Newsletter

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

“Sono anni che dico che decine di migliaia di ponti italiani sono a rischio crollo e ogni anno puntualmente ne crollano una ventina….”. Una ventina all’anno?  “Sì, una ventina solo che non fanno notizia perché non sono grandi come quello di Genova”. Settimo Martinello la questione la conosce bene: è il direttore generale di 4 Emme, società di Bolzano, ma con sedi in sedici città, che si occupa di ispezioni e verifiche sullo stato dei ponti. “In questo momento ne gestiamo cinquantamila”. Non il ponte Morandi però, “quello era gestito dalle Autostrade e di solito loro fanno le cose per bene, anche se quel ponte, lo sapevano tutti, aveva sempre avuto dei problemi”.

Perché migliaia di ponti italiani sono a rischio crollo?

“Non sono a rischio crollo. Se non si interviene, crolleranno. Andranno giù tutti”.

Non è un po’ esagerato?

“È una previsione obbligata. Il fatto è che tutti i ponti italiani realizzati in calcestruzzo fra gli anni 50 e gli anni 60 sono arrivati a fine vita, non sono eterni. Questi ponti sono fatti con una struttura di acciaio ricoperta di calcestruzzo. Il calcestruzzo è solo una copertura che serve a proteggere i materiali ferrosi dall’acqua e quindi dall’ossidazione, ma il calcestruzzo ha una sua vita utile, trascorsa la quale l’umidità passa, si infiltra e inizia un processo di carbonatazione, che avvia l’ossidazione che provoca la corrosione. Ha presente quando sul calcestruzzo compaiono delle strisce nere? Quello è l’ossido del ferro che sta uscendo. Ci mette dieci o quindici anni questo processo a compiersi. Alla fine fuori sembra tutto a posto, dentro però l’armatura è sparita”.

Quanti sono i ponti in Italia?

“Non esiste un censimento preciso, diciamo che sono circa un milione e mezzo, ma se calcoliamo le campate di ciascun ponte, come è corretto fare, arriviamo a tre o quattro milioni di strutture da ispezionare e monitorare. Ma sa quanti sono quelli sotto monitoraggio? Sessantamila. Il due per cento. Di quelli sappiamo tutto, degli altri quasi nulla, spesso le amministrazioni locali, senza soldi né competenze, non sanno nemmeno di quanti ponti dispongono. E le garantisco che in qualche caso se le faccio vedere in che condizioni sono lei mica ci passa con la macchina”.

Cosa si può fare?

“L’unica cosa da fare sarebbero le ispezioni, che prima del 1991 erano obbligatorie. Anche adesso lo sarebbero ma sono intervenute delle circolari ministeriali che hanno attenuato la frequenza che adesso è indefinita e quindi tutti fanno come vogliono”.

E poi servono gli ispettori: immagino che non ci siano.

“Quelli certificati sono 150, ne servirebbero diecimila. Inoltre in Italia sono appena una sessantina le amministrazioni locali virtuose, che si occupano attivamente del problema. L’esempio migliore è l’Alto Adige, ma tutti gli altri se ne infischiano”.

Il ministro Toninelli ha detto che è pronto a intervenire mettendo dei sensori sui ponti.

“Dire che i sensori sono la soluzione a un problema così vasto e profondo vuol dire non aver capito nulla. È ridicolo. I sensori servono, forse, alla fine di un percorso. I ponti sono come le persone e a una persona di 50 anni prima di mettergli un sensore, lo visiti, gli fai le analisi e alla fine può darsi che il sensore serva”.  

Veniamo al ponte di Morandi di Genova: perché è crollato secondo lei?

“Difficile dirlo senza dati ma se penso che l’ho attraversato la settimana scorsa per andare a fare un corso a Savona sui crolli dei ponti, mi vengono i brividi”.

Lei e la sua società di quel ponte vi siete mai occupati?

“No, perché noi seguiamo i ponti delle piccole amministrazioni locali, il ponte di Morandi è gestito dalla società Autostrade e va detto che, nel disastro generale, i ponti autostradali sono gestiti piuttosto bene. Lì ci sono mezzi e competenze. Certo quel ponte, che pure all’inizio sembrava coraggioso dal punto di vista tecnico, aveva evidenziato qualche problema che aveva richiesto continui interventi di manutenzione, come quello, imponente di 15 anni fa circa, quando misero dei tiranti in acciaio”.

