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AGI – È una corsa contro il tempo. Gli Stati devono raggiungere un accordo sulla riforma del Patto di stabilità e crescita entro l’anno. Altrimenti torneranno le vecchie regole con l’incertezza su come applicarle. “La clausola di salvaguardia generale del Patto di stabilità e crescita, che prevede in caso di una grave recessione economica una deviazione temporanea dai requisiti di bilancio normalmente applicabili, sarà disattivata alla fine del 2023″, conferma all’AGI una portavoce della Commissione europea. È escluso quindi ogni slittamento o proroga delle misure straordinarie che negli ultimi tre anni hanno permesso agli Stati di ricorrere al deficit – per rispondere al Covid, prima, e alla crisi ucraina, poi – senza il timore di finire in procedura d’infrazione. Tuttavia un accordo sul nuovo Patto non sembra ancora a portata dei Ventisette.

La proposta di Bruxelles

Ad aprile la Commissione europea ha ufficialmente presentato la sua proposta:

  • i Paesi con deficit sopra il 3% e debito sopra il 60% dovranno presentare dei piani personalizzati di rientro. Bruxelles indicherà una “traiettoria tecnica” per ridurre il debito con l’obbligo di un taglio annuo del deficit di almeno lo 0,5%
  • In presenza di investimenti strategici (green, digitale e difesa) e riforme, il piano potrà essere esteso a sette anni
  • In caso di deviazione dal piano scatterà in automatico una procedura d’infrazione per deficit eccessivo
  • Gli Stati dovranno versare multe semestrali del valore dello 0,05% cumulabili fino allo 0,5%
  • A oggi le multe previste erano dello 0,2% del Pil, talmente alte che finora nessun Paese è stato chiamato a versarle. 

La difficile arte del compromesso

Ancora una volta la proposta dell’esecutivo europeo è una sintesi dell’arte del compromesso: i piani diversificati per accogliere le istanze dei Paesi più indebitati; la riduzione dello 0,5% per venire incontro ai falchi rigoristi del Nord guidati da Germania e Paesi Bassi; l’estensione a sette anni per accontentare i Paesi, Italia compresa, che chiedevano la golden rule per scorporare gli investimenti strategici dal conteggio del debito. Ma la sintesi non soddisfa quasi nessuno. La Germania continua a chiedere parametri oggettivi comuni anche per ridurre il debito; la Francia si impunta contro; l’Italia insiste per una vera esclusione degli investimenti strategici dal conteggio.

Sarà compito della presidenza spagnola del Consiglio trovare un terreno comune entro fine anno. Ma lo stallo politico a Madrid – senza governo a pieno mandato – non concede l’autorevolezza necessaria. Se non si dovesse riuscire a rispettare la scadenza, tornerà il vecchio Patto. Ma anche in questo caso c’è uno scontro su come applicarlo. La Commissione, nelle sue raccomandazioni economiche di primavera, aveva dato indicazioni che già anticipavano la riforma. Quindi anche il vecchio Patto andrebbe interpretato – in attesa di quello nuovo – con le regole nuove. Per la Germania si tratta di una forzatura inaccettabile. Per la Francia ciò che è inaccettabile che tornino le vecchie regole.

Le raccomandazioni di Bruxelles

Nelle raccomandazioni la Commissione chiede all’Italia – per i prossimi bilanci – di “garantire una politica fiscale prudente, in particolare limitando l’aumento nominale della spesa primaria netta finanziata a livello nazionale nel 2024 a non più dell’1,3%”. Così come esorta a “preservare gli investimenti pubblici finanziati a livello nazionale e garantire l’effettivo assorbimento delle sovvenzioni del Recovery e di altri fondi dell’Ue, in particolare per promuovere le transizioni verde e digitale”.

Per il periodo successivo al 2024, l’Ue chiede di “continuare a perseguire una strategia di bilancio a medio termine di risanamento graduale e sostenibile, combinata con investimenti e riforme che favoriscano una maggiore produttività e una crescita sostenibile più elevata, per conseguire una posizione di bilancio prudente a medio termine”.

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