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Nel 2019 le Big 5 della tecnologia occidentale (Apple, Facebook, Microsoft, Google e Amazon) hanno avviato (tra donazioni e investimenti) piani da 13 miliardi di dollari per alleviare l’emergenza abitativa nelle aree dove hanno sede. Tredici miliardi, più o meno quanto il Pil delle Bahamas. Tutti nella stessa direzione, anche se con cinque progetti diversi. Una pioggia di soldi che però non tutti vedono con favore. Per il senatore democratico Bernie Sanders sono “un’ipocrisia”. 

I progetti immobiliari delle Big 5

Il 4 novembre, Apple ha annunciato un piano da 2,5 miliardi. Un miliardo è destinato a un fondo che permetterà di costruire e vendere case a prezzi più accessibili. Un altro miliardo va a un fondo che sosterrà prestiti nei confronti di chi voglia acquistare la prima casa. La compagnia metterà a disposizione propri terreni sui quali costruire nuovi alloggi. Valore: 300 milioni. C’è poi un terzo fondo dedicato al sostegno abitativo nella Bay Area e altri 50 milioni messi a disposizione per supportare la “popolazione vulnerabile”.

Il 22 ottobre, Facebook ha rivelato che investirà un miliardo nel prossimo decennio, con l’obiettivo di creare 20 mila case. Dovrebbero servire ad aiutare “insegnanti e infermieri” a rimanere più vicini alla comunità dove la compagnia ha sede. Quando si parla di emergenza abitativa, infatti, non ci si riferisce solo ai senzatetto. A San Francisco e dintorni, una famiglie di quattro persone che guadagna 100 mila dollari l’anno – ha ricorda Facebook – è considerata a basso reddito.

Il 18 giugno, l’annuncio è arrivato da Sundar Pichai, ceo di Google: un impegno da un miliardo in dieci anni. Il grosso (750 milioni) servirà per costruire circa 15 mila case su terreni di Big G. Parte di uffici e spazi commerciali saranno trasformati in appartamenti, di diverso valore per coprire differenti fasce di reddito. Altri 250 milioni confluiranno in un fondo d’investimento che farà da propulsore alla costruzione di altre 5 mila case. Al miliardo si aggiungono 50 milioni devoluti, tramite Google.org, a organizzazioni no profit che si occupano dei senzatetto.

L’11 giugno Amazon ha stanziato 8 miliardi per supportare l’emergenza abitativa nell’area di Seattle, dove la compagnia ha il quartier generale. Cinque miliardi per gli homeless e tre per creare un sistema a supporto delle famiglie a basso reddito, che altrimenti non potrebbero permettersi una casa

A gennaio, Microsoft (che non ha sede nello stato di Washington), ha avviato unprogetto da 500 milioni: 25 sono donazioni in favore dei senzatetto. Il resto si divide in due fondi d’investimento che forniscono prestiti con tassi agevolati a famiglie a medio e basso reddito.

L’accusa di Sanders: “Spiccioli”

Tredici miliardi in tutto. Che però, secondo Sanders, sono “spiccioli” messi sul piatto di una crisi che le compagnie “hanno contribuito a creare”. Il senatore cita Apple, ma fa riferimento anche alle altre Big 5: Cupertino sarebbe infatti solo una delle società tecnologiche che intendono far passare “l’ingresso nel settore edilizio come un atto di altruismo filantropico”. Sanders non è nuovo ad accuse nei confronti di Apple ed è stato uno dei grandi avversari di Amazon, almeno fino a quando il gruppo di Bezos ha deciso di aumentare la paga minima oraria dei dipendenti.

Ha fatto notare che 2,5 miliardi non sono nulla se confrontati con le tasse che Cupertino evita di versare negli Stati Uniti attraverso la sua rete estera. “L’annuncio – ha affermato Sanders – è uno sforzo per distrarre dal fatto che Apple ha contribuito a creare la crisi abitativa in California. E non possiamo fare affidamento sugli evasori fiscali per risolverla”.

