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La fine del Quantitative Easing, ovvero del programma di acquisto da parte della Banca centrale europea dei titoli di Stato, potrebbe aprire una fase di difficoltà per l'Italia. Gli acquisti mensili della Bce, in questi tre anni di vita del Qe, hanno rappresentato un'ancora di salvataggio per un Paese come il nostro che detiene un debito pubblico pari a 2.315 miliardi, cresciuto negli ultimi mesi al ritmo di 10,5 miliardi al mese. In particolare, gli acquisti della Bce hanno aiutato a sostenere la domanda di titoli di Stato, allentando la stretta del credito delle banche. Oggi si conosceranno le intenzioni della Bce e soprattutto i tempi di 'spegnimento' del programma.

 

Per l'Italia aumenteranno i costi per ripagare il debito pubblico

Per l'Italia, a medio termine, la fine del programma QE significherà un aumento del carico finanziario per coprire il debito pubblico. Se mettiamo insieme il fatto che la domanda di titoli del debito pubblico diminuirà per via della riduzione del programma di acquisti della Bce, al fatto che ci sarà un innalzamento dei tassi a medio e lungo termine importato dagli Usa, è inevitabile pensare a dei riflessi per l'Italia.

L'effetto non sarà immediato, perché il nostro Paese ha iniziato ad allungare le scadenze del debito, ma inevitabilmente ne risentiremo. "Diciamo – ha spiegato all'Agi l'economista Marcello Messori, direttore della School of European Political Economy dell'Università Luiss (in una intervista dell'ottobre 2017) – che, se l'Italia non saprà dare segnali importanti sul fronte del debito pubblico, in prospettiva potrebbero esserci problemi. Un Paese come il nostro inevitabilmente entrerà in una fase di maggiore difficoltà. L'auspicio è che si sfrutti ancora questo spazio temporale in cui la Bce diminuirà gli acquisti ma continuerà comunque a farli. L'Italia può sfruttare questo tempo che ha a disposizione per avviare una graduale ma costante diminuzione del rapporto tra debito pubblico e Pil. Penso che questa sia davvero la scommessa che ci giochiamo. Dobbiamo porci su un sentiero che sia credibile per tutti, sia per i mercati finanziari, sia per i nostri partner europei. La credibilità delle nostre mosse e dei nostri impegni su questo fronte è piu' importante perfino del ritmo in cui avverrà questa riduzione del debito". 

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Cosa succederà alle banche

Uno dei grandi problemi delle banche italiane, oltre a quello dei crediti deteriorati, è che hanno ancora troppi titoli del debito pubblico nei loro bilanci. In questa fase di transizione in cui il Qe della Bce si ridurrà gradualmente, calerà la domanda di titoli del debito pubblico e, in prospettiva, aumenteranno i tassi a medio e lungo termine, le banche italiane dovranno cedere una parte dei titoli del debito pubblico che hanno in eccesso, soprattutto quelli a medio e lungo termine.

In tal modo ridurranno le perdite in conto capitale e potranno capitalizzare le forti plusvalenze che fino adesso hanno maturato, avendo comprato questi titoli in una fase più difficile di quella attuale. Inoltre, con la riduzione del Qe e un aumento dei tassi di interesse, se per le banche verrà un po' meno la fonte di guadagni proveniente dai titoli del debito pubblico, dall'altra si riaprirà la possibilità di svolgere con maggiori margini di guadagno l'attività tradizionale di intermediazione, perché si riallargherà la forbice tra i tassi di raccolta e quelli di impiego del denaro.

Cosa succederà agli investimenti in titoli di Stato 

Lo scenario di un aumento dei tassi di interesse, in prospettiva, può dar spazio per i risparmiatori a investimenti meno rischiosi e a rendimenti più alti. Il problema è rappresentato dalla fase di transizione, quella cioè in cui, andando verso una fase di normalizzazione delle politiche monetarie ultra-accomodanti, possono verificarsi fasi di volatilità dei mercati e si assisterà a un riposizionamento degli investitori.

In questa fase, spiegava ancora Messori, "chi ha dei portafogli con molti titoli del debito pubblico a lunga scadenza, non solo italiani, non sarà contento, perché il valore di quei titoli si abbassa. Questo significa che in un mondo che, prima o poi, farà segnare aumenti dei tassi di interesse, anche l'investimento in titoli di debito fisso in obbligazioni, può diventare rischioso". 

 

Un effetto positivo

La fine del Qe non è la fine del mondo, scrive oggi Il Sole 24 Ore. "Al contrario, la fine del quantitative easing è l'inizio del ritorno a un mondo (finanziario) più normale. Anche se non si tornerà più al mondo come era prima del crack Lehman, perché la regolamentazione delle banche e dei mercati finanziari è cambiata per ridurre i rischi nel sistema e proteggere soldi dei contribuenti. Il Qe è uno strumento di politica monetaria non convenzionale: le banche centrali solitamente, in condizioni normali, tengono sotto controllo l'inflazione con il rialzo e il ribasso dei tassi d’interessi. La Bce ha avviato nel marzo 2015 il Qe per contrastare i timori di deflazione. E per accelerare l'uscita dalla grande crisi nell'Eurozona. La fine del Qe non solo significa che la bestia nera della deflazione è stata sconfitta ma che la crescita dell'economia non ha più bisogno di un sostegno straordinario: il Qe infatti, attraverso l'acquisto dei titoli di Stato che sono un benchmark (il punto di riferimento del mercato), abbassa i rendimenti a medio-lungo termine, soprattutto dai 3 ai 30 anni e quindi riduce il costo del denaro anche su scadenze lunghe".

 

Un effetto negativo

Nel pieno del Qe l'Italia – con Draghi che comprava anche i nostri bond – ha risparmiato circa 15 miliardi di euro all'anno sul cosiddetto servizio al debito, cioè riconoscendo minori interessi sui titoli di Stato ai suoi sottoscrittori. Leggiamo su Lettera43: "L'ex viceministro all'Economia Mario Baldassarri ha calcolato che, quando il programma di acquisti sarà finito, il Tesoro potrebbe spendere almeno 7 miliardi in più. Ma la cifra è prudenziale perché potrebbe scontare sia l'incertezza legata al carattere populista e sovranista del nuovo governo sia i suoi progetti di investimenti in extradeficit, che allontanerebbero il Paese dai propositi di ridurre il debito, saldamente sopra il 132% del Pil. Già in questi giorni si è notato un peggioramento, con il Tesoro che ha dovuto portare il rendimento del Btp a 10 anni, il nostro benchmark sulla stabilità dei conti, sopra le soglie di guardia. Le cose potrebbero andare peggio se la Fed abbasserà i tassi americani, rendendo gli interessi sui T-Bond, soprattutto quelli a breve termine e più vicini al nostro decennale, più bassi. A quel punto la speculazione avrebbe gioco facile a tornare a scommettere contro il debito italiano".

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