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Quella di Deutsche Bank è una profonda ristrutturazione, la più drastica nel settore bancario dalla crisi del 2008. Nel programma c’è il taglio di 18 mila posti di lavoro, soprattutto nelle sedi di New York e Londra, e la creazione di una bad bank da 74 miliardi di euro, dove vengono dirottati i titoli in perdita della sua investment bank statunitense. Di fatto Deutsche ha confermato la sua intenzione di chiudere gradualmente le sue attività di trading a livello globale e di ridurre del 40% la sua attività di investment banking e cioè di negoziazione titoli e obbligazioni. La conseguenza di questa drastica ristrutturazione, come stima il board in un comunicato diffuso domenica, è che Deutsche Bank prevede di chiudere il secondo trimestre con una perdita netta di 2,8 miliardi di euro.

L’intervista

“Le banche dovrebbero essere meno dipendenti da aiuti pubblici nelle situazioni di crisi. Insomma, sarebbe desiderabile una maggiore distanza tra le banche e lo Stato”. A dirlo, parlando proprio del caso Deutsche Bank è Clemens Fuest, presidente dell’autorevole Istituto Ifo, uno dei più importanti think-tank economici della Germania.

In un’intervista all’Agi, l’economista ha spiegato che questa maggiore “distanza” potrà essere raggiunta “se si obbligano le banche, attraverso i necessari regolamenti, a conservare più capitale proprio. Al tempo stesso le autorita’ di vigilanza bancaria non dovrebbero esitare a liquidare e chiudere banche che sono in difficoltà”.

Oggi il mondo intero si chiede cosa sia andato storto con la Deutsche Bank, quali siano stati gli errori e se i passi annunciati dal Ceo Christian Sewing siano quelli giusti. “Il management in passato ha fatto gravi errori, tra cui quello di non occuparsi abbastanza – o comunque poco – delle medie imprese e dei clienti con introiti medi”, risponde Fuest. D’altronde, “se le trasformazioni annunciate da Sewing siano quelle giuste, oggi non lo sa nessuno”, afferma l’economista.

Incertezza, totale. “Che il personale debba essere ridotto appare plausibile. Ma questo da solo non rappresenta un modello d’affari di successo. Ripeto: se il corso avviato da Sewing sia quello giusto, lo si comprenderà solo tra qualche anno”.

Il caso Deutsche Bank pone anche una questione di fiducia per quello che riguarda il sistema Germania? “Considerare la solidità economica come caratteristica di un’intera nazione non mi pare sensato”, afferma Fuest. “In ogni Paese ci sono imprese solide e meno solide”, spiega l’economista. “Avere finanze pubbliche solide non vuol dire che il settore delle banche o grandi industrie non possano avere i loro problemi”.

I media tedeschi

“Il sogno di misurarsi con i più grandi di Wall Street è andato in pezzi”. Così scrive lo Spiegel dopo l’ultima disperata mossa per salvare la banca tedesca, fino ad oggi uno dei principali gruppi bancari mondiali, con sedi in Europa, America, Asia e Pacifico. Il settimanale amburghese cita la stampa americana, che a sua volta parla di “capitolazione”, il New York Times addirittura di “veglia funebre”. Il quadro in effetti è drammatico, a detta dello Spiegel: negli Usa, la “trasformazione” annunciata potrebbe portare “a scene come quella di Lehman Brothers”, quando il crollo del gigante dell’investment banking innescò la crisi finanziaria globale del 2008. 

Ancora più severo il commento della Welt: “La situazione della Deutsche Bank non è mai stata così seria. Nessuno oggi potrebbe sostenere che sia terminata la ‘marcia della fame'”, come sono stati definiti i tentativi messi in campo negli ultimi anni dai predecessori di Sweing. “Si è tentato – scrive il quotidiano – di abbattere le costose strutture che erano state messe in piedi nella speranza di trasformarla in una banca mondiale”. In questo modo, afferma la Welt, “la banca ha perso anni preziosi: proprio lei che era diventato il simbolo del turbocapitalismo tedesco è oggi diventata sinonimo di sclerosi”. Ora, spiega il giornale conservatore, “il punto è se la Germania avrà in futuro almeno una banca internazionale di seconda classe, puramente privata. Oppure se non ne avrà nessuna”.

Lampi di ottimismo, invece, nell’editoriale della Frankfurter Allgemeine Zeitung: “Christian Sewing mostra coraggio, anche se potrebbe essere il coraggio della disperazione. Nondimeno in questa ristrutturazione ci sono anche delle opportunità: i vertici della banca finalmente sanno dove vogliono andare, e in Sewing hanno una guida la cui autorità non può essere messa in dubbio. Le lotte di potere e anche culturali con le banche d’investimento a New York o Londra dovrebbero essere finite, così come le notizie, dannose per il suo buon nome, di esorbitanti pagamenti di bonus ai dirigenti nonostante risultati scarsi. Una guida piu’ omogenea e decisa puo’ mettere in moto un cambiamento culturale della banca, che finora era stato solo promesso”. 

Secco, infine, il giudizio del quotidiano Rheinpfalz, secondo cui la banca “è la sola responsabile di questo disastro”. Non è stata la crisi finanziaria, scrive il giornale di Ludwigshafen, “né la politica dei tassi bassi con cui anche altri istituti hanno dovuto combattere: è stata la strategia, assente o sbagliata” a trascinare Deutsche Bank sull’orlo dell’abisso.

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