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Viviamo anni di profonda nostalgia. Il mito della cultura pop degli anni ’80 e ’90 è più che mai radicato oggigiorno, trovando espressione in una folta schiera di opere ispirate al passato che attraversano orizzontalmente tutto il panorama dei media.

Il focus nostalgico proposto da Ion Fury diventa chiaro dopo pochi istanti dal lancio del gioco, quando il massiccio logo di 3D Realms appare in tutto il suo pixellato splendore. La software house texana visse il suo momento di massimo gloria nella seconda metà degli anni ’90 quando, in particolare grazie a Duke Nukem 3D (1996), riuscì ad assurgere all’Olimpo degli studi di sviluppo accanto a sua maestà Id Software.

3D Realms

Ebbene, 3D Realms ha risvegliato dal suo ventennale torpore quel Build Engine che tirava le fila dei suoi più grandi successi, affidandolo poi alle sapienti mani di Voidpoint per la creazione di un’opera nostalgica e autocitazionista.

Ion Fury è un viaggio temporale nei tardi anni ’90, un’opera adrenalinica, divertente, impegnativa e spoglia di tutte le innovazioni che vennero dopo.

Il crudele dottor Jadus Heskel, dedito al miglioramento dell’essere umano tramite impianti cibernetici, scatena il proprio esercito per le strade della futuristica città Neo DC portando morte e distruzione. Come fare a ripristinare l’ordine e la sicurezza? Affidando il caso ad un’agente dedita ad ancora più morte e distruzione: la spaccona Shelly “Bombshell” Harrison.

Ion Fury

Il semplice plot viene introdotto da una breve sequenza di vignette dal sapore fumettistico, affidando poi i comandi di Harrison al giocatore senza tutorial né spiegazioni. Questa scelta stilistica si presenta perfettamente in linea con gli FPS dell’epoca precedente alla rivoluzione narrativa operata da Half-Life (1998), il tutto mescolato con quel pizzico di attualità che ha fatto sì che il protagonista avesse fattezze femminili.

Ciò che segue è un intricato labirinto straripante segreti, ascensori, key card ed interruttori da attivare, teatro di gore, machismo e bulletstorm. Arriviamo così ad uno dei principali pregi di Ion Fury: il level design. I livelli, pieni di svolte e cunicoli, si aggrovigliano su sé stessi fino a portare aree diverse, in qualche modo, a interconnettersi fra loro. L’obiettivo è una continua ricerca di chiavi, bottoni e leve per aprire porte, muovere ponti ed attivare ascensori. In più, le ambientazioni pullulano di aree segrete nascoste sapientemente negli anfratti più improbabili, segreti in grado di dotare i completisti più incalliti di equipaggiamento aggiuntivo.

Ion Fury

Ma non sarebbe un FPS se il fulcro non fossero, ovviamente, gli scontri a fuoco. L’arsenale al servizio di Harrison si presenta piuttosto classico ma abbastanza vario da permetterle di cavarsela contro ogni tipo di nemico. Gli avversari non sono particolarmente svegli, come da tradizione anni ’90, ma si presentano decisamente agguerriti e diversificati a livello di approccio. Purtroppo la loro varietà non è di certo un punto a favore del gioco: capiterà infatti di imbattersi nelle stesse tipologie di nemici per buona parte della campagna, con qualche risicata aggiunta man mano che si procede lungo la decina di ore necessarie a completare il gioco.

A proposito di longevità, dieci ore sono giusto la base. Questa cifra potrà infatti moltiplicarsi di diverse volte in base a fattori quali il livello di difficoltà scelto fra i quattro disponibili, la voglia di ricerca dei segreti e la bravura nel districarsi fra un livello di sfida comunque sempre piuttosto impegnativo.

Ion Fury

Ed ora arriviamo al difetto più grande di Ion Fury nella versione Nintendo Switch da noi testata: il sistema di mira. Se Halo (2001) ha introdotto delle geniali trovate di design in grado di sdoganare gli FPS su console, Build Engine ne è evidentemente sfornito, rammentandoci con forza il motivo per cui in passato il genere era appannaggio dei PC. L’implementazione del sistema di mira non è sufficiente a garantire la precisione necessaria a godersi appieno il titolo, facendoci trovare in più di un’occasione a smanettare con l’analogico destro nel maldestro tentativo di mirare i nemici. Anche la calibrazione della sensibilità nelle opzioni non ha portato i risultati sperati, facendoci poi rassegnare all’attivazione dei sensori di movimento per cercare di aggiustare l’aggiustabile. Un vero peccato.

Allo stesso tempo, dover scorrere fra un’arma ed un’altra tramite i tasti su e giù del D-Pad porta per forza di cose a doversi fermare, scelta che può risultare fatale nelle fasi più concitate del gioco.

A livello di usabilità, il piccolo schermo portatile di Switch renderà tutto un po’ troppo piccolo per poter essere goduto al meglio, rendendo la modalità dockata preferibile nonostante qualche sporadico rallentamento assolutamente inaccettabile vista la qualità grafica del titolo.

Al netto dei suoi limiti tecnici, Ion Fury scorre veloce, velocissimo proprio come gli FPS di una volta, facendoci tornare bambini ed insegnando la storia a chi negli anni ’90 era troppo giovane per crivellare a morte frotte di pixellate mostruosità.

L’articolo Ion Fury – Recensione Nintendo Switch proviene da GameSource.

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