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Il voltafaccia di Washington nei confronti dei curdi è il tassello di un piu’ ampio disimpegno dell’amministrazione Trump dal ruolo di leadership globale che porta anche gli alleati piu’ stretti, come Israele, a dubitare di poter continuare a contare sugli Stati Uniti. È quanto sottolinea all’Agi Jean-Pierre Darnis, consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali e professore associato presso l’Università di Nizza Sophia-Antipolis.

“Cambiare alleato succede, ma la presidenza Trump si mostra molto poco affidabile da questo punto di vista e crea così un problema di fondo perché tutti gli alleati degli Stati Uniti hanno ormai il sospetto, la paura o il timore che questa loro alleanza possa non essere più valida, a partire da un Paese chiave come Israele, e questo ha delle implicazioni piuttosto gravi”, osserva Darnis. “Gli israeliani” aggiunge, “non sono sprovveduti e nel momento in cui sorgono dubbi sulla capacità degli Usa di mantenere tutta una serie di impegni, anche militari, Israele, che è abituata a porsi lo scenario peggiore, ha già messo in conto di dover fare da sè, anche nei confronti della crescita del pericolo iraniano”. 

Va considerata, da questo punto di vista, anche “la debolezza del sostegno americano all’Arabia Saudita, altro alleato che dovrebbe essere ancoratissimo al cuore della politica trumpiana. Durante le vicende più recenti la reazione americana non è stata cosi’ forte”. Cio “è un fattore di entropia: siccome non c’è più la percezione di una potenza egemone, si aprono scenari pericolosi”.

“Senza una potenza egemone vince il disordine”

Secondo Darnis, non bisogna farsi illusioni sulla possibilità che la Russia possa riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti: “Mosca rimane una potenza limitata, che ha sicuramente giocato un ruolo realista e coerente nel campo siriano, dove fu già la ritirata strategica di Obama a lasciarle spazio, ma non dobbiamo pensare che la Russia possa proteggere un’area dove peraltro ha rapporti complicati con la Turchia”.

Se anche i curdi, come è stato affermato da alcuni loro leader militari, fossero costretti ad accordarsi con il capo del governo di Damasco, Bashar al-Assad in funzione anti-turca, “la Russia non avrebbe da guadagnare subito da un sostegno ai curdi; ne guadagnerebbe Assad, che era un leader molto indebolito, ma, più che guadagnarci davvero qualcuno, ci guadagnerebbero l’entropia e il disordine”. “Se una potenza egemone come gli Usa non c’è più, si torna a un gioco di piccole potenze dal sapore ottocentesco”, prosegue Darnis. 

La leadership di Washington, oltre che dalla Russia, non può essere rimpiazzata nemmeno dall’Unione Europea che “per ragioni politiche, anche pacifiste, è una potenza economica e diplomatica, ma non militare”. Gli unici che potrebbero aiutare i curdi contro l’offensiva turca sono Regno Unito e Francia e “hanno mezzi molto limitati”. La stessa debolezza, sottolinea Darnis, che ha consentito a Erdogan di ricattare l’Europa con la minaccia di spalancare le porte a milioni di profughi siriani. 

Quando l’Europa mollò Ankara

Ma che fare con la Turchia? Le radici dell’aggressività di Ankara, secondo Darnis, stanno nel “giro di boa funesto” che fu la chiusura di Parigi alla possibilità di un avvicinamento della Turchia all’Unione Europea, “non nella forma di un ingresso nella Ue, al quale probabilmente Erdogan nemmeno pensava, ma di un’associazione”. La chiusura ha invece creato “un’onda lunga di enorme diffidenza” tra Usa ed Ue da una parte e uno dei membri più forti della Nato dall’altra.

È possibile ipotizzare un punto di rottura? Difficile, dal momento che “non esiste una procedura di esclusione dalla Nato“, spiega Darnis. “Per entrare nella Nato bisogna anche rispettare criteri democratici di stampo occidentale”, conclude, “ma una volta dentro non c’è una corte di giustizia Nato. Ormai da anni alcuni membri osano dire che la Turchia non ha più posto nella Nato ma è molto complicato arrivare a buttarla fuori, con le conseguenze destabilizzanti che tale decisione avrebbe”.

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