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Funambolo TikTok. L’applicazione sta cercando un equilibrio tra mercato internazionale e cinese, tra cassa e politica, fra trasparenza e censura. La strategia è chiara: rifarsi una verginità in Europa e Stati Uniti senza inimicarsi Pechino. Il manichino su cui cucire questo abito double face c’è già.

Un unico sviluppatore, ByteDance, controlla due app uguali ma con rigidità censorie differenti: Douyin in Cina, TikTok nel resto del mondo. Passare dal disegno alla realizzazione del vestito su misura, però, non sarà semplice. ByteDance ci sta lavorando.

India no, Stati Uniti forse

Nell’hardware, le filiere di Cina e occidente sono intrecciate. Produzione e mercati di sbocco non possono fare a meno l’una degli altri. Nei servizi, invece, c’è ancora una forte distinzione per aree di influenza. Facebook, Twitter e Google non sono ammessi da Pechino e le app cinesi non sono riuscite a imporsi oltre i propri confini. La principale eccezione è proprio TikTok, la cui proprietà ha sede nel distretto di Haidian.

Anonymous ha raccomandato di “cancellarla subito”, perché “di fatto sarebbe un malware gestito dal governo cinese per eseguire un’operazione massiva di spionaggio”. La prima a muoversi è stata l’India. Dopo gli scontri al confine tra i due eserciti, il Paese ha bandito l’applicazione (assieme ad altre 58) per questioni di “sicurezza nazionale”: c’è il timore che raccolgano dati per il governo cinese. Le stesse preoccupazione hanno spinto il segretario di Stato Usa Mike Pompeo a “valutare il bando”.

ByteDance, operazione internazionale

India e Stati Uniti non sono due mercati qualsiasi per TikTok: sono i più importanti fuori dalla Cina. Ecco allora la volontà di darsi una lucidata. A parole, lo ha sempre fatto: ByteDance ha parlato di accuse infondate e negato qualsiasi rapporto con Pechino. Adesso però serve altro.

A maggio, alla guida della società è arrivato un americano, Kevin Mayer: dopo una carriera in Walt Disney, è stato nominato ceo di TikTok e coo di ByteDance. I vertici della società hanno assicurato che i dati non vengono conservati in Cina e, secondo il Wall Street Journal, la capogruppo starebbe pensando di stabilire una nuova sede all’estero e di modificare la propria struttura, con un consiglio di amministrazione dedicato esclusivamente all’attività internazionale.

Hong Kong: TikTok e Douyin app siamesi

Tutte le mosse vanno nella stessa direzione: non basta più sdoppiare TikTok e Douyin; serve distinguerle. È coerente con questa strategia anche la sospensione delle attività a Hong Kong: una pausa per capire se la legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino abbia un impatto sulla libertà d’espressione.

Se altre altre società (Facebook, Twitter, Google) hanno fatto lo stesso a cuor leggero (visto che sono già vietate in Cina), per TikTok la mossa non era scontata. Il percorso di sdoppiamento punta al mercato internazionale ma non può pregiudicare gli equilibri interni. Inimicarsi il partito non sarebbe proprio il top della comodità.

ByteDance ha scelto la strada del rischio calcolato: lasciare Hong Kong è anche (se non esclusivamente) un messaggio: siamo indipendenti dalla Cina. Pechino potrebbe non aver gradito, ma dal punto di vista commerciale TikTok non rischia nulla. Douyin prosegue le attività sia in Cina che a Hong Kong

. Sebbene – come riferisce Reuters – non ci sia la volontà di sostituire la versione internazionale con quella cinese, il ceo di ByteDance ha affermato che “ci sono molti utenti di Douyin” nell’ex colonia britannica. In breve: la società guidata da Zhang Nan sacrifica (peraltro solo in parte) un mercato minuscolo come Hong Kong e usa la leva della libertà d’espressione per convincere India, Stati Uniti ed Europa.

Trasparente ma non troppo

La strategia delle app siamesi emerge anche nel “Rapporto sulla Trasparenza”, con il quale TikTok pubblica (ogni sei mesi) quanti contenuti sono stati rimossi e quante richieste di accesso ai dati ha ricevuto dalle autorità di ciascun Paese. Nato per dire che “non abbiamo nulla da nascondere”, il rapporto finisce proprio per sottolineare la doppiezza di ByteDance.

Perché da questa “operazione verità” è esclusa la Cina. Tra il primo luglio e il 31 dicembre, sono arrivate 302 “richieste legali di informazioni relative a utenti” dall’India (nove su dieci accolte), cento dagli Stati Uniti, 16 dal Giappone, 15 dalla Germania. Cinque anche dall’Italia, cui TikTok ha risposto solo in una caso. Zero da Hong Kong. I numeri, in ogni caso, sono minimi se confrontati con la quantità di richieste che arriva a una piattaforma come Facebook. Solo per fare un confronto: nello stesso periodo (il secondo semestre 2019), a Menlo Park sono arrivate 241 richieste da Hong Kong, 2.368 dall’Italia e 51.121 dagli Usa. Questione di stazza, certo. Ma anche Twitter (che ha meno utenti di TikTok) riceve più richieste: nel primo semestre 2019 (l’ultimo periodo disponibile) 2120 dagli Stati Uniti, 66 dall’Italia e tre da Hong Kong. 

Un fatturato, due sistemi

Nel rapporto sulla trasparenza spicca però l’assenza della Cina. E non perché non abbia presentato richieste ma per un’altra ragione: Douyin è un’app distinta, che quindi non rientra nelle statistiche di TikTok. Ha una concezione di trasparenza diversa. Così, proprio mentre la legge sulla sicurezza nazionale fa tramontare la dottrina “un Paese, due sistemi” (che riconosceva autonomia a Hong Kong), ByteDance si ritira dall’ex colonia per rilanciarne la versione commerciale: due app, due sistemi, un solo fatturato.

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