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Maria Cristina Finucci, 62 anni, è un’artista e anche una designer. E ha messo la sua capacità creativa e la propria inventiva al servizio dell’ambiente. Per tutelarlo e promuoverne la difesa. Perché si considera un’antenna che capta i problemi e ne irradia il significato e il messaggio alla società. Semplicemente, senza volersi sostituire al lavoro svolto dalle associazioni ambientaliste.

Nel 2012 ha fondato il Garbage Patch State-Wasteland. Ovvero, la “Nazione dei rifiiuti”. E dice, in maniera paradossale: “Il mio Stato è il secondo più grande al mondo come superficie dopo la Russia, ma sulla carta non esiste. È uno Stato in apparenza immaginario, ma reale perché negli oceani si sono formate cinque grandi estensioni di plastica galleggiante che, messe insieme, coprono 16 milioni di chilometri quadrati”. Di questo suo Stato-nazione, lei si è autoproclamata Presidente al fine di riuscire a sensibilizzare l’opinione pubblica su un problema che negli ultimi tempi è esploso a livello planetario: “La plastica sta soffocando i mari”.

Le sue opere sono state esposte anche a Expo 2015 e nel 2013 alla Biennale di Venezia. E le usa come un espediente per dare una scossa, per infondere consapevolezza, usando l’arte “come strumento al servizio della società”. Procedendo per provocazioni. Come nel caso dell’installazione chiamata Climatesaurus, “un serpentone rosso e arrabbiato che nel 2015 è comparso in varie parti d’Europa per riemergere a Parigi durante Cop21, la conferenza dove venne firmato l’accordo globale sul clima” si legge sul Corriere della Sera del 9 aprile. Si calcola infatti che nel solo Mediterraneo ci siano 250 miliardi di frammenti di plastica e 134 specie animali ne sono le vittime, perché la ingeriscono. “L’ultimo caso è la femmina di capodoglio che il 28 marzo si è spiaggiata in Sardegna: nel suo stomaco sono stati trovati 22 chili di plastica”.

Per quanto fittizia possa essere, tuttavia nel 2013 la “Nazione dei rifiuti” è stata accolta all’Unesco e l’anno successivo al quartier generale delle Nazioni Unite a New York e nel 2018 ha firmato l’Agenda Onu 2030 per lo sviluppo sostenibile. Tanto che lo scorso 15 febbraio il presidente Sergio Mattarella ha conferito a Maria Cristina Finucci l’Ordine al merito della Repubblica per l’impegno artistico e, insieme, ambientale. “L’impegno deve nascere dal basso – dice lei –, dai gesti di tutti i giorni di ognuno di noi, anche dalla rinuncia al bicchiere di plastica monouso che poi va inevitabilmente a finire la sua corsa in mare. Se c’è la spinta delle persone, poi anche l’industria comprende la tendenza e si adegua realizzando prodotti con meno plastica”.

L’ultima sua opera si chiama “Help” ed è un’installazione, inaugurata nella sede dell’Università degli Studi di Milano, formata da grandi gabbie di metallo riempite da milioni di tappi di plastica recuperati attraverso la raccolta differenziata. Unite insieme formano la parola Aiuto, in inglese, come si trattasse di “un grido di soccorso che sale dalla Terra”. Perché il futuro è ormai una sfida a più voci tra ambiente e funzionalità. Così l’arte diventa quel messaggio globale che mira a riunire uomo, ecologia e arte nel tentativo di fondere uomo e natura. In questo caso, per arginare la fine degli oceani.

Ammiratrice della svedese Greta Thunberg e di quel che è riuscita a smuovere con la sua azione, Maria Cristina Finucci conclude così il suo colloquio: “Io mi vergogno della mia nazione, penso di essere l’unico capo di Stato a volere che il suo Paese sparisca”…

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