione europea dei diritti umani.

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