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Mettetevi comodi, quella che stiamo per raccontarvi oggi è la nostra anteprima sulla demo dell’E3 2019 di Cyberpunk 2077. Terminata la presentazione, abbiamo riflettuto più volte su come raccontarvi quest’esperienza e, alla fine, abbiamo scelto un approccio incentrato molto sull’aspetto narrativo, senza però tralasciare dettagli importanti su ambientazione, gameplay e quant’altro.

Cercheremo di raccontarvi il più possibile e soprattutto speriamo di coinvolgervi in questo viaggio nella magnifica Night City di Cyberpunk 2077, come assaggio di quello che poi tutti vedremo il 16 Aprile su PlayStation 4, Xbox One e PC.

Cyberpunk 2077

L’inizio della demo ci mostra subito la creazione del personaggio, che in Cyberpunk 2077 ricalca alla perfezione lo stile RPG, dandoci la possibilità di scegliere sesso, viso, capelli o corporatura. Come in ogni gioco di ruolo che si rispetti dovremo assegnare anche i classici punti attributo, che andranno distribuiti su: Corpo, Intelligenza, Riflessi, Cool e Technical, ognuno dei quali ci permetterà di costruire il personaggio che meglio si addice al nostro stile di gioco. Creata la nostra versione di V, dovremo sceglierne anche il Life Path, scegliendo tra: Nomad, Street kid o corporate, scelta che influenzerà molto sia il gameplay che l’interazione con gli NPC presenti a Night City.

Lo stile in Cyberpunk 2077 è un elemento chiave che gli sviluppatori hanno voluto valorizzare, offrendo tantissime possibilità di personalizzazione: il tutto per raggiungere un determinato livello di stile, che può andare effettivamente a modificare le interazioni con gli NPC che effettueranno commenti positivi/negativi in base al nostro stile. Abbiamo visto brevemente anche l’interfaccia di uno dei negozi che saranno a disponibili a Night City e dai quali potremo acquistare vari oggetti, tra cui i Deamon, dei malware che possiamo impiantare nel Cyberdeck e utilizzare a nostro vantaggio durante le missioni.

Cyberpunk 2077

La demo di Cyberpunk 2077 si colloca più o meno a metà del gioco, dove V, il nostro protagonista, è intento a scoprire il segreto di un misterioso chip impiantatogli nel collo. Questo chip, oltre a conferirgli abilità straordinarie, come ad esempio la possibilità di tradurre in tempo reale altre lingue, gli permette di entrare in contatto con una figura digitale, più precisamente un ologramma: Jonny Silverhand, ovvero il personaggio interpretato da Keanu Reeves. La nostra impelagante voglia di conoscenza ci spinge alla ricerca di un contatto per cercare di scoprire qualcosa in più su questo chip, e questo lo faremo conoscendo Placide che, dopo aver ottenuto informazioni nei pressi della base dei Voodoo-Boys della chiesa troveremo infine nella macelleria. A Night City ovviamente è molto raro il consumo della carne, dato il suo elevato costo, mentre è molto più diffuso il consumo di carte sintetica, decisamente più alla portata della gente comune. Raggiunto Placide arriviamo subito al sodo; vogliamo incontrare Brigitte, capo dei Voodoo-Boys. Brigitte sembra sia l’unica a conoscere il funzionamento del chip e potrebbe essere l’unica in grado di aiutarci.

Il chip impiantato nel nostro collo ci fornisce delle abilità uniche ma soprattutto, sembra contenere il segreto dell’immortalità, motivo che lo rende un oggetto davvero unico. Se ricordate il trailer pubblicato da CD Projekt RED durante la conferenza Microsoft, potete facilmente ricollegare i fatti che vi stiamo raccontando, infatti nel trailer viene mostrata la scena in cui noi, V, e il suo amico Jackie riusciamo a fuggire con il chip, ma nonostante la fuga riuscita Jackie viene colpito, e conscio di non avere più speranze ci lascia il chip impregnato di sangue. Devastati dalla perdita del nostro amico andiamo comunque a riscuotere la nostra ricompensa, ma le cose non vanno come speravamo. Veniamo colpiti e questo porta a uno scontro corpo a corpo che termina con la morte del nostro personaggio, il quale si risveglia successivamente in una discarica dopo un reboot del sistema, causato verosimilmente dal misterioso chip.

A questo punto compare Johnny Silverhand, figura che ci accompagnerà spesso durante la storia: si tratta di un ologramma digitale creato dal chip e con cui possiamo dialogare e ricevere informazioni durante le nostre missioni. Silverhand, per darvi un’idea più completa del suo background, è il cantante dei Samurai, famosissimo gruppo rock che tempo fa ne ha subito la scomparsa.

Non si hanno particolari dettagli, ma sappiamo che già nella scorsa demo di Cyberpunk 2077 erano presenti riferimenti a tale accadimento, grazie a vari cartelli con su scritto “Dov’è Johnny?”.

