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Quando gli astronauti dell’Apollo 13 annunciarono “Houston abbiamo un problema”, dall’altra parte, a ricevere il messaggio, c’era Chris Kraft, primo direttore di volo della Nasa, morto il 22 luglio a 95 anni, un paio di giorni dopo aver partecipato alle celebrazioni per i 50 anni dallo sbarco di Neil Armstrong e Buzz Aldrin sulla Luna. Un’impresa dietro la quale si nasconde anche il suo ingegno.

Non è un caso se la “Mission Control” della NASA  dalla quale vengono gestiti i voli sullo spazio fino nel più piccolo particolare, già da anni porta il suo nome. Una sala concepita, come lui stesso ammise al Time nel 1965, nell’articolo a corredo della copertina che la  rivista decise di dedicargli, per ospitare un’orchestra e in cui a dirigere ci fosse un solo maestro. Uno e uno soltanto: lui, Chris Kraft, che ha condotto gli Stati Uniti fin dove era impensabile andare, segnando una vittoria per la quale ancora oggi il governo a stelle e strisce lucida fiero la medaglia.

“L’America ha perso davvero un tesoro nazionale”, con queste parole Jim Bridenstine, amministratore delgato della Nasa, ha annunciato al mondo la dipartita di Kraft, e non sono parole buttate a caso, considerato che per 25 anni, dagli albori dell’era spaziale negli anni Cinquanta ai lanci ormai di routine degli anni Ottanta, Kraft ha lavorato sui progetti iconici della Nasa, dove era stato nominato direttore di volo nel 1958.

E’ stato protagonista della prima volta degli statunitensi in orbita intorno alla Terra e delle prime passeggiate spaziali, ha sviluppato i progetti che hanno portato l’uomo sulla Luna, dai network per le comunicazioni ai monitor per controllare le condizioni degli astronauti, dai piani di volo alle procedure di emergenze fino ai sistemi per coordinare il lavoro di migliaia di persone a terra.

Uno scienziato quindi, si, ma un uomo profondamente religioso, fortemente impegnato insieme alla moglie e ai figli nelle pratiche della loro loro parrocchia, dove ricopriva il ruolo di lettore laico. Una famiglia che, come si legge nella sua autobiografia, “Flight: My life in Mission Control” – manco a dirlo diventata un best seller – è stata  sacrificata a tutte le missioni sulle quali negli anni si è impegnato.

Anche l’attività con la chiesa era per lui una missione, la sua visione moderna della spiritualità non andava a genio a tutti, ma anche questo problema era stato risolto con una battuta diventata iconica, come lui: “È difficile non essere moderni quando trascorri le tue giornate in ufficio spedendo uomini nello spazio”. Game, set, partita per Kraft, anche se lui probabilmente avrebbe utilizzato una metafora da giocatore di golf, sport della quale era innamorato e addirittura uno dei motivi per i quali aveva deciso di restare a Houston una volta andato in pensione.

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