Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – A circa 10 chilometri da Agrigento, precisamente dentro la città di Favara, si trova Farm Cultural Park, un luogo in cui elefanti disegnati sui muri, pareti coloratissime e istallazioni contemporanee convivono con le storiche abitazioni della città.

Nato con l’obiettivo di diventare il secondo polo turistico della provincia di Agrigento (dopo la Valle dei Templi), Farm Cultural Park viene costruito nel 2010 a seguito di un episodio terribile: il crollo di una palazzina nella città di Favara che causò la morte di due bambine. Un episodio isolato che però fotografava lo stato di abbandono della città, fatiscente e lasciata a sé stessa.

“La tragedia avvenuta a Favara ha in realtà soltanto accelerato un processo di realizzazione di un’idea che nelle nostre teste era già nata. Oggi può sembrare una cosa normale, ma 11 anni fa la rigenerazione urbana non era scontata, soprattutto in un contesto povero e depauperato come il nostro”. A dirlo è Florinda Saieva, founder insieme al marito Andrea Bartoli del Farm Cultural Park e ospite al Festival di Internazionale a Ferrara domenica 21 febbraio alle 16 per parlare, nel panel promosso da Fondazione Unipolis, di come poter ripartire dalla cultura.

Un’esigenza a cui Saieva e Bartoli si sono trovati di fronte molto tempo fa. “Tutto è partito di corsa e all’inizio c’erano solo due piccoli spazi dedicati alle mostre. Oggi, Farm Cultural Park si estende su una superficie di 3mila metri quadri e produce progetti per tutta la città di Favara. L’ultimo è spaB, un progetto utopistico che riguarda l’intera città – dice Saieva –  SPAB è l’acronimo di società per azioni buone e ha l’obiettivo di abilitare i cittadini a diventare leader civici. Abbiamo chiesto di investire 1 decimo del capitale di ciascuno dei residenti di Favara per la crescita della città, dedicando questi investimenti a progetti specifici dedicati al lavoro, all’abitare e alla qualità della vita”.

Un percorso intrapreso molti anni fa che continua ancora oggi e che riguarda non solo l’estetica della città ma soprattutto il modo di vivere chi la abita “l’identità non la cambia solo l’aspetto estetico – spiega Saieva – Farm Cultural Park, come luogo fisico è stato strumentale per attribuire una nuova identità al paese: Favara era considerata una città malavitosa e senza una forte riconoscibilità; oggi è un luogo dove le cose possono accadere e dove si può sperimentare. Ed è cambiato soprattutto la percezione degli abitanti stessi che credono e comunicano una città diversa”.

E sono proprio gli abitanti a fare la differenza, per Saieva: “Quando abbiamo iniziato, i residenti di Favara ci trattavano da osservati speciali, poi pian piano sono arrivati gli studenti, i creativi e i turisti e così la città ha percepito che stava accadendo qualcosa di diverso. E ci ha appoggiato”.

Oggi Farm Cultural Park conta 120 mila turisti l’anno e nel 2020, nonostante la pandemia, ci sono stati più accessi di quello passato: “È un turismo di prossimità a cui siamo molto affezionati perché crediamo che i primi a dover usufruire dell’arte offerta da una città siano proprio i residenti” dice Saieva.

D’altra parte, condivisione è una delle parole chiave per Florinda Saieva: “Farm Cultural Park nasce da una condivisione mia e di Andrea con la comunità e, attraverso l’emulazione, ha portato sempre più persone a condividere, scambiare idee, conoscere pratiche, know how e valori”. Non solo condivisione però: “Per me questo luogo è anche possibilità, in un momento storico in cui ci dicono che non abbiamo futuro e sperimentazione. Soprattutto, però, per me il Farm Cultural Park è un atto politico perché qui è nata una politica diversa di convivenza, di resilienza e di sviluppo della nostra città”.

Flag Counter