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AGI – La pandemia di coronavirus rischia di ‘bruciare’ 160 miliardi di ricchezza. La stima è della Cgia di Mestre, secondo cui nelle più rosee previsioni il Pil italiano calerà quest’anno di circa il 10%. Per dare l’idea della dimensione della contrazione, sottolinea la confederazione artigiana, è come se il Veneto fosse stato in lockdown per tutto l’anno.

“Il peggio deve ancora arrivare”

“La gravità della situazione”, sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo, “emerge in maniera ancor più evidente se paragoniamo l’attuale situazione economica con quanto accaduto nel 2009, ‘annus horribilis’ dell’economia italiana del dopoguerra. Allora, il Pil scese del 5,5 per cento e il tasso di disoccupazione, nel giro di 2 anni, passò dal 6 al 12 per cento. Quest’anno, invece, se le cose andranno bene, il Pil diminuirà del 10 per cento circa. Con un crollo quasi doppio rispetto a quello registrato 11 anni fa, è evidente che una caduta verticale del genere avrà degli effetti molto negativi sul mercato del lavoro. Per questo diciamo no a qualsiasi chiusura generalizzata che aggraverebbe ancor più la situazione. Anche perché il peggio deve ancora arrivare. Quando verrà meno il blocco dei licenziamenti, infatti, correremo il rischio di vedere aumentare a dismisura il numero dei disoccupati”.

Secondo la Nadef, ricorda la Cgia, i consumi delle famiglie, che costituiscono la componente più importante del Pil nazionale (circa il 60 per cento del totale), subiranno quest’anno un vero e proprio tracollo. Ogni famiglia italiana ridurrà la spesa di circa 3.700 euro per 96 miliardi complessivi. Altrettanto rovinosa sarà la riduzione degli investimenti pubblici e privati: sempre secondo il documento messo a punto dal governo, nel 2020 subiranno una riduzione del 13 per cento che in termini assoluti corrisponde a 42 miliardi di euro.

Con poca liquidità e consumi e investimenti in caduta verticale, il Paese sta scivolando pericolosamente verso la deflazione. Dallo scorso mese di maggio l’indice dei prezzi al consumo è sempre negativo. “Nonostante i prezzi diminuiscano”, rileva la Cgia, “le famiglie non acquistano, poiche’, a causa delle minori disponibilita’ economiche e delle aspettative negative, quel poco che viene venduto comporta, per i dettaglianti, margini di guadagno sempre più risicati. La merce, rimanendo negli scaffali e nelle vetrine dei negozi determina una situazione di difficolta’ per i commercianti, ma anche per le imprese manifatturiere che, a fronte di tanto invenduto, sono costrette a ridurre la produzione. Tutto questo inizialmente da’ luogo a un aumento del ricorso alla cassa integrazione che poi sfocia in una forte impennata dei licenziamenti”.

Il buco nella raccolta fiscale

I dati raccolti ed elaborati da Unimpresa per il 2018 sono parziali, poiché non sono ancora reperibili quelli relativi all’evasione contributiva e anche quelli che si riferiscono all’Irpef (circa 31,6 miliardi di ammanco nelle casse pubbliche) non sono completi; nel 2018, in linea con gli anni precedenti, si è registrata un’evasione di Ires pari a 8,9 miliardi e di Irap per 5,06 miliardi; il totale dell’Iva non versata all’amministrazione finanziaria e’ 33,3 miliardi, mentre mancano 5,1 miliardi di Imu e Tasi oltre a 1,4 miliardi di accise su benzine e prodotti energetici.

“Spesso chi evade, chi paga in ritardo, chi non ottempera a tutti gli obblighi legati dalle norme tributarie è in una situazione di estrema difficoltà. Non sono pochi i casi di imprenditori che si trovano di fronte a un bivio. E tra la scelta di onorare un adempimento fiscale o pagare lo stipendio dei dipendenti, si preferisce dare i soldi ai lavoratori, magari per consentire alle famiglie di fare la spesa”, osserva Lauro. “Tutto questo non vuol dire arrendersi di fronte alla vera evasione o soprattutto di fronte ai casi delle grandi aziende, dell’industria e della finanza, che aggirano sistematicamente le norme fiscali per chiudere i bilanci con utili milionari”, conclude.

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