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La pandemia di coronavirus ha affondato il settore dell’auto a noleggio. Nel mondo come in Italia. E se Oltreoceano a gettare la spugna è stato anche il colosso un colosso come la Hertz, con le sue sussidiarie statunitensi e canadesi che hanno presentato istanza di fallimento, anche nel nostro Paese il settore è in ginocchio.

A dirlo sono, nero su bianco, i dati dall’Aniasa, l’Associazione nazionale Industria dell’Autonoleggio e Servizi Automobilistici, che all’interno di Confindustria rappresenta il settore dei servizi di mobilità: noleggio veicoli a lungo termine, rent-a-car, car sharing, fleet management e servizi di infomobilità e assistenza nell’automotive.

A partire dalle immatricolazioni, che ad aprile segnano il punto di non ritorno per il mercato del noleggio veicoli: – 97% per il settore nel suo complesso (dalle 57.000 vetture di aprile 2019 alle 1.500 del mese scorso) e addirittura – 100% per il breve termine che ha immatricolato solo 12 autovetture in una fase dell’anno in cui solitamente gli operatori iniziano a prepararsi per la stagione estiva inserendo migliaia di nuovi veicoli in flotta.

In due mesi di lockdown si sono immatricolate oltre 106.000 vetture a noleggio in meno (rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), che significano meno Pil, meno posti di lavoro, meno gettito per l’Erario. Sul fronte dei contratti sottoscritti dagli operatori dell’autonoleggio, ogni anno sono oltre 5,5 milioni i per motivi di turismo e lavoro presso aeroporti, stazioni ferroviarie, punti di snodo e centri cittadini, per un totale di 35 milioni di giornate di noleggio.

Dall’inizio dell’emergenza queste attività hanno subito un crollo verticale (- 90% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), registrando una sostanziale paralisi degli spostamenti turistici.

Il settore del noleggio (soprattutto a breve termine) e dello sharing nel corso della fase di lockdown hanno tenuto aperte le proprie attività “per soddisfare le improrogabili esigenze di spostamento e di trasporto di medicinali e generi alimentari”. Ma non è servito.

Pesanti anche le ricadute sul fronte occupazionale, con una parte del personale in cassa integrazione e il prevedibile mancato impiego dei consueti numerosi “stagionali” nei mesi estivi.

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