O sei parte della soluzione o sei parte del problema

Semplificando il problema all’osso: nella Silicon Valley come a Seattle e Redmond, la presenza di un’azienda ambita che paga molto bene migliaia di dipendenti rivoluziona la domanda di case e fa esplodere il costo della vita. Chi non rientra nell’orbita di quell’impresa (o, più in generale, chi non ha il portafogli abbastanza gonfio), non può permettersi una casa. E trovare alternative non è certo semplice, anche perché gli Stati Uniti non brillano per il proprio welfare. Il problema non tocca solo disoccupati e poveri ma famiglie che altrove sarebbero classe media.

È vero: in città arrivano investimenti e ricchezza (Amazon ha calcolato che per ogni dollaro investito a Seattle ne ha generati 1,4 per l’economia locale), ma anche squilibri. C’è poi il tema degli incentivi fiscali, Stati e comuni contrattano agevolazioni con le grandi società. L’obiettivo è convincerle a restare ed espandersi. Ma così si drenano – secondo una stima del New York Times – 90 miliardi l’anno che dovrebbero finire nelle casse pubbliche. Il caso più eclatante, da questo punto di vista, è stato il secondo quartier generale di Amazon, per il quale Bezos ha indetto una vera e propria asta tra le amministrazioni locali.

La compagnia avrebbe garantito 5 miliardi di investimenti e l’afflusso di 50 mila dipendenti. Nella scelta, oltre a infrastrutture e posizione strategica, le agevolazioni fiscali avrebbero avuto un ruolo fondamentale. Amazon alla fine ha optato per due nuove sedi, che si sarebbero spartite investimenti e lavoratori. Una a Crystal City, in Virginia (che procede); l’altra nel Queens, a New York (che ha trovato l’opposizione di Alexandria Ocasio Cortez).

Ocasio Cortez contro Amazon

Un anno fa, poco dopo la sua prima elezione, mentre buona parte della Grande Mela festeggiava per aver conquistato Amazon, Ocasio Cortez ha increspato le acque dell’Hudson. New York, ha scritto su Twitter, dovrebbe stipulare “partnership economiche che offrano reali opportunità per le famiglie invece di partecipare a una gara”: “Quando parliamo di portare posti di lavoro, dobbiamo scavare in profondità: la società ha promesso di assumere nella comunità locale? Qual è la qualità dei posti di lavoro e quanti sono quelli promessi? Sono a basso o ad alto salario? Ci sono benefici? Le persone possono contrattare collettivamente?”.

La presenza di mega-uffici avrebbe infiammato affitti e costo della vita, pesando su un quartiere popolare e su cittadini poco abbienti, che – nella maggior parte dei casi – non avrebbero avuto le competenze richieste per essere assunti da Amazon.

Secondo la deputata, in sostanza, la nuova sede non avrebbe necessariamente accompagnato lo “sviluppo della comunità”: “Investire in condomini di lusso – aveva aggiunto – non è la stessa cosa che investire in persone e famiglie”. Elettori e analisti si sono divisi: da una parte i sostenitori di Ocasio Cortez, dall’altra chi – nonostante tutto – era certo che i vantaggi sarebbero stati maggiori delle controindicazioni. L’aria però si era fatta pesante e, lo scorso febbraio, Amazon ha scelto di rinunciare.

Cambia la geografia tech

L’emergenza abitativa attorno alle sedi delle grandi società potrebbe presto non riguardare solo la costa ovest. Sta infatti cambiando la geografia tecnologica degli Stati Uniti, con avamposti che spuntano altrove. Amazon non è l’unica ad aver messo gli occhi su New York. Alphabet, la holding che controlla Google, sta investendo un miliardo di dollari per la sua espansione immobiliare nella Grande Mela: il “Google Hudson Square” sarà operativo nel 2020 e raddoppierà i 7 mila lavoratori di Alphabet a New York. Assieme all’annuncio, reso pubblico nel 2018, era arrivato il promemoria delle donazioni: “Google ha supportato le no profit di New York con oltre 150 milioni di dollari”.

Poco più di un anno fa, Apple ha annunciato un investimento da un miliardo per un campus a Austin (in Texas), che a pieno regime ospiterà 15 mila persone. Sarà la sede più grande fuori dalla California. Sono previsti – entro il 2021 – investimenti a Seattle, San Diego, Culver City (California), Pittsburgh, New York, Boulder (Colorado) e Portland. E con tutta probabilità arriveranno anche nuovi piani-casa. 

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