Non sono bastati.

“Mi sembra strano che non si siano accorti della corrosione, forse uno di quegli interventi riparatori non è stato fatto bene”.

Può essere stata la forte pioggia o un fulmine a causare il crollo come è stato ipotizzato nelle prime ore dopo la tragedia?

“Non diciamo sciocchezze. Allora anche il vento. Se è il ponte è crollato è perché doveva crollare. Dentro era vuoto. E poteva forse crollare un giorno o due dopo, ma la storia non sarebbe cambiata”.

Per il futuro che farebbe?

“Serve un vero piano nazionale per mettere in sicurezza i ponti; e poi risorse alle amministrazioni locali; e infine, una scuola per creare una classe di ispettori con le competenze necessarie. Se non lo facciamo, altri ponti crolleranno è inevitabile”.

Leggi anche: Tutti i ponti crollati recentemente in Italia

Leggi anche: Quello del ponte Morandi è un crollo annunciato (da Antonio Brencich)

Sui social network (n particolare su Twitter), è in corso da qualche ora una vera e propria gogna mediatica nei confronti della famiglia benetton, che controlla la Società Autostrade. Subito dopo le prime dichiarazioni dei ministri Di Maio, Salvini e Toninelli contro Autostrade per l'Italia controllata, attraverso Atlantia, dalla famiglia veneta. Centinaia di tweet in poche ore contro il gruppo, alcuni con una foto del gruppo familiare sorridente e al completo, altre con un fotomontaggio dove si vede il fotografo Oliviero Toscani che ha in mano una foto del ponte crollato. "Adesso ti metterai una maglietta rossa per le vittime di Genova?", gli scrive un utente facendo riferimento alla manifestazione del 7 luglio scorso per i migranti.

Molto condiviso anche un fotomontaggio dove si vede il ponte crollato con la scritta "United Colors of Benetton". "Non comprerò mai piu' un capo di abbigliamento Benetton" scrive una utente. Altri mettono nel mirino le compagne sociali di Benetton: "Fanno propaganda immigrazionista, si preoccupano dei #migranti e mostrano il loro volto buonista ma sono gli stessi che lasciano crollare ponti e morire il nostro popolo. Nazionalizzare le autostrade, basta speculazione". Molte accuse anche ai governi Prodi e D'Alema, ai quali viene fatta risalire la concessione; e Renzi, per la scelta dell'allora ministro Delrio di "allungare la concessione".

In mattinata il ministro di Maio è stato esplicito: il crollo del ponte Morandi a Genova Si poteva evitare. "Basta guardare le condizioni visibili a tutti di quel ponte per capire che la manutenzione non è stata fatta. Non è stata una fatalità", ha dichiarato ai microfoni di Radio radicale: "I responsabili hanno un nome e cognome, e sono Autostrade per l'italia. Per anni si è detto che fare gestire ai privati sarebbero state gestite meglio che Stato".

Ancora il ministro M5s: "Oggi così abbiamo uno dei più grandi concessionari europei che ci dice che quel ponte era in sicurezza e non c'era niente che facesse immaginare il crollo. Autostrade doveva fare la manutenzione e non l'ha fatta. Incassa i pedaggi più alti d'Europa e paghe tasse bassissime peraltro in Lussemburgo. Bisogna ritirare le concessioni e far pagare le multe. Il ministro Toninelli ha già avviato le procedure per il ritiro della concessione e per comminare le multe. Se un privato non è in grado, le gestirà lo Stato".

Posizione condivisa anche dal ministro Salvini. E sui social l'attacco alla famiglia Benetton è scattato immediato. "Il problema del crollo del ponte dipende dal fatto che quando paghiamo un pedaggio immaginiamo che quei soldi siano reinvestiti in manutenzione ma invece si dividono gli utili e i ponti qui crollano", ha aggiunto Luigi Di Maio ai microfoni di Rainews. "Per la prima volta – ha aggiunto – c'eè un governo che non ha preso soldi da Benetton, e siamo qui a dirvi che revochiamo i contratti e ci saranno multe per 150 milioni di euro. Autostrade ha poi la sede finanziaria in Lussemburgo, quindi manco pagano le tasse. Se il ponte era pericolante dovevano dire che andava chiuso".

