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Nel 2019 la situazione in cui da anni versa Carige ha subìto una svolta con il commissariamento deciso dalla Bce. Ma come si è arrivati a questo punto? Cosa c'è nei conti della banca che ha portato a questa situazione di difficoltà, tale da far intervenire il governo con la predisposizione di un paracadute sul fronte della raccolta ed eventualmente anche su quello patrimoniale?

Analizzando il bilancio, oltre alle perdite del conto economico, i fattori di rischio sono essenzialmente tre: il rapporto fra ricavi e costi, i crediti deteriorati e una possibile riduzione di liquidità dovuta alla sfiducia dei clienti che ritirano i loro depositi.

I conti di novembre

Gli ultimi numeri ufficiali diffusi dalla banca sono quelli della terza trimestrale, che sono anche i primi sotto la gestione di Pietro Modiano e Fabio Innocenzi, ex presidente ed ex amministratore delegato che sono stati confermati dalla Bce nel ruolo di commissari. Il numero su cui ci si è concentrati è quello finale del conto economico, che nei nove mesi segna una perdita di 188,9 milioni: a causarla ampie svalutazioni sui crediti che la banca ha concesso.

Dopo un'ispezione  della Bce che ha riguardato il 21% circa del portafoglio crediti di Carige – 1,1 miliardi di posizioni regolari e 2,6 miliardi di posizioni deteriorate, con un focus sui cosidetti unlikely to pay (utp), ovvero quei crediti per cui la banca giudica improbabile il rimborso totale – fra la verifica effettuata sul portafoglio creditizio e la cessione, nonché il saldo e stralcio di posizioni deteriorate, l'istituto ligure ha contabilizzato 256,5 milioni tra perdite e rettifiche di valore su crediti.

Nei 9 mesi, tuttavia, non tutti gli indicatori dell'attività della banca sono andati peggiorando: il margine operativo lordo, ovvero la differenza fra i proventi e gli oneri "core" (delle attività principali), è stato positivo per 36,7 milioni, con una crescita del 65,8%. Al tempo stesso, invece, un'altra importante voce dei bilanci bancari, il margine d'interesse, è risultato in calo rispetto al secondo trimestre, principalmente per il calo dei volumi.

I costi

Carige, sottolinea all'AGI Luigi Tramontana, analista di Banca Akros che segue l'istituto ligure, "ha un cost/income ratio (il rapporto fra costi e ricavi) del 90,2% al 30 settembre, a fronte di una media delle banche italiane attorno al 65%". Un rapporto così elevato (sebbene migliorato rispetto al 94,5% dei primi nove mesi del 2017) "vuol dire non avere la possibilità di generare un reddito sufficiente per sostenere le perdite su crediti", aggiunge Tramontana. Secondo quanto usava ripetere l'ex ad Paolo Fiorentino, Carige aveva già portato avanti un'azione importante sui costi e per la banca sarebbe stato necessario riuscire a far crescere i ricavi, scesi dai 715 milioni del 2015 ai poco più di 500 del 2017.

Un cost/income ratio a livelli così elevati indica una banca che non ha un modello sostenibile.

I crediti deteriorati

Nel 2013 Carige valeva in Borsa circa 2 miliardi di euro, mentre oggi vale meno di 100 milioni. Poiché in questi 5 anni l'istituto ha anche chiesto ai soci risorse per oltre 2 miliardi, sono di fatto 4 i miliardi andati in fumo dal 2013. A causare questa distruzione di valore la massiccia pulizia del bilancio che è stata portata avanti dai vari manager che si sono susseguiti alla guida dell'istituto.

"Un altro elemento cruciale per capire l'attuale situazione di Carige riguarda la qualità del credito – continua Tramontana – Questa banca aveva oltre un quarto del proprio portafoglio crediti in qualche modo rovinato: negli anni è stata fatta una forte operazione di pulizia, ma il livello rimane ancora superiore alla media. Bisogna proseguire in questa direzione, con ulteriori cessioni di attivi dubbi e con le perdite conseguenti".

La terna commissariale ha invitato i primari operatori del settore italiani e stranieri a analizzare i portafogli di crediti deteriorati per portare avanti nuove operazioni di riduzione del rischio. L’obiettivo è ambizioso: arrivare a inserire nel piano industriale che sarà presentato entro fine febbraio un 'non performing exposure ratio' (ovvero il rapporto fra tutti i crediti problematici e quelli totali) fra il 5 e il 10%, portandolo "sotto al valore medio di sistema", riducendone il peso "senza impatti significativi sui coefficienti patrimoniali in analogia con le operazioni di mercato appena finalizzate".

Con gli ultimi accantonamenti, che hanno recepito le indicazioni della Bce, e in linea con gli esiti delle ultime operazioni su utp e sofferenze di Carige, si cercherà di avere un impatto tale da non alterare se non marginalmente i ratio patrimoniali previsti nel piano di conservazione del capitale. C'è da considerare che la maggior parte dei crediti problematici che l'istituto ha in pancia è costituito da 'unlikely to pay', ovvero non da vere e proprie sofferenze ma da inadempienze probabili, esposizioni per le quali la banca giudica improbabile il rimborso totale. Rispetto agli Npl è un mercato in cui le operazioni realizzate dal sistema bancario sono inferiori, sia per volumi che per numero, e quindi è più complicato fare stime: si tratta di capire che prezzo sarà riconosciuto per questi crediti dubbi e la differenza fra il valore a cui Carige li ha contabilizzati dopo le svalutazioni.

La liquidità

Terzo fattore di rischio, meno strutturale ma altrettanto pericoloso, è il fronte della liquidità, su cui è infatti intervenuto anche il governo. Si tratta di un aspetto più congiunturale: una banca in difficoltà, che finisce tutti i giorni sui giornali per motivi negativi, si espone a una fuga dei depositi. Già nel novembre del 2017, mentre un'altra complicata operazione di rafforzamento patrimoniale era in atto, c'erano stati importanti deflussi. "Il 17 novembre 2017 – ha detto l’ex ad Paolo Fiorentino – è stata una giornata drammatica per Carige: le banche non saltano per il capitale ma per la liquidità e noi abbiamo avuto per ore agli sportelli file di clienti che ritiravano i depositi". 

Lo scorso settembre l'indice Lcr (liquidity coverage ratio), che misura la capacità di una banca di soddisfare il suo fabbisogno di liquidità nell’arco di 30 giorni di calendario in uno scenario di stress di liquidità particolarmente acuto, era pari al 133%, un valore non preoccupante (il limite regolamentare è del 100%, nel caso delle ex popolari venete si era arrivati a valori inferiori all'80%). "Questo tema spiega l'intervento di ieri sera da parte del Governo", aggiunge Tramontana, riferendosi alla possibilità di attivare la garanzia statale sulla emissione di obbligazioni della banca, colta al volo dai commissari. "Se i clienti cominciano a ritirare i depositi, la banca rischia di fallire. Non abbiamo dati sulla liquidità a fine anno, ma l'intervento messo in campo mi sembra indice del fatto che qualche problema ci sia stato", conclude l'analista, ricordando anche che l'indice Lcr si deteriora in fretta essendo un indicatore a breve termine.

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