Cyberpunk 2077

Tornando al nostro incontro con Placide, durante la conversazione apprendiamo che lui sa dove si trova Brigitte, ma ovviamente prima di dircelo vuole che noi facciamo qualcosa per lui. Innanzitutto egli ci richiede di effettuare un “link” con il suo sistema, ovvero una connessione diretta tra il nostro cervello e la subnet dei Voodoo-Boys, così da permettergli di sentire e vedere tutto quello che passa dai nostri sensi al cervello. V ovviamente non sembra molto convinto da tale richiesta così affrettata, ma la posta in gioco è alta e per questo motivo decide di connettersi a Placide, come se le continue apparizioni dell’ologramma di Silverhand non fossero già abbastanza.

Placide ci parla quindi della sua missione riguardante gli Animals, gang insediatasi in uno dei centri commerciali più grandi di Pacifica, e che come se non bastasse sembra detenere un furgone pieno di tecnologia estremamente avanzata. Placide vuole risolvere al più presto questo problema, richiedendo ovviamente il nostro intervento.

Cyberpunk 2077 design

Questa conversazione mette in luce anche il complesso sistema di scelte di Cyberpunk 2077, che varieranno in base nostre decisioni in termini di narrazione, alle abilità che sbloccheremo e alla Life Path da noi scelta in fase di creazione del personaggio. Il Life Path è infatti un elemento che va a determinare il background di V, andandone a definire il carattere e l’educazione. Terminata la nostra conversazione, usciamo dall’ufficio e ci dirigiamo verso la nostra moto, mezzo che utilizzeremo per raggiungere il centro commerciale.

Siamo quindi finalmente all’aperto, saliamo sulla nostra bellissima moto arancione e iniziamo a correre per le strade di Pacifica. Pacifica è il distretto che in origine doveva ospitare le più grandi attrazioni della città; grattacieli, centri commerciali e attività di svago per tutti gli abitanti e su cui gli investitori avevano versato grosse somme di denaro. Una grande crisi economica, accompagnata da una montagna di altri problemi, ha però spinto gli investitori a fuggire da Pacifica, lasciandola in barba a vandali e gang di criminali tra cui gli Animals. In questa fase di “free roaming” ci viene mostrato il distretto, che a differenza del resto di Night City risulta completamente abbandonato a se stesso, seppur sempre con un fascino che difficilmente riusciremo a descrivere.

Cyberpunk 2077

Un tramonto quasi poetico ci ha regalato scorci meravigliosi su grattacieli in costruzione ed edifici abbandonati, alcuni ricoperti da una brulicante e selvaggia vegetazione. Nulla è lasciato al caso: un cartello pubblicitario ci mostra Pacifica per come doveva essere in realtà; bella, ricca e soprattutto viva. Lo sfondo che troviamo dietro ad esso è però diverso, ed è tale da indurre in noi e nel resto del pubblico un po’ tristezza verso questa città ormai abbandonata a se stessa. Riprendiamo però il nostro viaggio verso il centro commerciale, che raggiungiamo in sella alla nostra raggiante moto, il tutto grazie a un sistema di guida che ci permette di gestire i movimenti sia in soggettiva che con la visuale in terza persona.

All’ingresso del Mall troviamo due scagnozzi di Placide, che si offrono di darci una mano, e Placide, che può ascoltare e parlare con noi grazie alla connessione, ci suggerisce di non ascoltarli e di avere un approccio stealth, lasciandoci però comunque la facoltà di agire come meglio crediamo. Entriamo di soppiatto dalla porta sul retro e con fare furtivo evitiamo i primi Animals, che come spiegato dal team sono persone che curano moltissimo il loro aspetto fisico e per questo sembrano tutti dei ferocissimi gorilla assetati di sangue. Mossi i primi passi all’interno del centro commerciale troviamo però la strada bloccata da un nemico che dobbiamo necessariamente neutralizzare; ci avviciniamo quindi silenziosamente e valutiamo le opzioni proposte: eliminazione letale o non letale. Gli sviluppatori ci hanno confermato che il gioco è pensato per essere finito anche senza uccidere nessuno, quindi l’approccio dell’eliminazione non letale può essere utile nei casi in cui si voglia solo stordire il nemico per poi lanciarlo ad esempio in un cassonetto, come nel nostro caso.

Cyberpunk 2077

A questo punto seguono alcune eliminazioni che ci permettono di vedere in azione alcuni degli strumenti caratteristici del nostro personaggio, che in questo caso è stato costruito come net-runner, ovvero con elevate abilità di hacking. Le sue abilità gli permettono, mediante l’utilizzo di un Net-wire (il cavo arancione che abbiamo già conosciuto nella scorsa demo) di connettersi a qualsiasi dispositivo elettronico e controllarlo a suo piacimento.

Nella demo di Cyberpunk 2077 ci è stato mostrato come sia possibile collegarsi a robot nemici per attaccare, o al macchinario di sollevamento pesi nella palestra degli Animals in modo da aumentarne il carico esponenzialmente e far morire schiacciato il nostro malcapitato. Il Net-wire può essere utilizzato anche come arma per uccidere i nemici in modo diretto o per esempio per collegarci a telecamere e access Point per l’apertura delle porte. Con le nostre abilità da net-runner riusciamo quindi a collegarci alla rete, ma mentre facciamo ciò notiamo che c’è già un altro net-runner connesso. Cosa sta succedendo?

