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Il grande pericolo globale oggi è la deflazione. E una politica troppo espansiva delle banche centrali, secondo gli analisti, non solo potrebbe non essere sufficiente ma rischia addirittura di rivelarsi un boomerang. I principali istituti centrali hanno portato il costo del denaro su livelli vicino allo zero per stimolare la crescita e l’inflazione ma proprio i tassi bassi esercitano una pressione al ribasso sui prezzi perché impediscono alle aziende più efficienti di aumentarli.

Spiega l’economista Luigi Guiso: “Il rischio deflazione è rappresentato da un forte calo della domanda che comporta un rallentamento dell’attività economica. Il calo dei prezzi è accompagnato dal calo dell’attività economica che ristagna. Se il livello dei prezzi dovesse scendere, chi ha debiti si ritroverà con un fardello ancora più sostanzioso da ripagare. Questo è il motivo per cui la deflazione è pericolosa”.

Negli anni ’70-’80 il grande pericolo era l’inflazione ma oggi il vero rischio sono le spinte deflazionistiche. La deflazione è al centro di una spirale negativa innescata dalla riduzione della spesa di beni e servizi da parte della popolazione, la quale tende a rimandare gli acquisti non strettamente di prima necessità. Le imprese, di conseguenza, pur di incentivare l’acquisto, sono costrette ad abbassare i prezzi di vendita. Questo, a sua volta, genera una diminuzione del reddito che si traduce nella contrazione della spesa per l’acquisto di beni e servizi da altre imprese e in un taglio negli stipendi corrisposti e sulla forza lavoro.

Oggi il paradosso è che a furia di politiche espansionistiche i tassi nominali sono diventati così bassi che anche i rendimenti reali, pur a fronte di uno scenario di bassa inflazione o disinflazione, sono comunque ridotti. Senza considerare che se davvero l’inflazione risalisse, e questo è l’obiettivo della politica monetaria, porterebbe sottozero i tassi reali dei titoli finanziari che viaggiano ai minimi storici.

I mercati si aspettano una nuova espansione monetaria in autunno. Qualcuno ha osservato che quello a cui assistiamo è uno scenario già visto all’inizio della grande crisi del 2008 quando il combinato di recessione e deflazione rischiava di far salire il tasso reale e di affossare l’economia. Allora i banchieri centrali intervennero tagliando fortemente i tassi di interesse. Ma non bastò e fecero ricorso al cosiddetto ‘bazooka’, ovvero il quantitative easing.

“Si è fatta retromarcia sull’idea che si potesse ritornare a una politica monetaria standard – osserva Guiso – le banche centrali proseguono con una politica di tassi estremamente bassi con l’obiettivo di contrastare le spinte deflattive”. Tuttavia le politiche espansive che le banche centrali stanno mettendo in campo, e che i mercati in parte stanno già scontando, sono le stesse che finora non sono riuscite a portare i livelli di inflazione verso i target fissati, ovvero un’inflazione di lungo periodo vicina al 2%. Come sottolinea Philipp Hildebrand, vice presidente di Blackrock, i banchieri centrali si trovano quindi sempre più in una trappola della liquidità e potrebbero aver bisogno di nuovi strumenti per fermare la prossima crisi.

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