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Boris Johnson va avanti per la sua strada e insiste per le elezioni anticipate, unica “strada” – dice – per sbloccare l’impasse della Brexit, di cui non chiederà la proroga “nemmeno morto”. Ma intanto la battaglia spacca la famiglia del premier britannico, unita dall’ambizione ma divisa sull’uscita dall’Ue. Jo Johnson, il più piccolo dei quattro figli del patriarca Stanley Johnson, ha lasciato il partito e il governo per “una tensione irrisolvibile” tra la “lealtà alla famiglia e l’interesse nazionale” perché, a differenza del fratello maggiore, si oppone alla Brexit.

Jo, 47 anni, si era già dimesso dal precedente esecutivo conservatore di Theresa May e ancora prima da quello di David Cameron. Ma era tornato al governo grazie al fratello, nuovo leader Tory, in un evidente conflitto di interessi che si è chiuso con la sua uscita a sorpresa.

 I Johnson formano un clan ambizioso e molto affiatato, in cui la consanguineità finora è stata più forte del dissenso politico. Il New York Times li ha paragonati ai Kennedy o ai Kardashian. Ma le divisioni nel clan hanno finito per essere un microcosmo delle divisioni che stanno lacerando la società britannica e le plateali dimissioni di Jo lo hanno confermato. 

I due fratelli e la sorella del premier britannico – il maggiore dei quattro – sono tutti contrari all’uscita dall’Ue, esattamente come il padre, Stanley, ex eurodeputato che votò Remain nel referendum del 2016. La sorella Rachel, convinta sostenitrice della permanenza del Regno Unito nella Ue, si era unita a Change UK per partecipare alle ultime elezioni all’Europarlamento. Jo, giornalista e ‘investment banker’ prima di diventare deputato nel 2010, è sposato con una giornalista del Guardian, Amelia Gentleman; ha ricoperto diversi incarichi ministeriali con Cameron e May, ma si è dimesso da ministro dei Trasporti lo scorso novembre per chiedere un secondo referendum. 

Il fratello minore, Leo, che ha una moglie musulmana di origine afghane, si definisce “quello che non fa politica” ma anche lui aveva sostenuto Remain e ha chiesto un secondo tifoso voce sull’accordo finale per la Brexit. 

Una strada in salita

Intanto il premier ha incassato l’appoggio del vice presidente Usa, Mike Pence, che gli ha ribadito che Washington è pronta a negoziare immediatamente un accordo di libero scambio dopo la Brexit. Ma per lui adesso la strada è tutta in salita. Il governo porterà nuovamente in aula lunedì una mozione che chiede elezioni anticipate.

Johnson è già stato sconfitto mercoledì, quando la questione è stata messa ai voti. Ci riprova, perché lunedì molto probabilmente sarà legge la proposta avanzata dal laburista Hilary Benn per evitare una Brexit senza accordo, il 31 ottobre. Proprio questo è stato indicato nei giorni scorsi dal leader laburista Jeremy Corbyn come il passaggio sine qua non prima di tornare alle urne.

Johnson spera di riuscire a convincere i laburisti e gli servono 434 voti. Ma nonostante Corbyn sia tentato, molti temono questa mossa perché non si fidano del premier che potrebbe posticipare la data dopo il 31 ottobre oppure ottenere una maggioranza tale da poter poi abrogare la legge che impedisce il no-deal. In entrambi i casi avverrebbe il temuto scenario dell’uscita senza accordo e ora questo a volerlo sono sempre in meno, nonostante il premier anche ieri abbia ripetuto imperterrito il suo refrain: “Dobbiamo uscire il 31 ottobre”

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