Cyberpunk 2077

In questa demo di Cyberpunk 2077gli sviluppatori hanno inserito la possibilità di switchare velocemente da un tipo di personaggio all’altro per mostrarci come i diversi attributi possono modificare l’approccio alle missioni. Passiamo quindi ad una versione femminile di V, che a differenza del nostro net runner non possiede grandissime doti di hacking, ma è bensì dotata di una forza sovrumana, che gli permette di aprire le porte con la forza bruta, di spaccare le telecamere, di distruggere i nemici a suon di cazzotti e addirittura di sradicare una torretta nemica per utilizzarla come mini-gun portatile.

Con la nostra V affrontiamo anche quella che sembra essere una boss fight con Sasquatch, capo degli Animals, la cui caratteristica è data dall’armatura che gli fornisce una completa immunità ai danni grazie all’alimentazione di un nucleo posizionato dietro la schiena, che noi dovremo distruggere per ucciderlo.

Cyberpunk 2077

Riusciamo a connetterci al furgone e scopriamo che in realtà esso appartiene a un agenzia che lotta contro il CyberCrime, la NetWatch. La situazione sta diventando delicata, urge localizzare questo net-runner ed eliminarlo al più presto prima che per noi si metta male. Riusciamo a localizzare il membro della NetWatch ma risulta essere protetto da nemici e torrette, le quali con la versione “potente” di V possono essere staccate e usate come armi, mentre con la versione net-runner possono essere hackerate e usate a nostro vantaggio. Questi sono solo alcuni dei modi per superare determinate sezioni di gioco, gli sviluppatori ci hanno infatti rivelato come le missioni possano essere completate in tantissimi modi diversi, rendendo l’esperienza modulabile sullo stile del giocatore.

Le fasi di shooting di Cyberpunk 2077 che abbiamo potuto apprezzare ci sono sembrate abbastanza valide, sia per quanto riguarda il feed dei colpi, che per l’effetto che hanno sui nemici. L’unica cosa che non ci ha pienamente convinti di questo sistema sono le animazioni, che come per il Net Wire, risultano ancora un po’ imprecise, ma ovviamente ci è stato detto che questi dettagli sono già in fase di miglioramento e al lancio avremo un gioco molto più pulito di quello che abbiamo visto finora.

Cyberpunk 2077

Localizzato il nostro agente, lo raggiungiamo e scopriamo di chi si tratta: è Bryce Mosley, un agente speciale che sta investigando sugli Animals e sui Voodoo-Boys, e ci rivela che in realtà siamo stati imbrogliati da Placide, che non dobbiamo fidarci di lui, dato che vuole usarci solo per distruggere gli Animals e rubare il nostro chip. Anche in questo caso avremo la facoltà di scegliere il nostro destino: fidarsi dell’agente o rimanere fedeli a Placide? In questa demo scegliamo di restare fedeli a Placide e uccidiamo quindi Bryce, ma scopriamo troppo tardi di aver effettuato la scelta sbagliata. Placide infatti non ha più bisogno di noi e grazie alla sua connessione con noi può ucciderci in qualsiasi momento, ed è proprio quello che farà.

Qualche ora dopo, miracolosamente, resuscitiamo dal mondo dei morti per la seconda volta, di nuovo grazie al nostro chip, e con al nostro fianco di nuovo Silverhand che ripercorre con noi quello che ci è appena capitato. Ci rimettiamo in forze e torniamo da Placide per vendicarci, quando però vicino a lui spunta anche Brigitte, che meno sorpresa di Placide ci propone un affare: una connessione nel Cyberspazio con la possibilità di incontrare Alt Cunningham, prima net-runner a essersi trasferita nel cyberspazio. Accettiamo la proposta, ci immergiamo in una vasca ghiacciata collegati a dei cavi e ci ritroviamo in un mondo completamente digitale, dal quale nessuno non ha mai fatto ritorno, o almeno fino a questo momento.

Cyberpunk 2077


La demo di Cyberpunk 2077 si è conclusa con questo trasferimento nel Cyberspazio, e al netto di qualche incertezza in alcune animazioni abbiamo trovato un ulteriore conferma dell’eccellente lavoro che CD Projekt Red sta facendo con questo gioco. Un mondo vivo, vibrante, che cambia intorno a noi e che ci rende partecipi di una società nuova e ricca di sfaccettature. Abbiamo voluto raccontarvi la storia come se stessimo chiacchierando tra amici, descrivendovi con più dettagli possibili la trama e le sensazioni che abbiamo provato vivendo quest’esperienza, nella speranza di avervi incuriosito visto che questo, al momento, è uno dei titoli più promettenti del 2020: Cyberpunk 2077.

L’articolo E3 2019: Cyberpunk 2077 – Anteprima proviene da GameSource.

“Siccome siamo il Movimento Cinque stelle e non vogliamo far calare dall’altro una decisione porteremo ai cittadini tutte le informazioni che non avevano e magari poi faremo anche un referendum, perché no”. L’ha detto il ministro Danilo Toninelli parlando di grandi navi al termine di un sopralluogo effettuato oggi a Venezia.

