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Lo sapevate che solamente alcuni squali sono ovipari? In tutti gli altri casi, infatti, l’uovo rimane dentro il corpo della femmina e fornisce il nutrimento allo squalo che cresce cibandosene e che poi, una volta “maturo”, viene partorito. No, Maneater, di Tripwire Interactive, non vi “tedierà” con trivia di questo tipo, ma vi assicuriamo che vi stuzzicherà informarvi di più sul fascinoso mondo dei fin troppo stereotipati squali… oltre a divertirvi abbondantemente, se già non l’aveste capito dalla nostra anteprima di qualche tempo fa.

Per divertirvi e divertirci, prenderemo le caratteristiche forse più all’ombra di questi interessanti dentati abitanti degli abissi e ne tracceremo i parallelismi con l’identità del gioco stesso, nel tentativo di trasformarle in una lieve scia di sangue che vi guidi lungo il percorso. Pronti a tuffarvi?

Maneater

Gli squali non galleggiano

L’unico modo che gli squali hanno di non affondare nelle profondità acquatiche è continuare a nuotare, uno sforzo che è sì necessario ma non per questo meno encomiabile, ed è proprio non meno encomiabile il tentativo di Tripwire Interactive di alzarsi sopra le più astruse aspettative del titolo, promesse puramente implicite date dagli automatismi intellettivi ai quali il concept di gioco stesso spinge.

“Sei uno squalo” non è certo un modo comune di iniziare a descrivere un gioco che sulla carta potrebbe portare molti a pensare ad un Goat Simulator reskinnato, ma Maneater sorprende piacevolmente, riuscendo a volte perfino a intimorire. Nei primi momenti di gioco ci troviamo nei panni di uno squalo femmina, grosso e apparentemente pacifico e indisturbato: è l’intervento di un cacciatore a irretire le acque e, con esse, la nostra subacquea controparte.

Maneater

È con questo pretesto narrativo che abbiamo l’occasione di imparare a muoverci nell’acqua, prima a tentoni e poi con la relativa tranquillità che un alter ego leggermente OP ci permette. La sensazione di dissonanza fra ciò che abbiamo il potere di fare e la nostra eccessiva incapacità di farlo è piacevole, promessa di un’inevitabile retrocessione di poteri palese come due luci in fondo al buio del tunnel, per nulla punitiva se non nel breve senso di frustrazione dovuto al ritrovarsi completamente in balia degli avvenimenti.

Non ci metterete molto a terminare la breve sezione tutorial e a finire appesi sulla barca del cacciatore di taglie che, senza troppe cerimonie, sventrerà lo squalo, uccidendolo ma rivelando quello che sarà il vostro vero alter-ego per tutto il resto del gioco, il piccolo pargolo che fino a poco prima trovava rifugio nel fortificante ventre materno.

Maneater

L’indelicata rimozione dal ventre di cui sopra sicuramente non rasserena il piccolo che, prima di fiondarsi nell’acqua cercando salvezza, ringrazia la gentilezza del cacciatore privandolo di buona parte di un braccio. È qui che comincia davvero la vostra avventura, poco al largo del teatro di questi veloci ma tragici eventi: siete lo squaletto sopravvissuto, ferito, affamato, ma non dimentico di una vendetta che diventa, per lui e per voi, unico vero possibile traguardo di questo revenge flick trasformato in gioco.

I ragazzi di Tripwire Interactive sapevano a cosa andavano incontro, sembra certo: come in molti prodotti d’intrattenimento ci sono delle “precensioni” da abbattere, in questo caso frutto dell’inevitabile luogo comune che un titolo in cui si interpreta un animale realistico innesca nella forma mentis del giocatore medio. Maneater fa più di quanto gli era preventivamente richiesto e, invece che cadere nella qualità da scaffale per sprofondare in caduta libera negli abissi della mediocrità, continua a nuotare stando perfettamente a galla.

Maneater

La sua storia non ha diritto di esistere, né tanto meno di essere divertente, ma è già da questa apparente banalità che gran parte della struttura di gioco riesce a funzionare: tutto è infatti “costruito” attorno all’idea di una trasmissione televisiva, “Maneater” appunto, che segue le vicende dell’antagonista/cacciatore di cui sopra e delle sue prede; i toni sono sempre scanzonati, con dialoghi che a volte divertono con un sarcasmo che vibra di Borderlands, e che a volte invece riescono a regalare genuini momenti di empatia per quelli che a tutti gli effetti dovrebbero essere i villain della storia. Tutte caratteristiche che potevano inabissarsi nello slapstick, ma non lo fanno davvero mai.

Maneater

Occhi aperti

Molti squali che vivono in mare aperto non hanno la minuscola pompa dietro gli occhi che spinge acqua nelle branchie permettendogli di respirare anche quando non nuotano e, per questo, tecnicamente non dormono mai, muovendosi solo più lentamente e lasciando spenta una parte del cervello. Maneater pretende lo stesso livello di vigilanza, nella maggior parte dei casi.

L’ambiente in cui vi troverete a nuotare, in Maneater, è ben costruito e variegato: pur non potendo regalare i vari biomi di un open-world, funziona ad hub come già Tomb Raider e altri prima di lui, una sorta di wide-linear che permette libertà senza costringere dispersione.

