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Chi è andato allo stadio lo sa: ci sono ultrà che danno le spalle al campo. Non vedono la partita: tifano e basta. Ecco, quando si parla di lavoro, tecnologia e intelligenza artificiale, tra allarmisti e ottimisti si rischia di stare sempre in curva. Senza capire chi stia giocando e come andrà a finire il campionato. Il campo dice che potrebbe non esserci solo la “scomparsa di molti mestieri”: “Cambieranno la natura stessa del lavoro e dell'impresa e scomparirà l'associazionismo classico”. Lo afferma Roberto Podda, avvocato e responsabile del dipartimento di diritto del lavoro di K&L Gates Milano, che con AGI commenta i risultati di uno studio promosso dal K&L Gates Legal Observatory sul legame tra nuove tecnologie, lavoro e imprese italiane.

Imprese e lavoratori lontani dall'AI

Secondo la ricerca (che ha coinvolto 3000 persone), sei manager su dieci pensano che aziende e lavoratori italiani non siano ancora pronti ad abbracciare l'intelligenza artificiale. Eppure, non manca chi si dice convinto che possa portare benefici. Per il 57% dei manager , soprattutto nella logistica, per rendere più efficiente la gestione dei magazzini e le operazioni di trasporto. Prospettive favorevoli anche per l'intreccio tra intelligenza artificiale e servizi finanziari (45%), soprattutto in termini di sicurezza, semplificazione e contrasto alle frodi. Il 36% dei manager indica il settore dell’automotive, e in particolare la guida autonoma. Uno su quattro ritiene che l’intelligenza artificiale possa aiutare il comparto manifatturiero nei processi produttivi. Infine, il 18% indica la sanità, per velocizzare il lavoro dei medici anche a vantaggio della salute dei pazienti.

Se l'innovazione non è importante

Al di là dei singoli settori, c'è un dato dello studio che più di altri racconta un approccio: solo la metà dei manager crede che le nuove tecnologie, se integrate all’interno dell'azienda, possano portare vantaggi competitivi sul mercato. E solo il 19% ritiene che l'intelligenza artificiale sia un “treno imperdibile per non restare indietro”. “Non si è ancor capita la portata del cambiamento”, afferma Podda. “Siamo in un momento simile alla seconda rivoluzione industriale. I manager delle società italiane vedono spesso le nuove tecnologie solo come un sistema per risparmiare sui costi. Ma, allo stesso tempo, sono poco disponibili alle conseguenze che comporta in termini di controllo dei lavoratori. Vogliono la botte piena e la moglie ubriaca. Ecco perché alcuni nuovi modelli organizzativi, come il lavoro agile, stentano ad affermarsi”.

Come cambia il lavoro

Il cambio di prospettiva, però, non riguarda solo l'imprenditore. Se le aziende devono confrontarsi con una riorganizzazione strutturale (nel 34% dei casi) e con nuovi piani di formazione delle risorse (29%), anche i lavoratori devono reggere a nuove sfide: evolvere competenze e abilità (32%) e imparare a lavorare insieme alla tecnologia (29%). Ecco perché, spiega Podda, non si tratta solo di una rivoluzione dei mestieri e delle mansioni, ma anche dei rapporti di lavoro. “C'è ancora un approccio conservativo, con una visione paternalistica delle imprese e poco dinamica dei lavoratori. Le une e gli altri non hanno capito che ormai né tempo né luogo di lavoro sono decisivi. Si fa fatica a capire che ci sarà una progressiva imprenditorializzazione del lavoratore. Sarà meno inserito nell'organizzazione dell'impresa, che tenderà ad attingere a un modello on demand”. Tentare di opporsi a questo cambiamento è “come provare a bloccare il vento con le mani”.

Il futuro delle piattaforme digitali

Nuove tecnologie e intelligenza artificiale sono destinate quindi, secondo Possa, a “disintegrare gli istituti di protezione sociale classici”. Che dovrebbero essere bilanciati da “politche attive che garantiscano continuità del reddito e ricollocamento”. In questo nuovo assetto, anche le piattaforme digitali (come Foodora e Deliveroo) guadagneranno spazio, inquadrate in una nuova cornice normativa. Secondo lo studio di K&L Gates Legal Observatory, infatti, per il 37% dei manager il legislatore ha “un ruolo focale”, principalmente nello “stabilire norme eque senza frenare la spinta a innovare”. “Servono regole – conferma Podda – per far sì che le piattaforme siano imparziali, senza distorsioni né discriminazione dovute al rifiuto della prestazione”. Ma, accanto alle norme, va costruire una “nuova educazione dell'impresa”.

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