“Noi dobbiamo raggiungere il deficit che ho indicato, come lo raggiungiamo non è un problema di nuove misure o no. Quello è l’obiettivo e pensiamo di raggiungerlo senza variazioni legislative”. Lo dice il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, al termine del vertice Ecofin.

Aggiunge Tria: “Abbiamo posto le basi di quello che discuteremo e di cosa presenteremo, il dialogo è costruttivo, sennò che lo facciamo a fare?”. Alla domanda se basterà la riduzione del deficit annunciata dal governo o se serviranno altre misure come chiede la Commissione, Tria ha risposto: “Noi dobbiamo raggiungere il deficit che ho indicato che è anche compensativo sul mancato raggiungimento dell’obiettivo del 2018. Poi come lo raggiungiamo non è un problema di nuove misure o no. Quello è l’obiettivo e noi pensiamo di raggiungerlo senza variazioni legislative”.

“Porteremo nuovi dati – ha concluso – dove ci sono maggiori entrate e maggiori risparmi. Non devo convincere con le mie argomentazioni, ma porterò delle documentazioni, si fa così nei negoziati”.

L’episodio è molto delicato. Non è un incidente ma un attacco deliberato. Stiamo parlando di quello alle due petroliere, ora in fiamme, nel golfo dell’Oman, lungo la rotta dove passa un quinto di tutto il greggio consumato nel mondo, centrate – secondo alcune ipotesi – da due diversi siluri. Il Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, che ha additato l’Iran come il colpevole, scrive il New York Times. E così mentre lo scenario di un possibile conflitto diretto Washington-Teheran rischia di infiammarsi, secondo la descrizione che ne fa The Guardian, l’inglese The Telegraph si chiede: la tensione nello stretto “strategico” di Hormuz potrebbe condurre ora ad una nuova guerra?

Il giorno dopo gli Stati Uniti, pur sottolineando di non avere “interesse a impegnarsi in un nuovo conflitto in Medio Oriente”, hanno diffuso un video nel quale, affermano, appare un soldato iraniano impegnato a rimuovere una mina inesplosa da una delle petroliere colpite. Il video, di poco meno di un minuto e mezzo e rintracciabile su Youtube, è in bianco e nero e le immagini sono spesso sfocate. Nelle immagini si vede accanto alla petroliera un’imbarcazione che secondo gli Usa è dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, ossia i Pasdaran. 

La Cina rimane a fianco di Teheran

Il soldato, si legge in una nota diffusa dal portavoce del Comando Centrale Usa, Bill Urban “è stato osservato e ripreso mentre rimuoveva la mina inesplosa dalla Kokuka Courageous”. Accuse che Teheran respinge come “allarmanti”, mentre il presidente cinese Xi Jinping, che con l’Iran ha rapporti sempre più stretti, conferma che la Cina manterrà buone relazioni con la Repubblica Islamica comunque si evolva la situazione. 

“Nessuno vuole vedere una guerra nel Golfo”, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Geng Shuang, nel corso di una conferenza stampa, “non è nell’interesse di nessuno”. 

Una ricostruzione che viene smentita dall’equipaggio della Kokuka Courageous, che ha dichiarato di avere visto “oggetti volanti” poco prima dell’attacco. Lo ha riferito il presidente della società giapponese che gestisce l’imbarcazione, Yutaka Katada, citato dall’Associated Press. Gli oggetti volanti potrebbero essere proiettili, ha detto, escludendo la possibilità che si tratti di mine o di siluri. Katada ha definito “false” le notizie di un attacco portato da mine.

Il prezzo del petrolio si impenna

“L’attacco ha fatto impazzire i prezzi del petrolio, salito del 4 per cento in poche ore, e portato alle stelle le tensioni fra l’Iran e gli Stati Uniti”, analizza La Stampa in una corrispondenza da Beirut. Il tutto mentre il premier giapponese Shinzo Abe era a colloquio con la guida suprema della Repubblica islamica Ali Khamenei, e gli aveva appena consegnato una lettera di richieste da parte del presidente americano Donald Trump. Tanto che si pensa che “qualcuno, è il sospetto di molti, ha voluto far saltare la possibile mediazione”.

Uno scenario da incubo che non si è trasformato in una strage di marinai soltanto perché le navi sono state colpite “al di sopra della linea di galleggiamento” e gli equipaggi sono stati tratti in salvo da navi iraniane e statunitensi. Ma “la solidarietà in mare – osserva il quotidiano sabaudo – non stempera però le tensioni fra i due Paesi”. Tant’è che in serata il segretario di Stato Mike Pompeo accusa l’Iran di essere “il responsabile” degli attacchi e di voler bloccare “il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz” per “colpire gli alleati degli Stati Uniti e alimentare le tensioni mondiali”. Ma “alcuni analisti ritengono probabile che da Washington si rinnovino accuse verso Teheran, anche in mancanza di prove” precisa il Sole 24 Ore.