Dalle paludi di un bayou riconoscibile alle acque pulite di un porto altolocato, i corsi d’acqua ci nascondono molti collezionabili e prede: se i primi si limitano a targhe commemorative e punti di interesse che non possono non strappare un sorriso, la varietà di prede è davvero interessante, perché riesce a costituire una sorta di meccanica in sé stessa: diversi tipi di animali, infatti, ci forniranno diversi tipi di nutrienti, elemento attorno al quale ruota il meccanismo di evoluzione del nostro squaletto, in quella che a tutti gli effetti si eleva leggermente sopra a una banale caccia agli XP.

Maneater

Livello dopo livello diventerete più grandi e più aggressivi, sbloccando dei potenziamenti e degli interi set che, di nuovo, potrebbero risultare ridicoli ma si fermano un attimo prima: ve ne citiamo solo uno per farvi meglio comprendere di cosa stiamo parlando, ossia il set “elettrico”, che vi permette di aggiunger una sorta di attacco elementale ai vostri morsi.

L’alimentar catena

È ovvio pensare allo squalo come il vertice della piramide alimentare acquatica: sono molti i film che ci hanno abituato a vederlo come una macchina da guerra, da “Blu Profondo” a “Lo Squalo”, ma anche qualcosa di così potenzialmente letale come uno squalo ha predatori: se squali grandi pochi centimetri, come lo squalo gatto, sono ovviamente cacciati da molte altre varietà di pesci, esistono casi documentati di squali ben più grandi diventati cena (o merenda) di coccodrilli di mare lunghi fino a 7 metri o, perché no, quella volta in cui uno squalo bianco è stato ucciso da un’orca che lo afferrò fra le mascelle e lo tenne a pancia in su fino a farlo soffocare. Il mondo, però, è ironico, perché uno dei predatori più letali dello squalo… siamo noi.

Maneater non lo dimentica e, se da un lato troveremo sin dalle prime zone predatori in grado di farci la pelle – talmente forti da dover forzatamente essere evitati, almeno all’inizio – le nostre azioni contro l’uomo innescheranno un’inevitabile caccia che, da due omuncoli su una barchetta poco più grande di noi, può degenerare (e lo farà) in una caccia aperta nei nostri confronti con mitra ed esplosivi ad immersione, con tanto di “hitlist” di cacciatori che, di volta in volta, andremo a checkare e alleggerire.

Ecco, qui forse possiamo trovare la prima nota dolente di Maneater: se il cacciatore protagonista della serie ha una personalità sì spinta ma nei limiti del credibile, questa manciata di cacciatori, pur introdotti con un breve filmato, risultano solamente NPC con un’arma, non offrendo una sfida né varia né profonda ma limitandosi al loop nuota/schiva/salta fuori dall’acqua/mordi fino al momento in cui potremo poggiare le nostre fauci attorno al perpetratore di tanta violenza verso di noi. Sono istanze che finiscono relativamente velocemente ma non abbastanza da non risultare un po’ “appiccicate” for the sake of it.

Maneater

5 sensi… più altri due

Non è universalmente noto, ma oltre ai tradizionali 5 sensi, gli squali possiedono 2 abilità aggiuntive che già… sanno di videogioco: l’elettroricezione e la “linea laterale”. Mentre la prima, grazie alle ampolle di Lorenzini, è la capacità di individuare le prede grazie ai loro campi elettromagnetici, la seconda essenzialmente consente la rilevazione immediata dei cambi pressori nell’acqua circostante, in pratica rendendo istantanea la localizzazione delle prede.

Maneater

Sono evoluzioni incredibilmente interessanti e Maneater pigia su queste note equilibrando bene videogame e credibilità: di volta in volta sbloccheremo questa o quella pinna o dentatura, che ci renderanno più potenti e capaci di affrontare i pericoli, animali o umani che siano.

Il percorso di evoluzione è ben distribuito, restituendo un effettivo e percepibile senso di crescita dello squalo, prima di tutto in grandezza, scelta logica vista l’immediatezza che l’output visivo offre: vi confessiamo che vedere il nostro alter-ego diventare man mano più grande, poi tornare da quei malefici coccodrilli dopo qualche ora di gioco dall’inizio e restituirgli il favore delle mille uccisioni che ci hanno regalato… è una sensazione che davvero non ha prezzo.

Maneater

La sinfonia di Maneater ha un’ultima (sì, nuovamente) assurda nota di merito, ossia il voice-over inglese: Thomas Christopher Parnell, che molti di voi conosceranno come il Jerry di Rick & Morty, offre qui una voce narrante straordinariamente divertente con uno charme davvero fuori scala capace di dare luce e colore anche alla più banale delle frasi. Anche il resto del doppiaggio si mantiene all’altezza, soprattutto nel caso del cacciatore nostro acerrimo nemico.

Maneater


Maneater parte da una base che aveva tutte le caratteristiche per risultare in un disastro più esplosivo di un film di Michael Bay ma senza la sua spettacolarità e invece sorprende e riesce nel suo intento. Muoversi come uno squalo è affascinante, il senso di progressione è incredibilmente riuscito e gli ambienti sono abbastanza credibili da risultare piacevoli ma senza scadere come molti altri, troppo colmi di punti di interesse o distrazioni. Il doppiaggio inglese riesce a dare ancora più potenza ai dialoghi e alle situazioni, sempre sul confine dello slapstick ma in ottimo equilibrio. Il titolo di Tripwire Interactive  si può riassumere in molti modi, nessuno di essi scontato: se dovessimo semplificare il tutto in una frase, probabilmente sarebbe “più riuscito di quanto aveva il diritto di essere”.

L’articolo Maneater – Recensione proviene da GameSource.

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