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Ieri, mentre in Italia il ministro dell’Interno bloccava una nave carica di migranti a Trapani manco fosse un magistrato; e mentre il presidente degli Stati Uniti trattava i suoi alleati come un ispettore del fisco; e mentre gli appassionati di calcio di tutto il mondo discutevano su chi tifare Francia o Croazia nella finale di domenica; per oltre centotrentamilioni di persone, soprattutto adolescenti ma non solo, quasi tutti abitanti della parte del mondo ricco e sviluppato, era il giorno più atteso dell’anno. Il giorno della nuova stagione di Fortnite. La stagione 5.

Di Fortnite abbiamo già parlato. È uscito da un anno (era il 25 luglio 2017) ed è già il videogioco più popolare della Terra, secondo la definizione del magazine The New York. È l’Instagram del mondo dei giochi, cioé è quello a cui giocano i giovanissimi quando non si fanno i selfie. (ma anche ai mondiali di calcio in Russia se avete visto i giocatori fare degli strani balli dopo un gol, ecco, stavano mimando le danze di Fortnite). Ieri era il giorno della “stagione 5”, come una serie tv: vuol dire che veniva aggiornata la mappa dell’isola dove si svolge la battaglia reale, e quindi c’erano nuovi posti da scoprire, nuove armi da trovare, nuove armature (le ambitissime skin) e nuovi personaggi. Ad ogni nuova serie, i precedenti benefit si azzerano e devi ricomprare il pass battaglia ad un prezzo che va dai 9 euro in su: in questo modo solo a maggio Fortnite ha incassato oltre 300 milioni di euro. Ieri deve essere andata anche meglio perché per un paio d’ore i server della Epic Games, che lo ha inventato e lo produce, sono andati ko per le troppe richieste di download. E persino un magazine patinato e attempato come Forbes ragiona sull’opportunità di spendere o meno dei soldi per il pass battaglia come se parlasse di hedge fund.

È come una serie tv, dicevo, ma quello che succede lo decidi tu, anzi lo decidono contemporaneamente cento giocatori per volta collegati online ciascuno dal computer della sua cameretta, o dal telefonino, o dalla consolle: Fornite si gioca su qualunque piattaforma. Non è il primo videogioco a diventare un successo planetario, ma è uno dei pochi ad aver avuto la capacità di creare un mondo parallelo, con un linguaggio tutto suo: i ragazzini se lo raccontano usando termini derivati dall’inglese come shoppare, rispaunnare, killare. Ho chiesto a mio figlio perché preferiscano dire killare a uccidere. E lui mi ha detto che uccidere è una cosa brutta, killare è un gioco. È un mondo a parte, Fortnite, ma di tutto questo nel nostro mondo, quello degli adulti, non c’è traccia. E questo non è un bel segnale da parte nostra.

Al momento di fare i compiti delle vacanze ieri ho detto a mio figlio che la maestra voleva che si inventasse una storia con i personaggi di Cenerentola. L’ho visto affranto. Allora gli ho detto che secondo me valeva anche se la storia la inventava nel mondo di Fortnite: si è illuminato e ha iniziato a scrivere felice. Tocca a noi adulti lo sforzo di provare a capirli. Non escludo che possa anche essere divertente.

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