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“È una cosa da computer, come una lettera elettronica”. Poche parole con le quali Lenny Leonard cercava di spiegare a Homer Simpson che cosa fosse una email. Era il dicembre del 2000, il fortunato cartone animato ambientato a Springfield dedicava una puntata al computer, e in giro non esisteva quasi nulla – parliamo di tecnologia – di quanto oggi ci sembra scontato.

Niente Whatsapp, zero social network, e sul lavoro scordiamoci Skype e Slack. Microsoft aveva appena rilasciato Millennium, l’erede del sistema operativo Windows ‘98. C’era quasi soltanto l’email. Quasi vent’anni più tardi, il funerale della posta elettronica non è ancora stato celebrato e l’email non pare neppure “a rischio estinzione”. Lo scrive Quartz, secondo cui “rimane una forza dominante nel mondo, nonostante la concorrenza”.

Perché ha successo? Perché “non appartiene a nessuno”

Il 13 febbraio scorso Google ha annunciato l’Amp – Accelerated Mobile Pages, cioè quel meccanismo per caricare le pagine web in modo più veloce – per l’email. O meglio, il colosso di Mountain View ha spiegato di voler introdurre alcune delle funzionalità in Gmail, il suo servizio di posta elettronica, per far sì che diventi più interattivo. Ad esempio, consentendo al destinatario di rispondere direttamente a un invito tramite l’email ricevuta, oppure compilare un questionario. L’ipotesi non è piaciuta a tutti: Ny Mag ha paventato anche l’ipotesi che inserire un codice JavaScript, che consentirebbe l’interazione, possa offrire il fianco a hacker capaci di sfruttare questa funzionalità come via per malware.

TechCrunch la pensa in maniera simile: e in un articolo di febbraio fa ha provato a spiegare le ragioni per cui le email continuano a riscuotere successo. Non c’entrano interattività o altri meccanismi di fruizione, quanto piuttosto il fatto che “nessuna aziende le possiede”. Il funzionamento è garantito infatti dal protocollo Smtp che ne garantisce l’interoperabilità anche tra provider differenti. “Funziona su ogni piattaforma, con ogni sistema operativo, su ogni dispositivo: una caratteristica oggi rara e preziosa”.

La prima email: uno scarabocchio

Ventinove anni prima dei Simpson, nel 1971, partiva l’email numero uno. Il mittente, il programmatore statunitense Ray Tomlinson, fu il primo a spedire un messaggio: e siccome Ray e i suoi colleghi stavano cercando un modo per far fruttare Arpanet – cioè l’antenato di Internet -, il testo inviato non sarebbe passato alla storia per il suo contenuto. Fu uno scarabocchio sulla tastiera, qualcosa come (anche se non esattamente) “qwertyuiop”, cioè la successione dei tasti della prima riga della tastiera del computer. Lo stesso Tomlinson aveva ammesso di aver dimenticato di preciso che cosa ci fosse scritto – “Non era qualcosa di indimenticabile” – spiegando che la sequenza di tasti potrebbe essere stato il messaggio. In ogni caso quella email, la prima a volare da un mittente a un destinatario, era una semplice bozza.

Ha cinquant’anni scarsi e non soffre della crisi di mezza età. Secondo Statista, nel 2017 sono state inviati 269 miliardi di email al giorno, un dato destinato ad aumentare. Per il 2021, al compimento del mezzo secolo, la stima è di quasi 320 miliardi di letterine digitali spedite quotidianamente. Qualche altro dato può aiutare a decifrare il fenomeno: gli account sono 3 miliardi e 700 milioni, per esempio. E ogni giorno un impiegato in ufficio riceve mediamente 121 email. Non tutto è positivo, naturalmente: c’è il problema dello spam, o delle phishing (le truffe attraverso Internet volte a carpire informazioni private). Eppure il fascino della posta elettronica sembra immutato. Secondo Quartz, la ragione risiede anche nella possibilità di “gestire, personalizzare e ignorare” i messaggi ricevuti. È come se fosse “più intimo rispetto agli standard digitali normali, oltre che più educato perché non richiede necessariamente una risposta immediata”. Di certo è sulla cresta dell’onda: su Internet fioccano persino i tutorial su come fare a raggiungere l’inbox zero, cioè l’ambito traguardo di zero email da leggere. 

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