Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – Un gigantesco balzo per SpaceX, un piccolo passo per la Silicon Valley (e dintorni). Anche se l’azienda ha sede a Sud di Los Angeles, pochi incarnano lo spirito della valle come Elon Musk. Il decollo del Falcon 9 assicura un dividendo di popolarità di cui avevano bisogno sia il ceo che le società della West Coast.

L’epica della Silicon Valley, quella dei garage e dei ragazzini diventati miliardari, quella delle regole e dei mercati rivoluzionati dall’innovazione tecnologica, si è ammaccata negli ultimi anni. Musk non è mai rimasto impelagato in scandali sulla privacy o nelle accuse di monopolio. Eppure anche la sua immagine si era appannata. Lui ci ha messo (tanto) del suo: i tweet poco ortodossi, le burle social, la deriva complottista sul Covid-19 e la spinta per riaprire subito l’impianto produttivo della casa (con minaccia di mollare la California).

Questione di reputazione

Secondo la classifica 2019 di Glassdoor dei ceo di società americane più apprezzati dai propri dipendenti, Musk è fuori dalla top 100. Non vuol dire che sia odiato, visto che per entrare in graduatoria serve un apprezzamento oltre il 90%. Ma colpisce comunque il fatto che il padre del primo volo spaziale privato con equipaggio fosse ottavo nel 2017, proprio per il suo ruolo in SpaceX. Nel 2018 era già 49esimo. I dati di Glassdoor sono ballerini perché si giocano sul filo dei giudizi, raccolti con indicazioni volontarie (non sono quindi un campione accurato).

ùMa dietro la discesa di Musk c’è qualcosa di più: c’è una tendenza. Nel 2016, cinque degli otto ceo più apprezzati guidavano società tecnologiche: Facebook, LinkedIn, Salesforce, Google, Apple. Nel 2019 ne erano rimasti due: Jeff Weiner di LinkedIn (una costante) e Satya Nadella di Microsoft (l’antidivo dei ceo tecnologici).

È il segnale dei guai attraversati dai gruppi (Apple con le vendite di iPhone in difficoltà, Facebook alle prese con Cambridge Analytica, Google accusata di concorrenza sleale) ma anche di un modello che sembrava perdere colpi, quello dell’uomo solo al comando: accentratore (Musk ha dovutoseparare le cariche di ceo e presidente di Tesla in obbedienza a un provvedimento della Sec), poco incline a sopportare le critiche, discusso. Basti citare, oltre a Zuckerberg, Travis Kalanick di Uber e Adam Neumann di WeWork.

Perché Musk incarna la Silicon Valley

Se Kalanick e Neumann sono caduti in modo fragoroso e Zuckerberg ha assunto un profilo più accomodante, Musk ha scelto di percorrere la solita strada, sia comunicativa che commerciale: ha rilanciato, anche a costo di spararla grossa. Nella sua carriera, quasi mai ha rispettato le scadenze indicate. Ma ha comunque raggiunto traguardi fino a quel momento bollati come impossibili.

E ognuno di essi, spesso ottenuto in extremis, si è tradotto in un’apertura di credito tale da perdonargli altri cronoprogrammi disinvolti e sbruffonate alla Marchese del Grillo. La sua carriera e il suo atteggiamento sono il parossismo di alcuni motti tipici della Silicon Valley. Come quel “Move fast and break things” (“Muoviti veloce e rompi”) creato da Facebook. O come “Fake it till you make it” (“Fingi fin quando non realizzi”).

Da Cape Canaveral a San Francisco

Il perché ci sia tanta Silicon Valley in quel decollo da Cape Canaveral lo ha sintetizza Keith Cowing, ex dipendente dell’agenzia spaziale americana e oggi giornalista di Nasa Watch: “SpaceX ha avuto il lusso di raccogliere le migliori lezioni apprese dalla Nasa, aggiungendo quelle del settore privato e mescolando i moderni concetti di miglioramento continuo presi dalla Silicon Valley”.

Ecco perché, nonostante SpaceX abbia sede a Howthorn, la luce del Falcon 9 potrebbe riflettersi anche dalle parti di San Francisco. Le società tecnologiche sono sempre più capaci di muovere i bilanci ma sempre meno l’animo di chi le ascolta. Persino gli ululati nelle presentazioni dei nuovi prodotti sono diventati più stanchi.

Musk ha mantenuto intatta un po’ di quella mistica da lupetto nero, portandola con sé in macchina e in orbita. Serve anche quella. Come ha notato Alex Lazarow su FastCompany, “la Silicon Valley ha un’incredibile capacità di innovazione”, ma deve “puntare su nuovi settori” che fino a ora ha solo sfiorato.

Ad esempio, “solo il 18% degli unicorni statunitensi si occupa di salute, istruzione, inclusione finanziaria o agricoltura”. Se non si rinnova, c’è il rischio di fare la fine di Detroit, patria decaduta dell’automobile. Chissà se la trasformazione passerà anche dallo spazio.

Flag Counter