Newsletter
Video News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

"Vogliamo hackerare il modo in cui si accolgono i rifugiati in Europa". Bassi costi e alta inclusione sociale. Una mission partita dalla Spagna, ma con forte imprinting italiano. Si tratta di "Imby", acronimo che sta per ‘in my backyard’, nel mio cortile e che fa il verso alla sigla di tutti i ‘no’, Nimby): è una piccola eco-casa assemblabile in pochi giorni nel giardino di chiunque si offra volontario per concedere spazio a una famiglia di immigrati o rifugiati.

"Il progetto si basa sulla voglia di ospitalità che sta sorgendo in Europa" dice Ricardo Mayor Luque, 31enne architetto spagnolo autore del progetto, che ha partecipato a Maker Faire a Roma. "Alcuni anni fa un’organizzazione francese ha aperto una call – continua – per chi volesse mettersi a disposizione per accogliere dei migranti: in un giorno sono arrivate 4000 chiamate da 4000 persone che volevano offrire i loro spazi, i loro giardini, per accogliere".

Il progetto è nato da architetti provenienti da Francia e Spagna con i gruppi "Quatorze" e "DAT Pangea" e dopo essere stato presentato alla Biennale di Venezia nel 2016, lo scorso marzo è stato premiato dall'Ambasciata di Italia in Spagna nell'ambito dell'iniziativa "The Fab Linkage" incentrato sul saper fare e sul nuovo ‘made in Italy’ superando i limiti territoriali e basato sulla sharing economy.

 

Lo scorso 10 novembre c'è stata invece la prima applicazione a Montreuil (Parigi) con la consegna a Sadeq, un rifugiato afghano, del modulo abitativo installato nel giardino di Charlotte e Dominique, una coppia francese. La piccola casa ha una cucina, un bagno, un wc, uno spazio per dormire nel mezzanino superiore e un altro spazio per la convivenza, usato come soggiorno o sala da pranzo. Ad assemblarla ci pensa una fitta rete di rifugiati e volontari che in una settimana danno il via al primo step di inclusione sociale. La facciata è realizzata con una tradizionale struttura in legno e sottostruttura in alluminio, che abbraccia i pannelli in policarbonato.

"E' un circuito chiuso, molto flessibile per il mercato e ha come obbiettivo – dice Ricardo Mayor – quello di fare abbassare il costo delle abitazioni. La casa ha dei benefici termici e di isolamento. Il modulo è in costruzione digitale, si può assemblare attraverso la tecnica giapponese: nessuna vite, nessun attrezzo, nessuna colla. E' una modalità molto semplice, ispirato ai sistemi Ikea o Lego".

Il costo dell'abitazione montata a Parigi è di 34 mila euro e entro 6 mesi, o 2 anni la famiglia che ha accolto il modulo sui suoi spazi può comprare la casa a metà del prezzo o la casa passa a un'altra famiglia e in un altro luogo. "Per questa prima abitazione abbiamo lanciato un crowdfunding raccogliendo 10 mila euro, una Fondazione francese ha messo la stessa cifra e il resto è venuto da altre organizzazioni che collaborano nel sociale. I costi di luce, acqua e gas vengono coperti da un’altra organizzazione di aiuto sociale. Per la famiglia che accoglie il costo è zero".

Il progetto si basa su una permanenza non temporanea ma di medio lungo termine e mira a invertire la separazione quasi assoluta tra "locali" e rifugiati come avviene nei campi libanesi e palestinesi. Il progetto è completamente open source e consente una notevole economia di scala. "Uno dei principi che ho condiviso con gli altri membri del gruppo – conclude Ricardo Mayor Luque – è quello di contrastare il sistema attuale monopolizzato da imprese che non prendono in considerazione le medio lunghe permanenze all'interno dei moduli abitativi rivolti ai rifugiati".

Flag Counter
Video Games