Coincidenze sospette

Il quotidiano confindustriale evidenzia che “il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha sottolineato che gli attacchi di ieri a due navi ‘collegate’ in qualche modo al Giappone appaiono ‘sospetti’, anche perché sono avvenuti proprio in coincidenza con l’incontro tra il premier Shinzo Abe e il leader supremo, l’ayatollah Khamenei, per ‘estesi e amichevoli colloqui’: qualcun altro, è il suo messaggio, pare intenzionato a sabotare gli sforzi per una distensione”.

Analisti israeliani sostengono invece – spiega ancora La Stampa – che la circostanza era propizia proprio per allontanare i sospetti. Anche perché Khamenei ha gelato Abe e, nonostante il riconoscimento della sua ‘buona volontà’, gli ha detto che non risponderà a Trump ‘per non ripetere gli errori del passato’. Cioè, non si fanno accordi con l’America”. Tanto che pure Trump a sera ha ribadito di ritenere che “sia troppo presto addirittura per pensate di fare un accordo. Loro non sono pronti, e neppure noi!”

Il Corriere della Sera traccia invece uno scenario tra “manovre sottomarine e una scia di sabotaggi” che portano solo in una direzione: “Così inizia una guerra”. Anche perché, scrive Guido Olimpo, “le esplosioni a bordo di due petroliere a Est dello Stretto di Hormuz non sono più un caso isolato, bensì parte di una catena di eventi regionali che si mescolano a sfide globali. E di mezzo ci sono l’economia, la libera navigazione, la partita mai finita tra Iran e Usa, con il seguito di alleati interessati”.

Il calendario è piuttosto preciso e basta solo sfogliarlo: un episodio precedente risale al 12 maggio, “il primo sabotaggio contro navi cariche di greggio”. Poi un seguito c’è il 7 giugno: “Sono gli iraniani a raccontare dello strano incendio a bordo di alcuni loro piccoli cargo, i classici dhow, divorati dalle fiamme. Circolano anche delle foto, nessuna teoria sulle cause”. Quindi il fatto di ieri. Come un’escalation.

“Quanto è avvenuto ieri – analizza ancora Olimpo – fa comodo e preoccupa, nello stesso tempo, i due schieramenti. Infatti, entrambi possono denunciare i pericoli per un settore strategico interno ed internazionale, si sentono in diritto di mobilitare le loro forze militari, hanno un buon motivo per sollecitare l’intervento della diplomazia al fine di evitare che le fiamme sulle petroliere diventino la scintilla per un rogo devastante. Il petrolio è per tutti o per nessuno, i guardiani della rivoluzione hanno più volte minacciato di chiudere Hormuz come ritorsione”.

La politica della “massima pressione”

Osserva il Foglio: “L’Amministrazione Trump ha una posizione molto dura nei confronti dell’Iran, ha revocato l’accordo nucleare, ha dato nomine importanti a uomini che sono considerati falchi contro l’Iran da molto prima che Trump entrasse in politica – come Mike Pompeo e John Bolton – e segue la cosiddetta politica della maximum pressure, vale a dire della massima pressione possibile contro il regime. Di questa politica fanno parte l’inserimento delle Guardie della rivoluzione nella lista dei gruppi terroristici internazionali (all’inizio di aprile) e l’imposizione di sanzioni contro chiunque acquisti greggio dall’Iran (che dal primo maggio sono totali, nel senso che valgono contro chiunque: prima alcune nazioni erano esentate)”.

“Dall’inizio di maggio – si legge inoltre – la situazione di tranquillità nel Golfo è finita ed è stata rimpiazzata da un clima di guerra in cui tutto è possibile. Domenica 5 maggio l’Amministrazione americana ha annunciato l’invio di una portaerei e di bombardieri nell’area per rispondere a una non meglio specificata minaccia iraniana”.

Il calendario è noto. L’escalation è cominciata. Eppure con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca le manovre di disturbo erano cessate del tutto “perché la nuova Amministrazione era troppo imprevedibile, l’Iran si convinse che era meglio non offrire il pretesto per un conflitto nel Golfo Persico”, scrive ancora il quotidiano diretto da Claudio Cerasa. Da ieri non è più così.

Il genere inaugurato commercialmente (ma non concettualmente) da Minecraft, ha creato nel tempo un lunghissimo filone che ancora oggi sforna senza sosta cloni dei più disparati, i quali cercano disperatamente di differenziarsi con formule sempre più particolareggiate e personali. Ed è proprio questo il caso di PixArk, una sorta di Minecraft ripieno di dinosauri e animali di varia forma e natura. Riuscirà il gioco a distinguersi dalla massa?

PixArk è un gioco di sopravvivenza sandbox a mondo aperto e condivisibile con altri giocatori, in cui saremo chiamati ad esplorare, ottenere risorse e costruire tutto ciò che ci aggrada. Il titolo avrà uno spiccato spessore ruolistico, fatto di livelli e punti esperienza che si guadagneranno compiendo azioni “ordinarie” nel gioco. Come già specificato, l’immenso mondo di gioco sarà pervaso da mostruosità giurassiche, alcune molto pericolose e altre tanto maestose quanto pacifiche. All’inizio saremo chiamati ,attraverso un dettagliato editor, alla creazione del nostro alter-ego cubettoso: fatto ciò, saremo catapultati nel mondo di gioco, in cui avremo un unico obiettivo: sopravvivere.

