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Da oggi la Pubblica amministrazione è un po' più aperta. Sono state pubblicate le “Linee Guida sull’Acquisizione e Riuso del Software”, frutto della collaborazione tra il Team Digitale e AgID.

Il Codice per l’Amministrazione Digitale (Cad) prevede già che le amministrazioni rilascino tutto il codice di loro proprietà sotto una licenza libera, mettendolo gratuitamente a disposizione di altre amministrazioni che vogliano personalizzarlo e utilizzarlo. Un obbligo fino a ora nullo. “Perché queste leggi potessero essere pienamente operative – spiega all'Agi Giovanni Bajo, responsabile dei rapporti con gli sviluppatori per il Team Digitale – era necessario creare un documento che spiegasse nel dettaglio i processi da seguire”. Con le linee guida, il quadro normativo italiano diventa “il più avanzato d’Europa in materia di open source dentro la Pubblica Amministrazione”.

I vantaggi di un software libero e condiviso

Con quali vantaggi? “C'è un risparmio evidente in termini di tempo e risorse – afferma Bajo – perché non si replicherà più qualcosa di esistente ma si incoraggiano le sinergie. Invece che iniziare da zero, le amministrazioni potranno (e dovranno) valutare prima un software open source esistente, e valutare se sia sufficiente personalizzarlo ed evolverlo per adattarlo alle proprie esigenze”. La spesa potrebbe quindi essere ridotta o condivisa: “Se tante amministrazioni condividono lo stesso software, perché non accordarsi e dividersi per esempio i costi di manutenzione?”, spiega Bajo.

Oggi la Pubblica Amministrazione italiana spende centinaia di milioni di euro per l’esecuzione di progetti legati al mondo del software. L'AgiD, ad esempio, ha censito 621 milioni di euro di spesa nel triennio 2013–2015 solo tra una ventina di grosse amministrazioni tra ministeri ed enti. Senza contare le amministrazioni più piccole.

Con un codice aperto e condiviso, afferma ancora Bajo, ci sarà “un patrimonio pubblico di software, costantemente aggiornato e ampliato”. Cui potranno attingere ministeri, regioni, comuni e scuole. L'obiettivo finale è creare “un motore di ricerca per software della PA”. Che metta a disposizione il codice ma che favorisca anche il contatto tra gli enti che lo hanno già utilizzato e quelli che intendano farlo.

Ma il problema della pubblica amministrazione rimane culturale, e di competenze

Certo, i problemi non mancheranno. Perché la PA italiana è molto frammentata, perché non c'è l'abitudine a fare squadra e perché mancano le competenze. “Rendere open source un software che non è nato per esserlo richiede un intervento tecnico”, ricorda Bajo. Un intervento che spesso il personale interno non è in grado di fare. Serve cercarlo altrove, impattando su tempi e costi. “Il problema delle competenze è fortissimo – ammette Bajo – ma stiamo lavorando con Consip per individuare un meccanismo di assegnazione efficace”. C'è poi da superare “un tema culturale: le PA sono abituate guardare al proprio interno o a fare appalti. E spesso mancano condivisione e comunicazione operativa, anche all'interno di dipartimenti dello stesso ente. Ma prima mancavano anche gli strumenti. Che adesso si sono”.

La linee guida saranno in consultazione fino al 5 maggio, per raccogliere commenti e consigli. Entro la fine dello stesso mese dovrebbero essere ufficiali e definitive. Ma il Team digitale partirà subito: è in contatto con alcuni enti che hanno mostrato interesse a diventare precursori e aprire il codice dei propri software. “Inizieremo immediatamente perché crediamo nell'esempio virtuoso”, conferma Bajo. “Ci sarà poi un monitoraggio e, dopo l'estate, un primo bilancio per capire risultati ed eventuali blocchi”.

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