Il ministro ha poi annunciato un monitoraggio a livello nazionale per verificare le condizioni delle infrastrutture: "Ora vedremo tutte le inadempienze compiute. Deve essere chiaro: Autostrade è stata politicamente coperta dai precedenti governi e noi non vogliamo fare da palo a chi doveva fare manutenzione e non l'ha fatto".

Taiko no Tatsujin arriverà per la prima volta in Occidente, su Nintendo Switch e su Playstation 4, in due versioni differenti. Bandai Namco ha pubblicato un video tutorial su come utilizzare i Joycon per giocare sulla versione Nintendo Switch, che si chiama Taiko no Tatsujin: Drum ‘n’ Fun.

I puristi saranno felici di sapere che la lista delle canzoni è rimasta quella della versione giapponese, senza stravolgere il gioco come invece di solito accade in questo tipo di titoli. Questo significa che sulla versione Playstation 4 è presenta la sigla di Shingeki no Kyojin, mentre sulla versione Switch è presente Be the One, sigla di Kamen Rider Build, e anche la sigla di Kaito Sentai Lupinranger VS Keisatsu Sentai Patranger, le due serie di Kamen Rider e Super Sentai in onda sulle tv giapponesi quest’anno.

L’articolo Taiko no Tatsujin: Drum ‘n’ Fun riceve un video tutorial proviene da GameSource.

Un gran giurì della Pennsylvania ha ritenuto credibili le accuse di abusi sessuali nei confronti di bambini di oltre 300 preti, coperti dalla Chiesa cattolica in Pennsylvania. Le vittime identificate sono oltre mille. Gli abusi riguardano sei diocesi dello Stato americano, e sono avvenuti nel corso degli ultimi 70 anni. "Crediamo che il numero reale delle vittime – considerando le denunce perse o quelle mai fatte per paura di farsi avanti – sia di migliaia", si legge nel rapporto di circa 1.400 pagine sugli abusi sessuali su minori segnalati in tutte (tranne due) le diocesi dello Stato.

Il rapporto finale della giuria indica che "quasi tutti i casi" sono caduti in prescrizione e non possono essere perseguiti penalmente. Tuttavia due sacerdoti sono stati incriminati per abusi ripetuti su diversi bambini in alcuni casi che risalgono al 2010. "Alcuni preti abusarono di bambini e bambine e gli uomini di Chiesa che erano i loro responsabili non fecero nulla, per decenni", hanno scritto i membri della giuria nella relazione. I giurati scrivono di "riconoscere che molte cose sono cambiate in seno alla Chiesa cattolica in questi quindici ultimi anni" ma sottolineano che le due imputazioni mostrano che "gli abusi di bambini in seno alla chiesa non sono svaniti".

Malgrado le riforme istituzionali, "gli alti responsabili della Chiesa hanno evitato le loro responsabilità". Vescovi e cardinali "sono stati protetti". "Molti di quelli citati nel rapporti sono stati promossi", affermano i giurati secondo cui "finché ciò non cambia, pensiamo che sarà prematuro chiudere il capitolo degli abusi all'interno della Chiesa cattolica".

Il rapporto mette nel mirino, in particolare, l'arcivescovo di Washington, Donald Wuerl, che, secondo i documenti, ebbe un ruolo cruciale nel proteggere i preti colpevoli d abusi quando operava nella diocesi di Pittsburgh "Ho agito con diligenza – si è difeso quest'ultimo – preoccupato per coloro che sono ancora in vita e per prevenire altri abusi. Il rapporto è un memento per le gravi negligenze della Chiesa, che deve cercare il perdono".