PixArk

Sin da subito, impatteremo com’è logico con il sistema di crafting, uno dei cuori pulsanti della produzione. L’interfaccia del comparto sarà piuttosto minimalista ma funzionale, anche se non particolarmente intuitiva: man mano che saliremo di livello compiendo azioni, potremo sbloccare dei progetti da poter costruire e traslare concretamente in gioco. Per poter salire di livello, dovremo semplicemente giocare: infatti, ogni azione nel gioco – dallo scavare per ottenere risorse al costruire oggetti di varia natura – si tradurrà per noi in gustosi punti esperienza. Nella più tradizionale delle vesti survival, nel gioco non dovremo solo badare a famelici dinosauri, ma anche alla sete e alla fame, i cui indicatori si assottiglieranno inesorabilmente, segnando la nostra fine. Una fine che, come spesso accade, non è davvero tale, visto che il gameplay del genere è sostanzialmente fondato sul più classico dei “trial and error”. Infatti, la morte ci farà perdere pochi oggetti dell’inventario e gli indicatori di fame e sete saranno piuttosto “gentili” nei nostri confronti, rendendo il gioco meno complicato di quanto possa sembrare.

PixArk

La fauna che incontrermo non sarà solo fonte di risorse e/o un pericolo: in PixArk infatti, molti animali potranno essere addomesticati in vari modi, semplicemente dando loro del cibo oppure sconfiggendoli in battaglia per poi nutrirli. Una volta addomesticati, gli animali potranno divenire un ottimo mezzo di trasporto e di difesa, rendendo la nostra vita molto più semplice. Anche i nostri compagni saliranno di livello man mano che li utilizzeremo, rendendoli via via più forti e utili ai nostri scopi. PixArk prevederà una componente single player divertente ma non particolarmente originale rispetto ai tanti esponenti del passato, ma anche una modalità multiplayer in cui potremo esplorare assieme ad amici il vasto mondo di gioco. La cosa, com’è lecito attendersi, renderà il gioco molto più simile a un Rust o ad Ark: survival evolved, piuttosto che a Minecraft, proprio data la presenza di altri player che potrebbero non essere così amichevoli.

Tecnicamente parlando, il gioco offrirà una gradevolissima e dettagliata estetica voxel, il che lo renderà sicuramente più leggero oltre che concettualmente crudo. Il mondo di gioco, com’è lecito attendersi, sarà quasi integralmente distruttibile. In generale, il comparto tecnico ha mostrato il fianco alcune volte durante la nostra prova, con rallentamenti del frame rate in zone particolarmente cariche di oggetti e texture, o bug minori per lo più relativi a compenetrazioni poligonali o piccoli pop up di oggetti e forme sullo sfondo: problemi presenti ed evidenti, ma che non intaccheranno particolarmente la giocabilità. In generale, PixArk offrirà un comparto tecnico abbastanza solido e una fluidità piuttosto costante. Unico neo sicuro di una produzione tutto sommato valida, l’interfaccia di gioco: essa dà l’impressione di essere stata traslata integralmente dalla versione PC, rendendo un po’ scomodi alcuni passaggi con un pad per console.

PixArk

PixArk è un discendente di Minecraft che, nonostante non offra chissà quali caratteristiche rivoluzionarie, sarà piuttosto divertente. Il gioco, oltre ad essere un survival sandbox, avrà anche una piccola componente ruolistica molto simile a quella apparsa in Ark. Un buon gioco, classico e non particolarmente originale, ma che potrà sicuramente divertire a un prezzo tutto sommato contenuto.

L’articolo PixArk – Recensione proviene da GameSource.

“Tutte le imbarcazioni che navigano con bandiera Ue sono obbligate a rispettare il diritto internazionale quando si tratta di ricerca e soccorso, cosa che comprende la necessità di portare le persone salvate in un porto sicuro. La Commissione è sempre detto che queste condizioni attualmente non ci sono in Libia”. Lo ha detto una portavoce della stessa Commissione, Natasha Bertaud, rispondendo a una domanda sulle dichiarazioni del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sulla Sea Watch che dovrebbe sbarcare i migranti a Tripoli.

Quando è nata, a meno di 6 mesi di gestazione, la piccola Saybie pesava quanto una mela ed entrava nel palmo di una mano. Come un personaggio di una favola. E come la migliore delle storie, la bimba (che viene chiamata con uno pseudonimo) ha avuto il suo lieto fine: non solo è sopravvissuta più di quella manciata di ore previste dai suoi medici, ma ha lottato per mesi fino a quando, qualche giorno fa, con un peso di 2,3 chilogrammi è stata dichiarata fuori pericolo e in grado di tornare a casa con la sua mamma e il suo papà.

Nata nel dicembre 2018 all’ospedale Sharp Mary Birch di San Diego, in California, con 245 grammi di peso Saybie è la bimba più piccola prematura mai venuta al mondo (e sopravvissuta). “Continuavo a dire che non sarebbe sopravvissuta”, ha dichiarato la madre, che ha scelto di rimanere anonima. Ma fortunatamente, la piccola, che non presentava gravi danni né ai polmoni né al cuore, ce l’ha fatta. Saybie, infatti, fa sapere l’ospedale “non ha sofferto nessuna delle difficoltà tipiche dei bambini prematuri, come emorragia cerebrale, problemi ai polmoni e/o cardiaci”.

