Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – Sono passati 15 anni dal 15 settembre 2008, quando Lehman Brothers, la quarta banca Usa, è crollata sommersa dai mutui subprime. È stato il più grande fallimento bancario della storia, una catastrofe più che una crisi finanziaria, che ha aperto una nuova fase dell’economia globale. Ma quella lezione è servita? Un altro caso Lehman è ancora possibile?

“Lehman – spiega Vincenzo Bova, senior analist di Mps – si sarebbe potuta salvare nel 2008, se le autorità americane fossero intervenute in tempo, ma non hanno voluto farlo e Lehman è fallita, trascinandosi dietro una crisi epocale. È stato un errore, poi se ne sono accorti e per rimediare a tutto quello che il fallimento di Lehman ha scatenato, si è dovuto intervenire in modo pesante. Penso che quell’errore difficilmente verrà commesso di nuovo. I governi e le banche centrali hanno imparato la lezione. L’abbiamo visto a marzo di quest’anno in Svizzera con Credit Suisse e negli Stati Uniti con la crisi delle banche regionali”.

Cosa è successo 15 anni fa

Lehman, dichiarata da tutti troppo grande per fallire, nel settembre del 2008 aveva oltre un secolo e mezzo di storia. Il suo fallimento è stato inaspettato, un’autentica ‘catastrofe finanziaria’, che ha aperto una ‘voragine’, legata, non solo alle insolvenze sui mutui, ma più in generale ai prodotti derivati, specie quelli ipotecari e in particolare quelli legati ai mutui subprime.

Infatti le istituzioni creditizie, a partire dalla fine degli Novanta del secolo scorso hanno iniziato a confezionare dei titoli obbligazionari derivati che avevano come sottostante i mutui ipotecari. In questo modo esse potevano reperire risorse sul mercato subordinando rendimento e capitale alla solvibilità dei mutuatari. La complicità delle grosse banche d’affari, quasi tutte, non solo Lehman, in questa vicenda è evidente, in quanto le banche d’investimento hanno impacchettato dei prodotti finanziari ad altissimo rating, contando sul fatto che i mutui sono sempre dei prodotti sicuri.

Quando però le famiglie e le imprese, non sono più riuscite a ripagare le rate di questi mutui, specie quelli subprime, concessi spesso a clienti poco affidabili e a tassi di interesse molto elevati, le quotazioni dei derivati a essi legati hanno cominciato a crollare e il valore di portafoglio di tante banche, hedge fund e fondi pensione che li hanno acquistati si è ridotto enormemente.

E Lehman Brothers?

La banca d’affari era tra le più esposte. In pancia aveva valanghe di derivati tossici che producevano perdite per svariati miliardi di dollari. All’inizio si è pensato che Lehman fosse ‘too big to fail’, ‘troppo grande per fallire’. Ma così non è stato.

A settembre la situazione è precipitata: il 13 settembre il Governatore della Fed Timothy Geithner ha convocato un vertice d’emergenza. Si sono cercati dei ‘salvatori, la Fed e il Tesoro hanno provato ad avviare trattative con Bank of America e Barclays per l’acquisizione di Lehman. Il negoziato però era molto complicato, le banche coinvolte nella vicenda chiedevano che il Governo desse delle garanzie, ma la Fed si è opposta.

Ogni offerta è stata ritirata e il 15 settembre 2008 Lehman ha fatto sapere che la banca si sarebbe avvalsa del Chapter 11, che garantisce protezione in caso di bancarotta. La crisi di Lehman e ancor più il collasso di AIG, la più grande compagnia di assicurazioni del mondo, hanno cosi’ scatenato una crisi finanziaria di portata mondiale: una recessione globale che è costata decine di migliaia di miliardi di dollari rendendo disoccupate 30 milioni di persone.

Praticamente tutte le banche di investimento del mondo avevano in pancia derivati legati ai mutui e ad altri prestiti, inclusi i pagamenti per le auto, le rate scolastiche e i debiti delle carte di credito, coi quali hanno creato dei complessi derivati chiamati Collateralised Debt Obligation, ovvero CDO. Questo sistema era una vera e propria bomba a orologeria: ai creditori non importava se il mutuario poteva ripagare il debito, quindi hanno cominciato a fare prestiti più rischiosi; ma neanche alle banche di investimento importava, perché più CDO vendevano e più alti erano i profitti; inoltre le agenzie di rating, pagate delle banche di investimento, non avevano alcuna responsabilità se le loro valutazioni dei CDO si rivelavano false.Per non parlare dei CDS, coi quali le banche si assicuravano sui CDO e che ovviamente sono crollati anch’essi, travolgendo Aig e molti altri big assicurativi.