I giudici della Pennsylvania hanno lavorato sul caso per ben due anni, ascoltando testimonianze e valutando ioltre 500.000 pagine di documenti di tutte le diocesi, tranne quelle di Philadelphia e Altoona-Johnstown, già ndagate. Molte vittime hanno affermato di essere state drogate o plagiate, mentre altre raccontavano gli abusi alle proprie famiglie ma in cambio ricevevano rimproveri e, tavolta, perfino botte. 

Il 23 Agosto 2018 uscirà la nuova espansione dell’amatissimo Hollow Knight. I contenuti aggiuntivi gratuiti erano finora conosciuti col nome di Gods & Glory, tuttavia il team di sviluppo ci ha fatto sapere di un cambio di direzione dell’ultimo secondo. L’espansione si chiamerà infatti Hollow Knight: Godmaster.

Il team di sviluppo ci fa sapere che il cambio di nome è stato deciso principalmente perchè “suona più figo”, tuttavia, con molta onestà, ammettono che non volevano che il nome andasse in conflitto con “un certo mobile game creato da una grande e importante compagnia di videogames”.

Hollow Knight: Godmaster uscirà su tutte le piattaforme dove è disponibile il gioco base, quindi Windows, Mac, Linux, e Nintendo Switch.

L’articolo Hollow Knight: L’espansione cambia nome proviene da GameSource.

Il nuovo studio di Microsoft con base a Santa Monica, The Initiative, ha intrapreso una campagna di assunzioni e coloro che sono saliti a bordo hanno curriculum impressionanti.

L’iniziativa è stata annunciata da Microsoft durante l’E3 2018 come nuovo studio con sede a Santa Monica. Il direttore dello studio Darrell Gallagher ha annunciato venerdì una serie di nuovi assunti.

Gallagher ha originariamente pubblicato le notizie su LinkedIn, ed è stato rilevato da resetera prima di essere rimosso. Sabato, Gallagher ha condiviso le notizie ancora una volta tramite Remote Play .

Nel caso in cui non si sappia, Gallagher è un veterano di Activision, Crystal Dynamics, Sony, Square Enix e THQ.

Questa è la lezione di storia sulle notizie, ora passiamo alla lista dei talenti assunti finora.

  • Blake Fischer: senior director of portfolio e planning in Microsoft
  • Brian Westergaard: produttore senior di God of War, capo e produttore senior di Rise of the Tomb Raider
  • Christian Cantamessa: Red Dead Redemptione Shadow of Mordor. Scrittore e designer principale
  • Daniel Neuburger: co-regista di Tomb Raider e Rise Of The Tomb Raider

Sono stati assunti anche due reclutatori: Annie Lohr, ex Respawn, Riot Games e Microsoft Studios; e Lindsey McQueeney che in precedenza era lead recruiter per Crystal Dynamics e Microsoft.

 

L’articolo The Initiative di Microsoft ingaggia gli sviluppatori di Red Dead Redemption, Tomb Raider e God of War proviene da GameSource.

Ce lo chiede l'Arabia. Dopo sei giorni di silenzio, Elon Musk spiega i suoi perché. Perché ha deciso di annunciare la possibile privatizzazione di Tesla su Twitter (scompigliando il mercato). E perché ha definito “garantiti” i fondi per l'operazione. Dietro c'è il pieno supporto (anzi, la richiesta) del Public Investment Fund, il fondo sovrano saudita.

Cosa e successo fino a ora

Musk ha scritto nel blog ufficiale della società di aver espresso al board la volontà di privatizzare Tesla il 2 agosto, cinque giorni prima del tweet. Dopo una riunione con i consiglieri a ranghi ridotti (cioè senza la partecipazione di Elon e del fratello Kimbal), c'è stato un secondo incontro, durante il quale Musk ha spiegato perché sarebbe nell'interesse di Tesla abbandonare Wall Street. Visto l'appoggio del consiglio di amministrazione, ecco il passo successivo: contattare i maggiori azionisti della compagnia per sondare le loro intenzioni. “Sono molto importanti per me”, ha affermato Musk, perché “hanno creduto in Tesla quando nessun lo faceva e sono coloro che più credono nel nostro futuro”.