La madre di Saybie, riporta l’Huffington Post, ha dato alla luce la bambina con cesareo di emergenza tre mesi prima del previsto, dopo aver ricevuto la diagnosi di preeclampsia, una complicanza della gravidanza che causa ipertensione e può rivelarsi fatale per mamma e nascituro. La nascita pretermine era necessaria – scrive l’ospedale -,la bambina non stava crescendo e la vita della madre era a rischio immediato”.

Il neonatologo Paul Wozniak, scrive Il Giornale, ha lavorato per stabilizzarla prima che potesse essere trasferita all’unità di terapia intensiva neonatale (NICU). La sua crescita era parecchio problematica, i medici la consideravano un “mini prematuro” ovvero un bambino nato prima di 28 settimane. I bambini, di solito, nascono attorno a 40 settimane. E se nelle gravidanze a termine, lo sviluppo viene completato nella pancia della mamma, i nati prematuri completano il loro sviluppo fuori. Per questo la loro sopravvivenza è una grande sfida, ma lo è ancora di più per bambini cosiddetti “mini prematuri”. Probabilmente, nella prima infanzia sarà sotto osservazione con dei follow up.

Prima di Saybie,  il record era detenuto da una bambina tedesca, nata nel 2015 con un peso di 252 grammi. Mentre all’inizio dell’anno, un bambino giapponese di 268 grammi, ha battuto il record tra i maschietti. “È importante che la gente sappia che anche i bambini nati premature e sottopeso possono tornare a casa sani e in forze”, ha dichiarato Takeshi Arimits, neonatologo dell’ospedale universitario Keio di Tokyo, dove il bebè era stato ricoverato. I nati al di sotto del chilo di peso hanno alte probabilità di sviluppare problemi respiratori o malattie infettive a causa dello scarso sviluppo degli organi, riporta Japan Times. E il tasso di sopravvivenza, si legge su Asianews, è molto inferiore per i maschietti, tanto che solo 4 tra tutti i prematuri da record sono maschi. Secondo gli esperti questo potrebbe dipendere in parte dallo sviluppo dei polmoni, più lento nei neonati di sesso maschile. 

“L’Italia non rappresenta per la comunità europea e globale un problema finanziario, bensì una risorsa alla quale molti Paesi attingono per soddisfare le loro necessità”. Lo ha detto Paolo Savona nella sua prima relazione da presidente della Consob. 

Alla base del suo giudizio, Savona ricorda che, “contrariamente a importanti Paesi sviluppati come Stati Uniti, Regno Unito, Canada, e nell’Eurozona Grecia e Francia, e nel resto del mondo Turchia e l’intero continente sudamericano, l’Italia non assorbe flussi di risparmio dall’estero, ma ne cede in quantità superiori al suo debito pubblico”.

Dopo aver affermato che sull’Italia esistono giudizi negativi sia dall’estero che da enti nazionali che “appaiono prossimi a pregiudizi”, Savona ha tenuto anche a sottolineare che i sospetti sulla possibilità di insolvenza del debito pubblico dell’Italia sono “oggettivamente infondati”.

La popolare app di messaggistica Telegram denuncia di aver subito un attacco informatico mirato a sospenderne il servizio, ricollegandolo ai recenti scontri che si stanno verificando a Hong Kong. Secondo quanto riporta l’account Twitter della società russa, dietro al tentativo di sabotaggio ci sarebbe il governo cinese, accusato di aver compiuto degli attacchi Distributed Denial of Service (DDoS), che prevedono l’invio simultaneo di centinaia di gigabyte di dati per causare interruzioni al servizio.

“Gli indirizzi di provenienza dell’attacco risalgono prevalentemente alla Cina. Storicamente, tutti gli attacchi DDoS che abbiamo subito (compatibili con, ndr) una forza statale – 200-400 gigabyte al secondo di spazzatura – coincidevano con delle proteste a Hong Kong (che vengono coordinate su Telegram)”, scrive Pavel Durov, fondatore e amministratore delegato del servizio.

Negli ultimi giorni la popolazione di Hong Kong ha invaso le strade della città, in protesta contro una proposta di legge che permetterebbe la consegna di fuggitivi anche a Paesi con cui non è in vigore un trattato in questo campo, tra cui la Cina. Risorsa spesso utilizzata come strumento di coordinamento tra gli attivisti, Telegram accusa proprio Pechino di essere responsabile dell’attacco.

 

IP addresses coming mostly from China. Historically, all state actor-sized DDoS (200-400 Gb/s of junk) we experienced coincided in time with protests in Hong Kong (coordinated on @telegram). This case was not an exception.

