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Prima di essere nominato ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli aveva conquistato, in virtù della sua esperienza di capogruppo M5s al Senato, la stima della gran parte dei colleghi e un riconoscimento quale uomo dotato di equilibrio, intelligenza e forte capacità di mediazione politica. Doti confermate, sempre secondo gli addetti ai lavori, nelle settimane di permanenza a via Veneto e di cui avrà bisogno fino in fondo nello scenario di crisi apertosi dopo l’annuncio del dietro-front di ArcelorMittal sugli investimenti nell’ex-Ilva.

Per il 45enne ingegnere triestino, l’annunciato ritiro da Taranto dell’azienda franco-indiana e, in alternativa, i cinquemila esuberi prospettati dalla stessa, compongono un quadro drammatico, con una posta in gioco e responsabilità maggiori di quelle affrontate finora nella sua giovane carriera politica.

Dopo essere stato attivo, a livello di organizzazioni professionali, nell’ordine degli ingegneri della provincia di Trieste, di cui è stato consigliere e tesoriere dal 2009 al 201, Patuanelli ha iniziato la militanza nei 5s nella sua città coi primi gruppi “Amici di Beppe Grillo”, per poi essere eletto, sempre a Trieste consigliere comunale dal 2011 al 2016. Il suo debutto in Parlamento avviene nel marzo 2018, come senatore eletto nella circoscrizione Friuli-Venezia Giulia e da giugno viene nominato capogruppo.

La gestione del gruppo grillino a Palazzo Madama gli vale l’apprezzamento di compagni di partito e di avversari, e lo scoppio della crisi del primo governo Conte lo proietta in un ruolo di protagonista delle trattative tra M5s e Pd per la formazione dell’esecutivo attualmente in carica, al termine delle quali approderà al Mise, sostituendo Luigi Di Maio.

Il primo atto da ministro è stato quello di far approvare un decreto che affida alle autorità statali il golden power nelle operazioni concernenti i rami strategici del settore tecnologici, ma e’ quello di sbrogliare le numerosissime crisi aziendali giacenti sui tavoli del ministero, il compito più gravoso: al momento del suo insediamento erano circa 160, e il decreto imprese, approvato nei giorni scorsi, non e’ riuscito a scongiurare per l’ex-Ilva l’esito attuale. Il timore del ministro è infatti che altre situazioni, storicamente intricate e in bilico, possano precipitare nelle prossime settimane, a partire da Alitalia, senza dimenticare Whrilpool, Bekaert di Figline Valdarno, Jabil Italia, La Perla, Mercatone Uno, Ferrosud di Matera e molte altre ancora. 

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