Al di là delle ragioni affettive, c'è ne uno finanziaria: più saranno gli azionisti che resteranno in Tesla anche fuori dalla borsa e meno risorse dovrà raccogliere Musk per raggiungere il suo obiettivo. Fin qui nulla di strano. Poi, però, il 7 agosto Musk decide di far saltare il banco, con una mossa inusuale per una società quotata: annunciare la più grande privatizzazione della storia di Wall Street in meno di140 caratteri.

Perché comunicarlo via Twitter?

Musk ha sin da subito dialogato con gli azionisti più pesanti, per ottenere il loro supporto. “Tuttavia – scrive il fondatore del gruppo – non sarebbe stato giusto condividere informazioni solo i nostri maggiori investitori senza coinvolgere tutti gli altri”. Per questo, ha pensato che “la cosa giusta da fare” fosse “annunciare pubblicamente” le sue intenzioni. La manovra, però, non è piaciuta né ad alcuni investitori né alla Sec, la Consob americana.Secondo Bloomberg, la Commissione starebbe “intensificando” le inchieste (andando oltre una generica richiesta di informazioni) per capire se l'incursione di Musk sia stata fatta per manipolare il prezzo delle azioni.

Musk se la dovrà vedere anche con due denunce per aggiotaggio (il reato che punisce la diffusione di notizie false o esagerate con l'obiettivo di speculare su un titolo). Il trader Kalman Isaacs sostiene che i tweet siano stati fuorvianti, fatti apposta per gonfiare le azioni di Tesla (schizzate del 13% nella seduta seguita all'annuncio). L'altro ricorrente, William Chamberlain, ha chiesto l'avvio di una class action, cui dovrebbe aderire chi ha scambiato titoli Tesla tra il 7 e il 10 agosto.

Perché ha detto che i soldi sono 'secured'

Il titolo è decollato anche per una parola: “Secured”, “Garantito”. I soldi per l'operazione, aveva scritto Musk, ci sono. Per due motivi: le stime hanno indicato stime eccessive e ci sarebbe già un investitore forte pronto a pagarle. Anzi, non sarebbe solo un finanziatore ma il vero promotore della privatizzazione. I primi contatti con il fondo sovrano saudita risalgono a “quasi due anni fa”. E più volte il Public Investment Fund avrebbe sondato la possibilità di ritirare Tesla da Wall Street. Al primo incontro (all'inizio del 2017) ne sono seguiti “diversi”.

“Ovviamente – scrive Musk – il fondo sovrano ha capitale più che sufficiente per questa transazione”. Il rapporto è diventato più stretto quando i sauditi sono entrati nell'azionariato con una quota vicina al 5%, rilevato sul mercato azionario. Il 31 luglio, un nuovo incontro. In quell'occasione, il managing director del fondo avrebbe espresso “rammarico” per non aver potuto eseguire l'operazione privatamente. E si sarebbe detto “ansioso” di sostenere un eventuale ritiro dalla borsa. Musk afferma quindi di aver lasciato la riunione convinto di poter contare sul pieno supporto saudita. Ecco perché ha definito “garantito” il capitale necessario. Dopo l'annuncio via Twitter, il fondo avrebbe confermato il suo “supporto” e chiesto maggiori dettagli.

Stime sopravvalutate

Mentre continuano le discussioni con il fondo saudita e con altri grandi azionisti, Musk sostiene sia ancora “prematuro” fornire pubblicamente dettagli. Tuttavia, il ceo ha chiarito che Tesla non userà lo strumento del debito ma quello dell'equity. Non si tratterebbe quindi di un classico “leveraged buyout” (che sfrutta la capacità di indebitamento per sostenere l'acquisizione). I capitali arriverebbero dagli azionisti, attuali e futuri. “Non credo sia saggio – scrive Musk – gravare Tesla con un debito così significativo”.

Ma quante risorse servono? Secondo alcune analisi seguite all'annuncio via Twitter, sarebbero stati necessari 70 miliardi di dollari. Una cifra che sarebbe “drasticamente sopravvalutata”. I 420 dollari per azione sarebbero necessari solo per pagare gli azionisti che non decidessero di rimanere da “privati”. Musk è ottimista ed è convinto che molti diranno sì. Valuta infatti che i possessori di “due terzi delle azioni” sosterranno la transizione. Servirebbero quindi circa 20 miliardi di dollari.

