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AGI – Due anni fa Donald Trump fece balenare l’idea di comprarla dalla Danimarca, a dimostrazione di quanto sia diventata strategica dal punto di vista economico e geopolitico per le risorse naturali e il controllo delle rotte artiche. E le elezioni che si tengono il 6 aprile in Groenlandia possono essere cruciali per il suo futuro: il tema dominante è un progetto minerario di terre rare e uranio in grado di diversificare l’economia dell’isola più grande del mondo (quattro volte la superficie dell’Italia) che i cambiamenti climatici stanno ridisegnando. 

Il progetto di Kannersuit

Il progetto che a febbraio ha causato una crisi politica e l’elezione anticipata per i 31 seggi del parlamentino locale riguarda terre rare e uranio nel sud dell’isola di Kuannersuit. L’australiana Greenland Minerals, sostenuta dal gruppo cinese Shenghe, ha ottenuto una licenza di esplorazione per la miniera che può trasformarsi in una risorsa economica in grado di affiancare l’altra grande industria dell’isola, la pesca. Le terre rare, infatti, sono un gruppo di 17 metalli utilizzati come componenti in dispositivi high-tech come smartphone, schermi piatti, auto elettriche e armi. Gli ambientalisti, però, temono che l’estrazione su larga scala possa danneggiare il paesaggio incontaminato e aggravare le minacce all’ecosistema groenlandese.

Gli schieramenti

Il partito socialdemocratico Siumut, il più grande della ‘democrazia dei ghiacci’, domina la politica dell’isola dal 1979 ma è dato indietro nei sondaggi anche a causa del sostegno al progetto minerario. Il partito d’opposizione verde e di sinistra Inuit Ataqatigiit (Ia), avanti nei sondaggi, si oppone all’estrazione dell’uranio per timore dei rifiuti radioattivi. Insieme ad altri partiti d’opposizione vicini alla comunità inuit, l’Ia potrebbe formare una maggioranza di coalizione alternativa bloccando l’estrazione.

La svolta del 2009

Il protettorato semi-autonomo danese nel 2009 ha ottenuto la proprietà delle sue riserve minerarie insieme all’autogoverno (Copenaghen si è tenuta la politica estera e di difesa) e da tempo nutre la speranza che le ricchezze che si ritiene siano sepolte sotto la sua superficie, e che lo scioglimento dei ghiacci rende via via accessibili, la aiutino un giorno a tagliare il cordone ombelicale finanziario con la Danimarca. Nuuk, la capitale groenlandese, dipende infatti dai sussidi danesi annuali di circa 526 milioni di euro, circa un terzo del suo bilancio nazionale.

Un immenso tesoro

Secondo alcuni studi, le aree intorno all’oceano Artico contengono le più grandi riserve di petrolio e gas naturale al mondo non ancora sfruttate. Le risorse naturali, insieme alla rilevanza della collocazione geografica ora che lo scioglimento dei ghiacci ha reso le rotte polari percorribili tutto l’anno, alimentano i sogni d’indipendenza tra i 56 mila abitanti della Groenlandia.

Il corteggiamento delle super potenze 

Una Groenlandia indipendente sarebbe ancora più corteggiata dalle super potenze: già ora il controllo di quello che una volta veniva definito il “Passaggio a Nord-ovest” è al centro degli interessi della grandi potenze mondiali, tenendo conto che la Russia ne controlla una buona parte grazie alla geografia e la Cina lo sta utilizzando sempre di più. Gli Usa si sono offerti di aiutare la Danimarca per la costruzione di tre nuovi aeroporti in Groenlandia per giocare d’anticipo sulla Cina che avrebbe potuto chiedere di utilizzare gli scali anche per scopi militari. Sull’isola gli Usa hanno costruito diverse basi militari e stazioni meteorologiche dalla seconda guerra mondiale.

La road map per l’indipendenza

I giuristi parlano già di quasi-Stato groenlandese e il percorso per l’indipendenza è stato tracciato dall’accordo del 2009: negoziati con Copenaghen, referendum popolare consultivo soltanto nell’isola per confermare l’accordo e poi sarà necessario il voto favorevole sia del Parlamento danese che di quello groenlandese. Potrebbe così concludersi la lunga stagione della colonizzazione danese, a tratti anche molto dura, inaugurata nel 1721, quando arrivò in Groenlandia il missionario luterano Hans Egede per convertire al cristianesimo gli indigeni Inuit. 

I cambiamenti climatici

Il cambiamento climatico nell’Artico è al tempo stesso una maledizione e una benedizione per la Groenlandia. Da una parte minaccia gli stili di vita tradizionali della Groenlandia e della sua popolazione quasi interamente Inuit (nell’isola vive più di un terzo degli indigeni delle coste artiche che insieme agli Yupik sono noti anche come eschimesi). Il ritiro del ghiaccio marino riduce infatti la stagione per i cacciatori che ci lavorano con le slitte trainate dai cani. Dall’altra partre le acque più calde comportano anche l’arrivo di nuove specie di pesci, mentre sulla terraferma si prevede che lo scioglimento dei ghiacci porterà alla luce una gran quantità di minerali. 

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