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Niente autorizzazioni, foto segnaletiche, precedenti penali. Per essere schedati dalle autorità statunitensi basta avere la patente. Fbi e Ice (l’agenzia federale che controlla l’immigrazione) hanno già utilizzato migliaia di volte il riconoscimento facciale per confrontare le immagini di sospetti e gli scatti presenti sulla licenza di guida. Lo ha rivelato il Washington Post. Un archivio enorme, di milioni di individui. Cui le agenzie investigative attingonosenza una procedura formale e con grande libertà.

Il riconoscimento imperfetto

Che Fbi e Ice utilizzino il riconoscimento facciale come supporto alle indagini è ormai noto. L’inchiesta del Washington Post dà però la dimensione di quanto la pratica sia diffusa. E di come non coinvolga solo chi è già schedato per aver commesso un reato ma chiunque abbia una patente. Basta una richiesta al Department of motor vehicles (la motorizzazione statunitense).

L’uso delle patenti come archivio solleva diversi temi. Il primo è comune a tutti i casi in cui il riconoscimento facciale è utilizzato: la tecnologia non è perfetta. La stessa Fbi ha ammesso che le corrispondenze esatte sono attorno all’86%. I federali lo hanno detto per sottolineare l’efficacia del sistema. Ma vuol dire che una corrispondenza su sette è sbagliata. Non poco quando si tratta della libertà di un individuo.

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È vero che il riconoscimento facciale non può essere una prova ma solo un indizio che va supportato da altre verifiche. Ma resta, oltre alla fallibilità, anche la tendenza – confermata da diversi studi – ad alcune distorsioni “tecniche”. La tecnologia è meno efficace quando l’illuminazione non è perfetta e quando l’immagine è sgranata. Logico che sia così. Il problema è che non ci sono standard minimi che definiscano se un fotogramma sia attendibile. E soprattutto: il riconoscimento facciale ha dimostrato di avere un margine d’errore più alto su donne e persone di colore. Un difetto che quindi esporrebbe soprattutto le minoranze etniche.

La 4000 ricerche al mese dell’Fbi

Il Washington Post, il cui proprietario (Jeff Bezos, fondatore di Amazon) ha creato un sistema di riconoscimento facciale (Rekognition) venduto anche alle forze di polizia, va oltre la fallibilità. Né il Congresso né le norme statali hanno autorizzato l’utilizzo delle patenti come archivio di foto. E nessun individuo, al momento del rilascio o del rinnovo, ha mai firmato il consenso o la rinuncia alla schedatura. Nonostante l’assenza di nullaosta, il riconoscimento facciale è già utilizzato in modo massiccio: dal 2011 l’Fbi ha effettuato 390.000 ricerche negli archivi locali. Cioè circa 4.000 ogni mese. Il quotidiano parla quindi di una tecnologia usata “regolarmente”, soprattutto per rintracciare i sospetti di reati minori, come ad esempio i piccoli furti.

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Non è ancora chiaro quante di queste ricerche passino dalle patenti. Ma vista l’assenza di una procedura chiara, la richiesta di confrontare l’immagine di un sospetto con una fototessera può arrivare anche con una semplice mail, inviata da un agende dell’Fbi o dell’Ice a un suo contatto locale. Secondo Jake Laperruque, consulente legale di Project on Government Oversight (un’organizzazione che vigila sulle attività federali) potrebbero essere una fetta importante. “Le persone – ha spiegato Laperruque al Washington Post – pensano che il riconoscimento facciale sia il futuro. Invece è già qui”.

Le minoranze (di nuovo) a rischio

C’è poi un altro rischio. Alcuni stati, come Utah, Vermont e Washington, permettono anche agli immigrati privi di documenti di ottenere licenze di guida. Gli agenti dell’Ice hanno eseguito ricerche anche in questi archivi. Se da un lato, quindi, uno stato apre un’opportunità, dall’altra espone specifiche categorie di persone al riconoscimento facciale, tutt’altro che esatto e senza alcuna autorizzazione.

Una procedura che acuisce il timore, già diffuso, sull’utilizzo della tecnologia come strumento per colpire gruppi specifici di persona (la Cina lo sta già facendo sugli Uiguri). Fbi e Ice non hanno smentito. L’agenzia per il controllo dell’immigrazione si è limitata a dire che “le tecniche investigative sono generalmente considerate sensibili”.

Quindi no comment. Il 4 giugno, l’Fbi ha spiegato al Government Accountability Office di avere accesso, attraverso diversi archivi, a 641 milioni di volti. Il Federal Bureau of Investigation, contattato dal Washington Post, non ha voluto aggiungere altro e ha rimandato all’audizione fornita da Kimberly Del Greco (uno dei responsabili del riconoscimento facciale) al Congresso lo scorso giugno: è una tecnologia che serve “per preservare le nostre libertà nazionali e salvaguardare la nostra sicurezza”. L’archivio si espande, ma non si conoscono ancora i metodi utilizzati per sfruttarlo.

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