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Viviamo nell'era del "total work", in cui il lavoro non solo occupa gran parte delle nostre giornate, ma influenza tutte le nostre attività. In modo negativo. La soluzione? Sembrerà strano, ma per migliorare la nostra vita fuori e dentro l'ufficio, non è necessario ridurre l'orario, ma preoccuparsi meno del lavoro. E' la ricetta raccomandata dal filosofo Andrew Raggart su Quartz.
 

Dal total work alla riscoperta dell'io

 
Il termine "total work" fu coniato dal filosofo tedesco Josef Pieper all'indomani della Seconda Guerra mondiale per descrivere "il processo attraverso il quale gli essere umani sono stati trasformati in lavoratori", e con loro l'intera esistenza. L'apice lo si raggiunge quando l'intera vita umana è incentrata sul lavoro e tutte le altre attività non solo sono subordinate ad esso, ma in suo servizio". Persino il relax e il cibo "sono finalizzati a diventare più produttivi". Ma alla lunga, ciò crea insoddisfazione e sofferenza. Tra i diversi modi per reinvertire la rotta, il migliore – sostiene Raggart – è quello di "attribuire al lavoro meno importanza". Ma non si tratta di negligenza, né di disinteresse: "semplicemente in questo modo apriamo noi stessi ad altri aspetti della vita più importanti". 

Ma come fare?

 
Per iniziare, sostiene Raggart, "dobbiamo distaccarci dalla nostra concezione del lavoro". Ma soprattutto "del successo" la cui lotta per la realizzazione a volte genera solitudine e sofferenza. "Una volta separati i concetti di felicità e i successo, bisogna cercare altrove l'appagamento e la soddisfazione". Ma come fare? Il filosofo scomoda un mostro sacro della materia: Socrate. "Chiediamoci costantemente: se non sono solo un lavoratore, chi altri sono?". "Lasciate sedimentare per qualche settimana questa domanda nella vostra testa prima di provare a rispondere". Chiedetevelo mentre siete in ufficio, mentre siete a casa, mentre fate jogging. "Questa domanda filosofica, posta in continuazione, vi aiuterà a far emergere le vostre più profonde ambizioni e i più grandi interrogativi dell'esistenza". Ridimensionando l'occupazione. Perché "preoccupandoci di meno del lavoro, possiamo permetterci esperienze davvero significative". 
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