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Datacenter sott’acqua, il futuro è arrivato. Microsoft ha annunciato di aver installato la prima centrale di dati in mare. L’azienda di Redmond, estremo ovest degli Stati Uniti nello Stato di Washington, è cioè entrato nella Fase 2 del Project Natick, il piano di Microsoft per valutare la fattibilità di collocare i suoi datacenter in acqua. La prima immersione è avvenuta l’1 giugno scorso al largo delle Isole Orcadi, a nord della Scozia. Un container che ospita una sfilza di 864 server per un totale di 27,6 petabyte, qualcosa come 27.600 terabyte. Uno spazio sufficiente a memorizzare 5 milioni di film.

L’obiettivo di collocare i server in un container sottomarino, secondo la società, è soprattutto ambientale: l’acqua servirà a raffreddare in maniera semplice e ecologica la centrale di dati, mentre l’energia rinnovabile proveniente dall’acqua consentirà di alimentarsi in maniera green. La conferma arriva anche da Ben Cutler, il curatore del Project Natick, che ad Agi ha spiegato alcuni dettagli dell’operazione che durerà dodici mesi. “L’idea che ogni datacenter sia in grado di fornirsi autonomamente energia è molto attraente”, ha commentato Cutler secondo cui uno degli obiettivi di Microsoft è proprio quello di non impattare sulla disponibilità di acqua potabile.

Performance migliori, ma che rischi ci sono per la fauna marina?

Spostare questi grandi contenitori di dati vicino alle coste avrebbe effetti positivi anche sulla performance dei servizi che si basano proprio su questi dati. Oltre la metà degli abitanti del pianeta vivono entro 200 chilometri dalle coste marine, motivo per cui i tempi di latenza nella risposta dei server che ospitano i dati diminuisce se si trovano in prossimità delle aree abitate. Ma ci saranno danni per l’ecosistema marino che si troverà invaso da queste tecnologiche centrali? Secondo Cutler la fase servirà proprio a valutare aspetti anche di questo tipo, anche se l’esperimento condotto in California sembra tranquillizzare. “Abbiamo notato che la struttura era stata colonizzata da diversi tipi di pesci”, ha spiegato Cutler. L’intenzione della società americana di fare altre ricerche.

Niente rischi per la cybersecurity

Un datacenter in acqua corre più rischi di quelli sulla terraferma di subire attacchi? Per Cutler la soluzione subacquea non è più esposta dei normali spazi destinati ai server. “È come tutti gli altri”, spiega aggiungendo che è dotato di sistemi di crittografia e di standard di sicurezza uguali a tutti gli altri datacenter di Microsoft.

 

La storia di questo innovativo datacenter comincia alla fine del 2013 quando un impiegato della società, l’ex soldato della sottomarina statunitense Sean James, scrive un documento che finisce tra le mani di Norm Whitaker, il direttore dei progetti speciali di Microsoft. È così che nasce il team di ricerca che porta, nel 2014, all’avvio della prima fase del Project Natick. Un anno più tardi, ad agosto del 2015, la Leona Philpot – la “nave” che fisicamente ospita il datacenter – viene immersa a un chilometro di distanza dalla costa californiana, rimanendovi per cinque mesi. Un periodo durante il quale vengono effettuati i test necessari a dare il via libera a ulteriori esperimenti, come quello della scorsa settimana in Scozia. 

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