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Esiste una donna di nome Lhakpa Sherpa che detiene il record mondiale femminile di scalate dell’Everest. Nove volte è salita e poi scesa dalla vetta più alta del pianeta, nella primavera del 2020 è prevista la decima. Nel 2016 la BBC l’a inserisce nella lista delle 100 donne più importanti dell’anno.

Esiste poi un’altra Lhakpa Sherpa, divorziata da un marito violento, che fa la lavapiatti in un ristorante del Connecticut, negli Stati Uniti, dove vive, per mantenere i suoi tre figli, due femmine e un maschio. Due donne che, considerata la loro vita, non dovrebbero avere niente in comune a parte il nome, la prima un’atleta di fama internazionale, la seconda una donna che vive una vita di grandi difficoltà; eppure sono la stessa persona.

Lhakpa Sherpa, una delle sportive più importanti del mondo non ha mai trovato uno straccio di sponsor che le permettesse di concentrarsi sulla propria passione, sul proprio talento, che non possiamo che definire unico considerati i risultati ottenuti. Sarà, come scrive The Guardian, che parliamo di una donna logorata da un matrimonio finito male, con atti di violenza, come già detto, il primo dei quali subito proprio durante una delle scalate dell’Everest. Il marito in questione infatti era George Dijmarescu, un uomo notoriamente irascibile e violento, così come descritto nel romanzo “High Crimes” di Michael Kodas.

Ma potrebbe essere anche a causa di uno scarso feeling della campionessa con il mondo dei social, dal quale si tiene sempre a debita distanza, tant’è che al Guardian mostra le sue scarpe sgualcite dall’usura mentre atleti che si sognano risultati come i suoi ricevono attrezzatura sportiva gratis in cambio di visibilità. A Lhakpa evidentemente tutto ciò interessa poco. “Sono molto forte in montagna – dice la Sherpa al quotidiano inglese – Vado, ma so che tornerò a casa. Io devo tornare a casa”.

Subito dopo l’Everest il programma è di risalire il K2, un’impresa da pazzi, ma lei sostiene che “Tutti gli atleti estremi sono pazzi”, e aggiunge un concetto molto importante: “Ma voglio mostrare al mondo che posso farlo. Voglio mostrare alle donne che mi assomigliano che anche loro possono farlo”.

E chissà se anche questo non sia un esempio, uno dei più estremi in tal caso, di disattenzione nei confronti delle imprese sportive se portate a termine da donne. Una polemica scoppiata negli Stati Uniti in questi mesi dopo lo splendido mondiale per donne vinto da una formazione composta, anche qui, da atlete che a malapena riescono a mantenersi e pagate una miseria in confronto al denaro che incassa un calciatore della formazione statunitense maschile, priva di qualsiasi risultato decente. Ora dunque Lhakpa Sherpa può allenarsi solo nel tempo libero, come una dilettante qualunque, pronta a smettere i panni della lavapiatti per indossare quelli che le sono più consoni di scalatrice.

 

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