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“Hanno dunque torto i morti a tornare?” Se lo chiese, trovando la moglie ormai nuovamente coniugata, il colonnello Hyacinthe Chabert protagonista di un romanzo breve di Balzac, il quale lo immaginò disperso nella battaglia russa di Eylau e ricomparso in patria solo dieci anni dopo. Nessun torto invece oggi per il ritorno in Francia di un altro ufficiale, senza alcun dubbio morto, il quale rivive però nelle cronache dopo essere stato inghiottito – e quasi dimenticato – dalla Storia.

Si tratta del generale napoleonico Charles Etienne Gudin, fra le molte vittime della disastrosa campagna di Russia: i suoi resti sono stati identificati a Smolensk, nei cui pressi il 19 agosto 1812 si combattè la battaglia di Valutino. Grazie al test del dna, un team di scienziati franco-russo ha accertato che il corpo, rinvenuto tra i frammenti di una bara, apparteneva all’alto ufficiale. La scoperta è stata raccontata da Le Point, che ha seguito le indagini dei ricercatori, indirizzati all’identificazione di Gudin dalla circostanza che allo scheletro manca buona parte della gamba sinistra.

Eroi d’altri tempi, quando la chirurgia da campo muoveva i primi passi e non si conosceva la penicillina nè i conforti dei contemporanei anestetici, i soldati dell’epoca napoleonica sopportavano atroci amputazioni nel tentativo di sopravvivere alle ferite di guerra. Al generale Gudin fu segato l’arto che era stato maciullato da una palla di cannone nemica, ma malgrado l’intervento morì tre giorni dopo di cancrena. Aveva solo 44 anni.

Gli scienziati hanno comparato il suo dna a quello prelevato dai sepolcri dei famigliari: il fratello, la madre e il figlio Charles Gabriel Cesar, il quale pure seguì Napoleone (lo avrebbe accompagnato nella disfatta di Waterloo) e la cui esumazione ha avuto luogo il 16 ottobre scorso nella cappella di un piccolo cimitero a Saint-Maurice d’Aveyron, dipartimento del Loiret: “Non è che mi facesse piacere, ma era l’unica soluzione per essere sicuro che si trattasse di lui”, ha spiegato a Le Point uno dei discendenti di Gudin, Alberic d’Orleans, il quale ha voluto per rispetto che si svolgesse in forma privata l’esame, affidato al team dell’antropologo Michel Signoli dell’Università d’Aix-Marsiglia.

Le ricerche sono state incoraggiate dalla Fondazione per lo sviluppo delle iniziative storiche franco-russe istituita dall’ex europarlamentare Pierre Malinowski, un simpatizzante del presidente Vladimir Putin, che ha propiziato gli scavi sui luoghi della campagna napoleonica. Con i francesi alla guida del maresciallo Michel Ney, il generale Gudin comandava ben diecimila uomini e una quindicina di cannoni: “Era uno tra gli ufficiali più illustri dell’Armata, stimato tanto per le qualità morali quanto per il coraggio e per l’audacia”, scrisse Napoleone all’indomani della sua morte. S’era talmente affezionato a Gudin, che questi morì proprio tra le braccia del piangente Imperatore.

Il generale era nato a Montargis nel 1768. Nel 1791 ottenne i gradi di ufficiale ed ebbe il battesimo del fuoco quattro anni più tardi con l’Armata del Reno. Nel 1800 era già generale di divisione. Brillò sei anni dopo nella battaglia di Auerstaedt, quando Napoleone sconfisse l’esercito prussiano e gli concesse l’onore di sfilare alla testa delle truppe. Nel 1809 fu ferito nella battaglia di Wagram. Poi, la disastrosa spedizione russa terminata con la morte nel ’12.

Eppure l’avventura marziale di Gudin ebbe già un primo epilogo quando una parte di quei resti che oggi hanno ritrovato luce e identità raggiunse la Francia. Estratto dal corpo, il cuore del generale fu riportato a Parigi per ordine dell’Imperatore. Si trova dal 1822 nel cimitero del Père-Lachaise dove una iscrizione ne ricorda la sorte. Non basta: il nome di Gudin fu inciso sull’Arc de Triomphe e un busto gli venne dedicato nella galleria delle battaglie al castello di Versailles. Adesso spera, il suo discendente Alberic, che la patria rinnovi l’omaggio all’eroe con una cerimonia agli Invalides.

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