Insomma, dal fallimento si è scatenato un pasticcio gigantesco, anche perché la crisi ha aperto un autentico ‘verminaio’, mettendo a nudo un sistema che aveva alzato troppo l’asticella dell’azzardo, erogando prestiti a chi non assicurava sufficienti garanzie. Per salvare le banche, i governi e le banche centrali hanno messo in campo una ‘marea’ di aiuti finanziari, nonché una rete di salvataggio gigantesca sui depositi e sugli stessi conti pubblici dei governi.

E per correggere le dinamiche che hanno scatenato la crisi finanziaria, è stata imposta alle banche una maggiore solidità patrimoniale, con criteri più stringenti per capitale e liquidità. La crisi si è svolta in più tappe: dal 2008 al 2010 ha riguardato soprattutto gli Stati Uniti, poi, dal 2011, ha contagiato l’Europa, ma questo è un ulteriore capitolo, che in qualche modo ci allontana da Lehman.

Cosa resta di quella crisi?

“Con la crisi – commenta Bova – sono state introdotte misure più restrittive soprattutto per quanto riguarda i requisiti di capitale e di liquidità, perché quella di Lehman è stata soprattutto una crisi di liquidità. La regolamentazione introdotta in quell’occasione rimane soprattutto per grandi banche, mentre negli Stati Uniti per le banche medio-piccole, nel 2018, cioè 10 anni dopo la vicenda Lehman, l’allora presidente Donald Trump ha introdotto una sorta di deregulation, mettendo vincoli meno stringenti per le banche con capitalizzazione medio-bassa”, come la Silicon Valley, che è fallita a marzo di quest’anno, o la First Republican, per salvare la quale le autorità statunitensi sono intervenute con un pacchetto da 25 miliardi di dollari.

“La crisi delle banche regionali Usa è stata frutto di una cattiva gestione del rischio da parte di quelle banche e soprattutto e’ legata al fatto che i criteri predisposti per quelle banche erano stati rivisti e sostanzialmente allentati. Tuttavia nel modo in cui le autorità Usa sono intervenuta per evitare il contagio si sente chiaramente l’eco del caso Lehman”. 

Il caso Credit Suisse dimostra che la lezione è servita

“Una nuova Lehman – dice Bova – potrebbe verificarsi solo se banche centrali e Stato non dovessero intervenire. Ma questo mi sembra che non accadrà più. Basti pensare a quello che è successo a marzo di quest’anno con Credit Suisse, quando il governo svizzero è intervenuto per salvarla”, dapprima mediando una linea di credito e poi favorendo l’acquisizione da parte di Ubs. “La crisi di Credit Suisse non si è trasformata in una crisi sistemica globale perché c’è stato un intervento del governo e della banca centrale svizzera”.

Il rischio di una nuova Lehman esiste?

“Beh, la situazione è cambiata – spiega Bova -. Le cartolarizzazioni che hanno contribuito a innescare quella crisi esistono ancora ma il sistema in qualche modo si è vaccinato, ha imparato la lezione. Quella di Lehman è stata una crisi di liquidità, e le banche centrali hanno capito che se c’e’ una crisi di quel tipo occorre intervenire, risolverla in qualche modo.

Perché il rischio poi è che quella crisi possa avvitarsi e avviare una reazione a catena pericolosa. D’altra parte tutte le attività e i prodotti che Lehman aveva in portafoglio, poi, una volta superata la crisi, hanno ripreso valore nel 2010, quando l’economia è ripartita”. –

La crisi immobiliare cinese non sarà una nuova Lehman

Questa estate è scoppiata la crisi immobiliare cinese. Colossi come Evergrande, o il promotore immobiliare Country Garden sono finiti sull’orlo del fallimento e diversi analisti si sono spinti a fare paragoni col caso Lehman.

“Mi sembrano situazioni molto diverse – sostiene Bova – il settore immobiliare cinese ha una situazione di indebitamento molto forte, pericolosa, ma la banca centrale cinese e le autorità di Pechino hanno molte armi a disposizione per disinnescare la crisi. Un intervento serio del governo ancora non c’e’ stato ma si stanno prendendo misure per far ripartire il mercato e per allentare le condizioni di difficoltà del settore”.  

Flag Counter