I prossimi passi

Nei prossimi giorni, Musk proseguirà gli incontri con gli azionisti. È convinto che l'annuncio su Twitter sia stata “la cosa giusta”. E non è escluso che gli aggiornamenti arrivino da lì, nonostante gli occhi della Sec. Intanto Musk ha nominato gli advisor dell'operazione. Silver Lake e Goldman Sachs per curare la componente finanziaria; Wachtell, Lipton, Rosen & Katz e Munger, Tolles & Olson per quella legale. Il loro coinvolgimento serve a “valutare una serie di potenziali strutture e opzioni” e per “capire esattamente quanti degli attuali azionisti rimarranno anche se la società dovesse diventare privata”.

Una volta definiti i dettagli, il percorso passerebbe da un “comitato speciale”, espressione del consiglio di amministrazione. Per poi affrontare, in caso di via libera, il voto degli azionisti.

Non è un caso che l’Assemblea della federazione mondiale del tennis si tenga negli Stati Uniti e per di più ad Orlando, la sede di Disneyword, la patria del paradiso del divertimento. E’ anche la patria del presidente della Itf, David Haggerty, che, nel settembre 2015 ha preso il posto dell’italiano Francesco Ricci Bitti mettendo al primo punto del suo programma la modifica delle regole e la tradizione del tennis. Così, d’accordo con la presidentessa della fortissima federtennis Usa, Katrina Adams, al grido di “cambiare è bello e moderno”, nel nome della tv e quindi degli inserzionisti e del dio dollaro, sta dando l’ultima spallata per sradicare, il 16 agosto, il pilastro del tennis, la Coppa Davis. Cioé la sfida mondiale per nazioni che resiste gagliardamente dal 1900 e che mister Haggerty intende modificare radicalmente dall’anno prossimo. Perciò, giovedì, chiederà ai due terzi delle 147 nazioni rappresentate di varare il famigerato Progetto ITF2024, ed è fortemente probabile che alla fine si garantirà il 66,66% dei voti degli aventi diritto, cioé 306 preferenze su 456. 

I grandi del passato sono contrari

La nuova Itf se ne infischia delle opinioni della base, e anche della sdegnata protesta di tutti i grandi campioni del passato. Che, come Manuel Santana, si sono espressi dichiaratamente contro il progetto. Perché, anche se non è spinta da alcun assillo finanziario, ha in ballo un ulteriore business di 3 miliardi di dollari da spalmare nei prossimi 25 anni grazie all’accordo con Kosmos, il gruppo di investimenti legato al calciatore spagnolo Gerard Piqué. E, in cambio di questa montagna di soldi, baratta volentieri la storia del tennis, trasformando la competizione a squadre maschile più antica e prestigiosa con la promessa di spingere i migliori giocatori a parteciparvi con regolarità, grazie all’ennesimo bonus e alla lusinga di un impegno ridotto.

Il montepremi di quasi 23 milioni di euro (15,3 per le squadre e 7,6 per le federazioni) è troppo stimolante per non suggerire un compromesso al primo progetto. Che prevedeva la disputa della Coppa in un solo fine settimana, a novembre, e in sede unica, abbandonando la formula vincente di quattro week-end, spalmati su tutto l’anno e, soprattutto, nel mondo intero, offrendo anche ai più piccoli paesi di ospitare in casa le gare e di promuovere il tennis nel modo più diretto. 

