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AGI – Ogni anno, quando pubblica una nuova edizione dello Zingarelli, Zanichelli decide quali parole nuove devono entrare dal suo vocabolario. Ma anche quali devono uscire. Si tratta perlopiù di parole di cui nessuno sentirà la mancanza, così desuete da non comparire più da decenni in alcun testo. O di oggetti e strumenti scomparsi definitivamente e da tempo dall’uso comune.

Ci sono parole che resteranno ancora a lungo per il fascino che esercitano, ma che si riferiscono a oggetti che, pur mantenendo la stessa funzione, si sono così evoluti da non poter più avere lo stesso nome. Prendiamo il grammofono. Comparsa per la pima volta nel 1908 la parola serviva a definire quello strumento che serviva ad ascoltare suoni provenienti da un disco inciso. Oggi che il vinile è tornato di moda, nessuno chiamerebbe un giradischi “grammofono”, anche se lo scopo è sempre lo stesso: la riproduzione di suoni. E quanti fra dieci o vent’anni chiameranno ancora telefono uno smartphone?

Se si guarda alle offerte delle compagnie telefoniche, salta subito agli occhi che avere traffico voce ed sms illimitati è dato quasi per scontato, mentre la vera sfida si gioca sul campo del traffico dati. In questo l’Italia fa eccezione sia in Europa che rispetto agli Stati Uniti: palate di giga vengono date via a 10 euro perché gli italiani si sono scoperti grandi appassionati di social e fruitori di streaming in un Paese in cui la copertura della banda larga su linea fissa è ancora troppo limitata.

Ma quanto parliamo ancora al telefono? Gli adolescenti – e, ahimè, non solo loro – si scambiano interminabili messaggi vocali che non ammettono il contraddittorio in tempo reale. Nessuno di loro chiama più telefonino il cellulare, sia perché è una parola relegata agli anni ’90 e sia perché non è un piccolo telefono, ma uno strumento del tutto nuovo rispetto a quello entrato prepotentemente nelle nostre vite ormai trent’anni fa.

Ma una cosa non è cambiata: oggi come allora serve per raccontare e raccontarsi. “L’utilizzo maggiore dello smartphone è ancora legato alle funzioni basilari: chiamate, messaggi e fotografia” dice Isabella Lazzini, a capo del marketing di Oppo Italia “È ancora un racconto attraverso la creazione e la fruizione di contenuto: foto e testo”.

Ma è uno scenario che sta cambiando velocemente, come dimostra la travagliata storia del green pass.  Mostrare il certificato verde – e di fatto avere accesso alla vita sociale – è più facile se si possiede uno smartphone ed è più facile ottenere il green pass se si utilizza lo Spid, l’identità digitale per ottenere la quale è praticamente essenziale avere uno smartphone. Lo stesso vale per gli acquisti, il controllo da remoto della sicurezza della casa o della climatizzazione dell’auto. Nulla che abbia a che fare con una chiacchierata al telefono.

“È un nuovo concetto quello che si sta diffondendo” dice Lindoro Ettore Patriarca, direttore marketing di vivo Italia “qualcosa che è già funzione da tempo, ma è diventata da poco una idea condivisa: quello dello smartphone come abilitatore”. Non più un device, ma una porta di accesso a funzioni di ogni genere, dall’organizzazione delle vacanze al consulto medico. Ed ecco che quelli che fino a poco tempo fa ci apparivano poco più che come gadget divertenti assumono un ruolo nuovo: la fotocamera che funziona come microscopio diventa utile per fotografare un neo e farlo vedere al medico. Ma si possono misurare l’ossimetria e abilitare – per l’appunto – tutte quelle funzioni che, come dice Lazzini, “costituiscono lo scenario futuro della telemedicina e facilitano la discussione tra medico e paziente”.

Il problema, a questo punto, è la democratizzazione della tecnologia. Mettere cioè a disposizione del pubblico – di tutto il pubblico – quegli strumenti che non solo rendono la vita più semplice oggi, ma saranno indispensabili domani. Una delle tecnologie più utili e meno discusse è l’NFC (Near Field Communication) che, per citare un solo esempio, è quella che ci permette di pagare con lo smartphone, ma domani potrebbe consentirci di entrare in azienda senza cercare il badge nella borsa o al cinema senza aprie una app per mostrare il green pass. Non in tutti i telefoni l’NFC è presente e questo è già un limite nel processo di democratizzazione delle tecnologie. Un processo che sta portando allo sviluppo esponenziale della fascia media degli smartphone, quelli che stanno tra i 350 e i 600 euro e che costituiscono “la pancia del mercato”, come la definisce Lazzini.