— Pavel Durov (@durov)
June 12, 2019

 

Una ironica descrizione di come avviene un Distributed Denial of Service l’ha fornita lo stesso account Twitter di Telegram, che scrive: “Immaginate che un esercito di lemmings vi superi in coda dal McDonald – e che ognuno abbia ordinato un whopper (tipico panino del menù di Burger King). Il server è impegnato a dire a tutti i lemmings che sono nel posto sbagliato – ma sono così tanti che il server non può nemmeno vedervi per provare a prendere il vostro ordine”.

“Fortunatamente – si legge – questi lemming sono lì solo per sovraccaricare il servizio, ma non possono in alcun modo rubare la vostra Coca Cola e il vostro BigMac”, in riferimento al fatto che l’obiettivo dell’attacco non è quello di acquisire i dati degli utenti.

La cifratura di Telegram

Meno sicuro di quanto si creda, il servizio di messaggistica non offre la cifratura end-to-end delle comunicazioni come impostazione di base. In verità, qualunque messaggio inviato nella modalità di default, è cifrato end-to-server: questo vuol dire che la comunicazione non è intercettabile da attori esterni, ma anche che chi gestisce i server di Telegram possiede le chiavi di accesso per leggere il contenuto dei messaggi. I server di Telegram risiedono in Russia.

Il meccanismo scelto da Telegram è funzionale alla sincronizzazione delle conversazioni tra più dispositivi (basato sul cloud), ma è meno sicuro di quello fornito da servizi concorrenti come Whatsapp e, soprattutto, Signal Private Messenger – app progettata specificamente per attivisti e giornalisti.

Per ottenere un livello di sicurezza paragonabile a quello di Signal anche su Telegram, l’utente deve avviare specifiche conversazioni private, che hanno la funzione aggiuntiva della cifratura end-to-end. Tuttavia, il codice sorgente di Telegram è solo parzialmente pubblico: ragione per la quale è difficile determinare se la app sia programmata correttamente e sia in effetti sicura. 

“Sono emozionato e felice, oggi abbiamo vinto la nostra battaglia per cancellare l’ergastolo ostativo. Penso a tutti i miei compagni rimasti dentro che ora si abbracceranno: dipende solo dal percorso che faranno la possibilità di ritrovare la libertà.” Carmelo Musumeci, 64 anni, è stato il primo ergastolano ostativo, cioè in teoria condannato al carcere a vita senza benefici penitenziari, a ottenere la liberazione condizionale dieci mesi fa.

Entrato in cella il 25 ottobre del 1991 per una serie di condanne legate alla criminalità organizzata, è diventato il simbolo degli ‘uomini ombra’, così ha definito lui stesso in un libro chi appartiene al ristretto club dei detenuti senza un orizzonte, nemmeno lontanissimo, di libertà, a meno che non collaborino con la giustizia. Almeno fino ad ieri, alla sentenza della Corte Europea dei diritti umani che, pronunciandosi sul caso Marcello Viola, ha stabilito che “è inammissibile deprivare una persona della libertà, senza tendere alla sua riabilitazione e offrirgli la possibilità di riottenere la libertà in futuro”.

“La mia battaglia – racconta Musumeci all’Agi – è cominciata nel 2004 quando ho scoperto di non potere avere un permesso premio perché ero ostativo. Ho capito che avrei dovuto sensibilizzare l’opinione pubblica e, per farlo, ho coinvolto il costituzionalista Andrea Pugiotto (capofila in Italia dei giuristi contro l’ostativo, ndr)  col quale ho scritto il libro ‘Gli ergastolani senza scampo’, Agnese Moro, Margherita Hack e il relatore della mia tesi di laurea in Legge Carlo Fiorio. Proprio lui, sulla base di una recente sentenza della Consulta che ha stabilito che non può essere chiesta la collaborazione con la giustizia quando è inesigibile, è riuscito a farmi ottenere, dopo due domande respinte, la liberazione condizionale nel 2018”.

Nell’ordinanza con cui gli è stata concessa la libertà, i magistrati riconoscevano “il grande percorso di crescita personale che ha portato Musumeci a leggere e studiare in carcere con granitica volontà” e il suo “essere un uomo nuovo che si riscatta dal passato impegnandosi quotidianamente coi disabili”.  L’ex ‘uomo ombra’ vive e lavora nella casa famiglia di don Oreste Benzi.

“Oggi la mia felicità è piena, perché non potevo esserlo fino in fondo sapendo che c’è della gente murata viva senza nessuna possibilità di uscire. Adesso, finalmente, posso smetterla di lottare contro l’ergastolo ostativo, è un peso che mi portavo dietro. Mi sento più libero anche io perché avevo il rimorso di coscienza che ce l’avevo fatta e loro no”.

Musumeci ricorda il suo primo giorno da libero: “Quando sono uscito dal carcere di Padova è stato come uscire da una tomba: i rumori, i colori,  la gente, mi sembrava di sognare”. Negli anni di prigione, ha scritto una decina di libri pubblicati e tanti rimasti inediti. Uno degli ultimi, ‘Nato colpevole’, è arrivato fino al quinto posto nella classifica dei più venduti su Amazon, categoria ‘memorie e biografie’. “Scrivere è stata la mia terapia, ma da quando sono uscito non scrivo più. Sono troppo felice per scrivere, cosa posso scrivere ora che sono felice?”.  

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