Torneo in due fasi

 Con la nuova proposta, la Davis si terrebbe così in due fasi. Per salvare il criterio di selezione capillare e di globalità della competizione, ci sarebbe un turno preliminare con 24 squadre, a febbraio, con la formula tradizionale (incontri alternati, una volta in casa, la volta successiva in trasferta), con le nazioni vincitrici ammesse alle finali e quelle perdenti chiamate a competere nei Gruppi di zona, come adesso. Con, però, sfide di due giorni e non tre e con match al meglio dei tre e non dei cinque set. Si qualificherebbero ai quarti le vincenti dei sei gironi all’italiana più le due migliori seconde classificate (basandosi sui set e i game vinti), quelle che al 17esimo e 18esimo posto retrocederebbero direttamente nei Gruppi di Zona, mentre le 12 dal sedicesimo al quinto posto disputerebbero il turno preliminare di qualificazione l’anno successivo. Quindi, le Finali a 18 squadre vedrebbero la partecipazione delle dodici qualificate dal turno preliminare di febbraio, delle quattro semifinaliste dell’anno precedente più due selezioni invitate come wild card. Sarebbero divise in sei gironi da tre all’italiana, seguiti da quarti di finale, semifinali e finale, con due singolari e un doppio, da disputare in due giorni.

Ragioni esclusivamente economiche

La matrice strettamente finanziaria del progetto è talmente marchiana e talmente “made in Usa” che un affarista come Larry Ellison, fondatore del gruppo Oracle, si è appena impegnato ufficialmente a supportare i progetti di riforma della Davis con investimenti diretti, pur di garantirsi che, dopo le prime due edizioni della gara in Europa (probabilmente a Lille, in Francia), il suo torneo di Indian Wells diventi sede della fase finale. E, purtroppo, nazioni ospiti dei tornei dello Slam, come Inghilterra e Francia, si sono schierate a favore delle fantomatiche Finali di coppa Davis. A dispetto della lettera negativa di Tennis Europe (ex Eta), l’associazione delle 50 federazioni europee, guidata dal russo Vladimir Dmitriev. E del no ufficiale di Tennis Australia.

Tante perplessità

Le perplessità sono tante. Il dio denaro giustifica la modifica di una gara classica dello sport, che si differenzia da tutte le altre e caratterizza il tennis stesso? Con le wild card, cioé gli inviti degli organizzatori che andrebbero sicuramente a promuovere d’ufficio i campioni, non si intacca ulteriormente lo spirito dello sport nel segno del gigantismo e delle super-star a discapito dell’ideale olimpico della partecipazione, della qualificazione e anche della sorpresa che caratterizzano in particolare la Davis? Così facendo non si snaturano il valore e il carattere della competizione trasformandola da motivo di orgoglio in una gara come le altre? Con la Davis attuale non è detto che i migliori siano presenti alle finali, mentre con la proposta Itf molti sarebbero schierati d’ufficio: in quali condizioni ci arriverebbero, però, e con quale spirito dopo l’ingolfatissimo e durissimo ottobre, coi due Masters 1000 di Shanghai e Parigi-Bercy, sempre più caratterizzati dalle rinunce? Povero tennis, diventa roba da Micky Mouse…

I cybercriminali starebbero preparando un'operazione “svuota bancomat”. Lo afferma l'Fbi. Gli agenti federali americani avrebbero già avvisato le banche, avvertendole di una possibile offensiva “nei prossimi giorni”. La tecnica utilizzata sarebbe nuova e combinerebbe attacchi informatici sofisticati con truffe di vecchi stampo.

Da una parte, gli hacker comprometterebbero, tramite la diffusione di malware, i sistemi informatici per manomettere le impostazioni degli utenti e rimuovere i meccanismi anti-frode. In particolare, verrebbero disattivati il limite di prelievo giornaliero, che è il principale ostacolo se si vogliono rubare somme importanti.

A questo punto, si inserirebbe la truffa classica: con carte clonate o con numeri di carte reperite nel dark web e utilizzati, grazie all'aiuto di falsari, per ingannare i bancomat. L'attacco potrebbe essere mosso durante il fine settiamana, quando la guardia degli istituti è più bassa e la loro capacità di reazione meno immediata.

Israele ha deciso di riaprire oggi il confine di Kerem Shalom con la Striscia di Gaza. La mossa è destinata ad alleggerire le condizioni di vita dei palestinesi in quei territori, poichè da lì passano diversi beni necessari alla loro sopravvivenza. Inoltre, ha affermato un comunicato dell'esercito israeliano, "sarà estesa di nove miglia nautiche la zona di pesca definita per la Striscia di Gaza". Il confine era stato chiuso un mese fa, come reazione agli aquiloni incendiari che partivano dai territori palestinesi.

Flag Counter