“Siamo in una fase in cui fare ricerca e sviluppo per un produttore di smartphone non significa solo pensare a come rendersi indipendenti dai fornitori di chip” spiega Patriarca, “ma riuscire a mettere a disposizione del cliente la tecnologia migliore al prezzo più competitivo. Da una parte abilitatore di servizi, dall’altra aggregatore di tecnologia”.

È così che si spiega, ad esempio, l’operazione nostalgia che ha portato alla nuova edizione dell’iPhone SE, ormai quasi un anno e mezzo fa. Apple doveva creare un prodotto di fascia media senza che sembrasse che stava sposando la politica di abbassamento dei prezzi cara ai produttori cinesi.

Quello della fascia media è da tempo il campo di battaglia del mercato degli smartphone. Un po’ come accade nel mondo dell’automobile: si sviluppano soluzioni per la Formula 1 per poi adottarle per le berline di famiglia. Le tecnologie da flagship (come si chiamano gli smartphone di fascia alta, quelli cioè compresi tra gli 800 e i 1.200 euro) di oggi saranno adottate nei modelli di fascia media domani (letteralmente perché spesso per il passaggio bastano sei mesi).

E se lo show – con il dispiegamento di gadget – è tutto per i flagship, è nella fascia media che si concentrano gli sforzi delle aziende, come dimostrano il debutto del Reno 6 di Oppo e la strategia di vivo, arrivata in Italia da meno di un anno. Entrambe le aziende hanno attinto a piene mani – sia in termini di mercato che di management – dalla voragine lasciata dal crollo di Huawei ed entrambe hanno imparato, come dice Patriarca, che “la credibilità si crea nella fascia media, per poi risalire”.

L’obiettivo di vivo è “offrire una performance bilanciata, essere adattabili su diverse realtà e diventare da qui a tre anni una fascia di valore” e i primi passi sono stati in effetti mossi nella giusta direzione: l’X60 Pro, presentato come smartphone ufficiale degli Europei di calcio, ha delle novità interessanti come la stabilizzazione pressoché perfetta della fotocamera, una di quelle evoluzioni che sembrano gadget trascurabili ma sono destinate ad applicazioni di là da venire. È un telefono di fascia alta disponibile a un prezzo ragionevole (anche se non da fascia media) che incarna alla perfezione l’idea con la quale nasce: essere un abilitatore. Ottimo hardware, quindi, ma software migliorabile in alcuni aspetti. Nulla che non si possa correggere e che serve comunque a creare quella famosa credibilità che serve nella fascia media.

Oppo – che pure fa capo alla stessa conglomerata Bkk cui attingono realme, OnePlus e la stessa vivo per ricerca e sviluppo – ha fatto da apripista e secondo i dati di GfK ha conquistato a luglio la quarta posizione in Europa con una crescita a tripla cifra – 235% – anno su anno e una quota di mercato al 7%. Il mercato italiano, dice Lazzini, è il fiore all’occhiello, con una quota del 13,2% che sale al 18% nella fascia medio-alta. Un risultato importante se si pensa che un anno fa era fermo al 3%. “Ancora più importante” aggiunge Lazzini, “quando ti siedi a negoziare con operatori e grande distribuzione”.

Superata la soglia psicologica del 10% del mercato, l’obiettivo è creare quell’ecosistema in cui altri la fanno già da padrone: Xiaomi su tutti. “Siamo ancora in uno stadio preliminare” ammette la manager di Oppo, “presidiamo il mondo degli indossabili, ma sicuramente da qui ai prossimi mesi la famiglia dell’Internet delle cose si allargherà”.

Intanto Oppo tira fuori dalla manica un altro asso per la ‘pancia’ del mercato: il Reno 6 Pro 5G, pensato per chi, come dice Lazzini, considera lo smartphone “oltre che un abilitatore, una estensione della propria personalità, un prolungamento di sé, l’oggetto attraverso il quale raccontarsi”.  Non a caso il punto di forza è il comparto fotografico, con l’effetto Bokeh Flare Portrait Video pensata per i giovani storyteller che usano i video-ritratti per raccontare le loro storie”. In poche parole i minivideo di TikTok e i reel di Instagram. Una profusione di intelligenza artificiale alimentata da un dataset di oltre 10 milioni di ritratti e dagli algoritmi per la correzione della luce ambientale e la stabilizzazione. Tutto per raccontare e raccontarsi. Con buona pace delle quattro chiacchiere al telefono.

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